Dall’Abruzzo ai David: il compositore Capogrosso premiato per “Primavera”

8 Maggio 2026

Insegnante di armonia e musica al Conservatorio Casella dell’Aquila. Sue le musiche originali dell’intenso lungometraggio su Vivaldi

L’AQUILA

Ha un saldo legame con L’Aquila il pianista e autore Fabio Massimo Capogrosso, vincitore due sere fa del 71° Premio David di Donatello per il miglior compositore con la magnifica partitura scritta per il lungometraggio Primavera. Le composizioni del maestro Capogrosso contribuiscono a creare le atmosfere emotive dell’intenso film di Damiano Michieletto, che immagina l’incontro di anime nel veneziano Pio Ospedale della Pietà tra l’orfana Cecilia, interpretata da Tecla Insolia, ribelle e dotata di talento musicale, e il compositore Antonio Vivaldi (Michele Riondino), genio incompreso, povero e malato, insegnante di musica delle trovatelle.

Capogrosso, che ha iniziato fin da piccolo lo studio del pianoforte, si è diplomato in composizione nel conservatorio aquilano Alfredo Casella, dove ora è insegnante di armonia e musica applicata all’immagine. Il legame del 42enne maestro romano col capoluogo abruzzese si declina anche nella collaborazione con una delle sue istituzioni più prestigiose, I Solisti Aquilani, ringraziati pubblicamente dal compositore nel corso della cerimonia di premiazione dei David, andata in onda in prima serata su Rai1 mercoledì. Nel film di Michieletto, apprezzato regista d’opera, si alternano la musica diegetica (che fa parte del racconto, suonata dai personaggi) di Vivaldi e la musica extradiegetica di Capogrosso. Le partiture per archi del Prete Rosso (Allegro molto dal Concerto in sol minore RV 152, Largo dal Concerto n.1 in re maggiore RV 207, Largo e spiccato dal Concerto n.11 in re minore RV 565, Allegro dal Concerto n.1 in mi maggiore op.8 RV 269 "La primavera") sono eseguite dai Solisti Aquilani, solista il primo violino Daniele Orlando; i tredici brani originali composti da Capogrosso sono invece eseguiti dall’Orchestra e Coro del Teatro La Fenice diretti da Carlo Boccadoro.

Il David di Donatello non è il primo riconoscimento per il maestro Capogrosso, premiato negli Stati Uniti e in Olanda come autore sia di musica assoluta che di musica da film, ma è il primo grande riconoscimento in Italia come autore di musica applicata al cinema, dopo la candidatura al Nastro d’argento per le musiche di Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini. Tra i suoi lavori più ammirati anche le composizioni per i film di Marco Bellocchio, Esterno notte e Rapito.

Maestro, è stato un premio inaspettato?

«Ero molto contento e convinto del lavoro fatto per il film, poi a volte non sempre i premi riconoscono la qualità e intervengono altre dinamiche. Sono andato alla cerimonia dei David con la convinzione di aver fatto un buon lavoro, ma pensavo di passare più che altro una bella serata a prescindere».

Conosceva già Michieletto, regista che viene dalla lirica?

«Damiano l’ho conosciuto per il film, non c’eravamo mai incontrati prima. Con lui c’è stata subito una grossa intesa umana e professionale. Oltre che un grande regista è una persona speciale, di rara umanità».

È stato contattato dal regista o dalla produzione? E cosa ha pensato quando le hanno chiesto di musicare un film su Antonio Vivaldi? Un compito da far tremare i polsi.

«Sono stato contattato dalla produzione, a fare il mio nome è stata Ludovica Rampoldi, sceneggiatrice con Michieletto di Primavera e già sceneggiatrice di Esterno notte di Bellocchio, che mi conosceva e apprezzava da quel lavoro. L’ho ritenuta un’opportunità interessante e stimolante. L’idea ovviamente non è stata quella di porsi in uno stato di competizione con Vivaldi, la cui musica viene suonata dai personaggi, le ragazze e Vivaldi stesso. La mia musica doveva invece raccontare le emozioni, le atmosfere del film, soprattutto il carattere della protagonista Cecilia».

Quale idea l’ha guidata nella composizione?

«L’idea di base era che la musica di Vivaldi e la mia avessero un’unità formale, per questo ho cercato di lavorare su organici simili a quelli delle composizioni di Vivaldi. Il violino e gli archi sono stati l’elemento di congiunzione, rivedendo anche degli stilemi dell’epoca barocca, ma senza un approccio filologico perché non volevo creare uno stacco tra la musica di Vivaldi e la mia».

Come si è svolto il lavoro con I Solisti Aquilani?

«È una straordinaria orchestra d’archi. Per loro ho scritto un brano su commissione nel 2017 e nel 2020 un Concerto per violino solista dedicato a Daniele Orlando. Hanno suonato tutte le parti solistiche del repertorio vivaldiano e Orlando, violino e maestro concertatore, ha anche diretto come fa sempre nei loro concerti. Suonano la musica di Vivaldi ma non su strumenti d’epoca, non volevo un’esecuzione filologica perché non è un biopic su Vivaldi né un documentario, ma un film che racconta altro. Michieletto non voleva che il film si sedesse su una ricostruzione storica e l’uso di una strumentazione moderna serviva anche a questo. Abbiamo registrato la musica prima di girare e poi le ragazze sul set, quasi tutte musiciste tranne Tecla Insolia, e Michele Riondino hanno suonato in playback. Le registrazioni sono state curate dalla Digita Records di Goffredo Gibellini. Coi Solisti Aquilani abbiamo scelto le musiche più appropriate alle varie necessità drammaturgiche, cercando di esplorare i brani meno conosciuti di Vivaldi. Nella scena della follia e nella scena del moribondo ho dovuto riorchestrare le partiture di Vivaldi secondo le necessità drammaturgiche».

In che periodo ha studiato a L’Aquila? Ha vissuto la città?

«Da Roma mi sono trasferito a L’Aquila dal 2005 al 2011 per frequentare il conservatorio Casella. All’Aquila ho conosciuto mia moglie, romana anche lei, lì per i suoi studi. Prima del terremoto abbiamo abitato in centro storico, dopo il sisma ci siamo spostati a Tornimparte e da lì ho frequentato il conservatorio e mia moglie l’università».

Come si è avvicinato alla musica per il cinema?

«Il maestro Bellocchio dopo aver ascoltato delle mie composizioni mi cercò e mi disse di essere rimasto colpito dalla loro drammaticità e potenza. Così è nata la collaborazione con lui, una bellissima e felicissima esperienza che ha poi portato alla nomination ai David».

La sua ispirazione da dove viene? La visita all’improvviso oppure nasce dalla metodica scrittura al pianoforte?

«Mi metto tutti i giorni metodicamente a scrivere. Finché scrivevo musica assoluta potevo prendermi momenti di attesa, invece il cinema ti chiede tempi stretti, devi essere pronto e reattivo e in un certo senso l’ispirazione deve per forza arrivare, ci sono tempi stretti da rispettare».

Che musica ascolta?

«Cerco d ascoltare di tutto, dal rock al reggae, dalla musica antica alla contemporanea, purché denoti un pensiero musicale profondo e non sia un prodotto commerciale».

Il suo maestro e punto di riferimento?

«Sergio Prodigo (compositore, musicologo e scrittore di Celano, nda), il maestro che ha seguito tutto il mio percorso in conservatorio ed è per me tuttora una persona preziosa e a cui sono molto grato».
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