Il Maestro marsicano Stefano Fonzi ricorda Paoli: «Mi chiamò per dirigere a Sanremo»

Intervista al direttore D’orchestra abruzzese. «Sembrava burbero ma era il contrario»
Ha condiviso palchi e anni di musica con Gino Paoli. Stefano Fonzi, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e percussionista marsicano, lo racconta dopo la notizia della scomparsa.
Un ricordo, un aneddoto che la lega a Paoli?
«Più che un ricordo è un gesto che si ripeteva sempre. Durante i concerti, in particolare a Sanremo, si girava verso di me, perché aspettava indicazioni da direttore d’orchestra, e faceva il segno del pollice alla Fonzarelli. Era il suo modo per dire che andava tutto bene. Lo faceva ovunque: semplice ma pieno di affetto e stima».
Che persona era fuori dal palco?
«Apparentemente burbero, quasi scontroso. In realtà era l’opposto: una persona di una dolcezza incredibile. Durante il terremoto di Amatrice chiamava continuamente per sapere come stavamo, anche qui ad Avezzano, pur non essendo nel cratere. Non lo raccontava, lo faceva e basta. Era un’attenzione autentica».
È vero che stava molto dalla parte dei giovani?
«Sì, assolutamente. Quando mi invitò a dirigere “Il cielo in una stanza” a Sanremo nel 2014, Beppe Vessicchio avrebbe voluto farlo lui. Ma Gino disse: “No, voglio dare questa opportunità a questo ragazzo, a te non cambia nulla Beppe”. Io avevo poco più di trent’anni. Per lui era importante dare spazio e fiducia, senza esitazioni».
Quando vi siete conosciuti?
«Nel 2011, ad Avezzano, con un’orchestra giovanile che avevo creato. Da lì abbiamo lavorato insieme fino al 2018. Poi ha scelto la formula pianoforte e voce, più libera e meno impegnativa rispetto all’orchestra, che richiede concentrazione e fatica, soprattutto con l’età».
Che tipo di musicista era?
«Un grande cultore. Non era un grande esecutore al pianoforte, ma aveva una conoscenza musicale profondissima. Amava la musica fatta bene e seguiva tutto, anche i singoli musicisti, entrando nel lavoro con grande attenzione. I suoi arrangiamenti storici portano la firma di Ennio Morricone, e questo dice molto».
L’Abruzzo ha avuto un posto nella sua vita?
«Sì. Già dopo il terremoto dell’Aquila chiedeva spesso notizie, voleva capire se la situazione stesse cambiando. Poi con Amatrice la preoccupazione era quotidiana. Era una persona molto sensibile, legata anche umanamente ai luoghi e alle persone».

