Uccise moglie e amica a coltellate Ma per i giudici non ci fu crudeltà
Così la Corte d’appello ha escluso l’ergastolo e confermato la condanna a 30 anni per Marfisi La ripetizione degli 81 colpi «dovuta alla rabbia: non voleva sofferenze aggiuntive per loro»
CHIETI. Francesco Marfisi uccise la moglie Letizia Primiterra e l’amica di lei Laura Pezzella con 81 coltellate, ma anche per la Corte di assise d’appello non ci fu crudeltà. I giudici aquilani (presidente Armanda Servino, consigliere relatore Carla De Matteis) hanno escluso l’ergastolo, confermando la condanna a 30 anni di carcere inflitta in primo grado con il rito abbreviato per il duplice omicidio avvenuto il 13 aprile del 2017 a Ortona. «La furiosa ripetizione di colpi», si legge in un passaggio chiave delle 27 pagine di motivazione, «deve ritenersi dovuta all’esplosione di rabbia ricollegabile allo stato psicologico di Marfisi e, quindi, frutto della concitazione lesiva, piuttosto che alla volontà di cagionare sofferenze aggiuntive alle vittime, né trasmoda in quella efferatezza che, per configurare la circostanza aggravante de qua, deve essere valutabile quale “fine a se stessa”. Né può ritenersi che le vittime siano state brutalizzate, non vertendosi in fattispecie di “scempio” delle stesse. Ancora, dalla congiunta valutazione degli atti utilizzabili per la decisione deve ritenersi che il decesso delle due donne sia intervenuto nell’immediatezza della loro aggressione». Per la Corte, dunque, «va confermato il giudizio del primo giudice, quantomeno sotto il profilo del dubbio». E in sentenza è specificato che, «per costante giurisprudenza di legittimità, il principio per cui la penale responsabilità deve essere accertata “al di là di ogni ragionevole dubbio” trova applicazione con riferimento a tutte le componenti del giudizio e, quindi, anche alle circostanze aggravanti».
Non è stata riconosciuta neppure la premeditazione. I giudici di secondo grado confermano la tesi del gup di Chieti Isabella Maria Allieri: l’aggravante non sussiste «in ragione delle condotte altalenanti di Marfisi, che non aveva mai smesso di chiedere alla propria moglie di interrompere la relazione sentimentale con la Pezzella». Più nel dettaglio: «È da ritenersi plausibile che, sopraffatto da uno stato di sconforto e di ansia, Marfisi abbia deciso di assentarsi dal lavoro proprio al fine di discutere ancora una volta con la propria moglie della possibilità di tornare insieme e che solo al suo ennesimo rifiuto, e non pertanto dal giorno precedente, sia scattato il proposito omicida».
Viene invece confermata l’aggravante «dell’aver commesso il fatto in presenza di minori». I due figli della Pezzella «ebbero certamente ad assistere alla scena dell’omicidio» e la bimba «ha riferito di essere intervenuta in difesa della propria madre fornendo un racconto particolareggiato e coerente». Così la piccola ha ricostruito la tragedia: «Mentre io e mio fratello stavamo giocando ho sentito le urla di nostra mamma... abbiamo visto Francesco che tagliava la mamma... io ho pianto... stavo dando le botte a Francesco... dovevo aiutare la mamma... poi l’hanno portata in ospedale». Ne consegue, è scritto in sentenza, «che deve ritenersi che la minore abbia assistito all’omicidio per un tempo apprezzabile e che la sua presenza sia stata sicuramente percepita da Marfisi».
La Corte dice no all’«attenuante della provocazione», condividendo la linea del tribunale di Chieti: «Non era affatto emerso, se non dalle parole dell’imputato, che questi fosse stato da tempo e fino allo stesso giorno dell’omicidio deriso e sbeffeggiato dalle due vittime, e, comunque, l’attenuante in questione non è configurabile allorquando si sia in presenza, come nella specie, di un’evidente sproporzione tra l’offesa e la reazione». I giudici, accogliendo la richiesta dell’avvocato Rocco Giancristofaro, difensore di Marfisi, hanno infine riqualificato da «tentato omicidio» a «minaccia» l’episodio in cui l’assassino, dopo aver accoltellato ripetutamente la moglie alla presenza della figlia Jessica e dell’amica Chiara Tedesco, si è rivolta a quest’ultima gridandole: «Adesso ce ne è anche per te».

