Don Bracalante rilegge i classici del fantasy: «Ci ridanno lo sguardo sull’invisibile»

Il sacerdote della diocesi di Chieti-Vasto pubblica la sua tesi di dottorato sulle opere di Lewis e Tolkien.
Nella licenza all’Università Lateranense ha curato anche un lavoro sulla saga di “Harry Potter”
CHIETI
Può la teologia entrare in dialogo con il mondo dei fantasy? Una domanda apparentemente surreale, alla quale, però, don Gianluca Bracalante, sacerdote della diocesi di Chieti-Vasto, prova da anni a rispondere dedicando i suoi studi accademici proprio a questo tema affascinante e ancora, per certi versi, inesplorato. Se con la tesi di licenza all’Università Pontificia Lateranense si è prodigato nell’analizzare la saga di Harry Potter (Harry Potter, una lettura teologica, 2021), in quella di dottorato nello stesso ateneo romano ha ampliato l’orizzonte su due colossi della letteratura del Novecento quali Lewis e Tolkien (Il mito che salva. Una lettura teologica del fantasy, 2025).
Don Gianluca, prima di tutto da dove nasce la sua idea di rileggere i fantasy in chiave teologica?
«Alla domanda perché leggere il fantasy possiamo integrare con questa ulteriore risposta: in un mondo moderno che ci vuole come macchine da riparare, corpi da esibire e materia da ottimizzare, corriamo il rischio di vivere una "longevità artificiale" priva di un vero destino o significato. Abbiamo perso la capacità di guardare oltre la superficie visibile delle cose. Leggere il fantasy è l'atto di resistenza definitivo contro questo appiattimento, perché questo genere fa esattamente ciò che serve per salvarci».
Vale a dire?
«Ci restituisce lo sguardo sull'invisibile. Il fantasy rompe il muro della pura materia e ci costringe a guardare oltre la superficie, rieducandoci a percepire il mistero e la meraviglia. Custodisce il senso profondo dell'esistenza. Attraverso i suoi miti, i suoi mondi e i suoi simboli, il fantasy dà un significato profondo e non puramente biologico al dolore, alla bellezza, all'amore e alla morte. Ci offre un destino, non solo una sopravvivenza. Invece di farci consumare in un'esistenza piatta che non si compie mai, le storie fantasy ci ricordano che la vita ha una dimensione interiore ("l'anima") che va nutrita, e che ognuno di noi è parte di una ricerca, di un cammino, di una vocazione».
La Lateranense si sta rivelando all’avanguardia portando avanti da anni un corso tra teologia e fantascienza.
«Studiamo teologia contestuale leggendo il segno dei tempi con i fantasy. Vedevo che in libreria ci fossero già pubblicazioni di tipo filosofico, ma volevo approfondire la parte teologica. Proposi il lavoro su Harry Potter al mio professore Giuseppe Lorizio che, entusiasta, ha raccolto la sfida invitandomi a tuffarmi in questo campo».
Lei parla di “nuova teologia pop fondamentale” in questo libro. Possiamo concludere che questa è la nuova frontiera della ricerca accademica?
«Parliamo di opere che rappresentano pienamente la letteratura contemporanea. Quindi, possono essere studiate con questa prospettiva».
Il professore Lorizio nella sua prefazione dice che questo volume ha il coraggio di andare dove “le domande di Dio emergono, anche se in forme inattese”: questo è possibile anche per Harry Potter, sul quale la critica cattolica spesso si è accanito in passato?
«La Rowling ha introdotto una novità sostanziale nel fantasy: in ogni personaggio ci sono luci e ombre, non c’è più la netta distinzione tra buoni e cattivi. Si pensi a Piton o allo stesso Harry. È bello pensare che siano le nostre scelte quotidiane a definirci e ad indirizzarci verso il nostro futuro. Poi aggiungiamo che la stessa Rowling ha affermato che tutta la saga si basa su due citazioni bibliche. Il toccante epitaffio sulla tomba dei Potter a Godric's Hollow recita: "L'ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte". Sulla lapide di Kendra e Ariana Silente si legge invece: "Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”.
Invece la magia com’è conciliabile con la teologia?
«La magia in Harry Potter non intende cambiare la realtà, nessun incantesimo può salvare le persone. Invece il ricordo di essere amati si. Ne L’Ordine della Fenice Voldemort entra nel corpo di Harry per ucciderlo e, invece, il ricordo dell’amore salva il ragazzo. Lo stesso Harry seppellirà l’amico Dobby senza ricorrere alla magia».
Nel suo ultimo libro, però si sofferma soprattutto su Lewis e Tolkien e qui il discorso sembrerebbe cambiare, essendo due autori che godono da anni dei favori teologici. È giusto?
«Lewis nelle sue lettere ai bambini dice chiaramente che il leone Aslan delle Cronache di Narnia è la figura di Cristo, scrive l’opera con un intento cristologico. Tolkien, invece, è più complesso, il suo scopo principale da fine filologo era di dotare l’Inghilterra di una mitologia propria. È evidente che, essendo un cattolico del Novecento, inserisce tutte le conoscenze che aveva e, tra queste, anche quelle bibliche».
Il primo richiamo che viene in mente è connettere il pane elfico all’Eucaristia.
«Anche io lo pensavo prima di avviare gli studi, oggi sarei più cauto nell’affermare questa cosa. In Tolkien non c’è la rivelazione, ma aleggia sempre il concetto di Provvidenza sopra i vari personaggi. Per usare parole più semplici, possiamo dire che Tolkien attinge all’Antico Testamento, a personaggi come Mosè o Abramo. Ma non ci sono riferimenti chiaramente “cristici” come in Lewis. Lui sostiene di aver scritto un’opera cattolica, però da intendere come “universale” nel senso che parla all’uomo che si pone di fronte alle grandi domande di senso anche davanti alla morte».
Alcuni esperti tolkeniani hanno avanzato l’ardita ipotesi che, ad esempio, Gandalf rappresenti l’intervento dello Spirito Santo sulla storia. Ma, alla luce di quanto detto fin qui, lei non sarà d’accordo...
«Al massimo può essere inteso come un arcangelo inviato dal dio Eur. Il direttore dell’Osservatorio Romano Andrea Monda in un suo articolo fa una rilettura cristologica del Signore degli Anelli, ma io ci andrei più cauto».


