Di Giandomenico: «Che onore disegnare la cover di Topolino!»

5 Febbraio 2026

È dell’artista la copertina con il papero supereroe Pk: «Sono felice: già da piccolo mi inventavo storie Disney»

TERAMO. È tutta abruzzese, a firma del noto fumettista teramano Carmine Di Giandomenico, la copertina numero 3.668 di Topolino che, in un’edizione speciale, celebra i trent’anni del papero supereroe Pk, l’evoluzione contemporanea di Paperinik. Il numero è disponibile in preordine sul sito della Panini fino al 13 febbraio.

I supereroi dei fumetti sono stati da sempre i personaggi preferiti di Di Giandomenico, da ammirare da bambino quando sognava di diventarne il disegnatore, e da adulto segnando la sua carriera da fumettista a livello internazionale. La sua matita ha dato vita a personaggi come Spiderman, Batman, Flash, Dylan Dog, collaborando con la Marvel, i maggiori editori e ricevendo premi. Docente nell’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila e nella Scuola del fumetto di Pescara, Di Giandomenico ci racconta la sua copertina in un viaggio nel mondo del fumetto.

La sua prima volta nel mondo Disney non poteva non essere con un supereroe come Pk. Com'è nata questa collaborazione?

«Affonda la radici nel Lucca Comics 2024, nella mia mostra personale, dove c’era anche un disegno da esordiente di Paperinik. Da giovanissimo lo avevo presentato alla Disney, ma ero ancora troppo acerbo e non lo avevano preso in considerazione. Il destino ha voluto che il coordinatore editoriale della Panini, Nicola Peruzzi, è rimasto sorpreso e affascinato proprio da quel disegno e da lì è nata questa fantastica opportunità».

Ora Pk, con la sua copertina, è anche un po’ abruzzese. Si sente orgoglioso?

«Sono felice perché da piccolo ammiravo i personaggi di Topolino e inventavo le storie, poi è una crescita professionale e un grande onore. Ringrazio la redazione di Disney Italia che mi è stata vicina e mi ha permesso di misurarmi in una nuova sfida».

Dopo i suoi trascorsi con la Marvel, anche con i paperi è approdato al mondo dei supereroi. Destino o casualità?

«Paperinik è nato da un’idea tutta italiana di derivazione da Diabolik, la matrice è Paperino che con una maschera combatte le ingiustizie. Poi ne hanno fatto una versione superonistica con Pk che combatte le minacce aliene e di derivazione tra Spiderman e Iron Man. I supereroi ci sono sempre nella mia vita artistica».

Paperino è il suo personaggio Disney preferito?

«Sì, perché come me è negato per le cose pratiche».

Ma per lei chi è un supereroe?

«È l’uomo comune che si alza tutte le mattine e vuole garantire il meglio per le persone che ama. Non è un personaggio levigato, ma stanco, ha il coraggio di affrontare le sfide della vita».

Ha studiato il fumetto da autodidatta. Come ci è riuscito?

«Una sfida: mi sono rimboccato le maniche e non ho mai chiesto una lira ai miei genitori. Mi hanno aiutato la curiosità, la capacità di mettermi in discussione e di risolvermi. I miei mi hanno insegnato che guadagnare significa sudare e non mi sono mai fermato, girando fiere, studiando e sviluppando il mio stile».

Quali sono gli ingredienti per essere un bravo fumettista?

«Deve saper “viaggiare”, creare un mix equilibrato e non lineare, come una composizione jazz tra disegno, ciclo narrativo e intermezzi. In Leone ho fatto interagire quattro decenni nella stessa pagina: la storia di un emigrato del 1910 può essere pensata come una storia immortale di ogni emigrato».

Com'è cambiato il fumetto da quando ha cominciato?

«La narrazione si è evoluta. È rimasto lo zoccolo duro degli eroi dalla formula standard, ma il vento di rinnovamento arriva dal Giappone che punta a come raccontare emozioni e sentimenti, a far trasparire l’anima degli eroi in chiave moderna. Anche nel disegno c’è una evoluzione: le vignette quadrate vengono utilizzate di rado, ma prevalgono le strisce orizzontali che messe una sopra l’altra imitano lo scrollo del cellulare».

Anche la sua opera risente in qualche modo di questo vento nipponico?

«In Oudeis ho interpretato l’Odissea in chiave intimista, come Ulisse nel perdere la memoria ritrova se stesso. La mia prossima opera Race è un trattato di sentimenti. La narrazione deve spiegarti l’emozione ed è tutto dettato dalla regia».

La Disney sta valutando la possibilità di tornare al bidimensionale, lei che ne pensa?

«Si può tornare alle scelte dei tempi di produzione più lunghi, perché si sta perdendo l'artigianalità del fumetto, ma non si può essere contrari all’utilizzo della tecnologia».

E dell'intelligenza artificiale nel fumetto cosa pensa?

«Deve essere solo un supporto per velocizzare il lavoro, ma non può e non deve sostituire il fumettista».

Ha definito la graphic novel su Rocky Marciano, che ha firmato con Francesco Colafella e con Tanino Liberatore per Bonelli editore, “una storia a tre corde”. Perché?

«Tre abruzzesi raccontano con il proprio stile un abruzzese come Marciano, mettendo al centro Rocky come persona. La sua forza era la sua grande umanità. E con l’autorizzazione del figlio, che ha curato la prefazione. Marciano è raccontato dalla moglie e dalla figlia mentre preparano “la pizza dogg’” abruzzese per il suo compleanno.

La torta è una metafora?

«La simbologia della torta è il fulcro importante del libro che racconta il lato umano di Rocky: le uova la sua energia, l’alchermes il sangue sul ring, i tre strati le tre corde del ring e i tre diversi stili del libro, le mandorle tritate l’anima del pugile e i tre strati che si tagliano e si ricompongono la sua anima che si spezza dopo il match contro Carmine Vingo e si ricompone in quello contro Joe Louis tornando a “menare di destro”».

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