la recensione

Il Pci, il mondo che cambia mentre la sinistra resta immbobile

30 Giugno 2026

ll libro di Velardi e Testa racconta una generazione che ha avuto il coraggio di guardarsi  allo specchio: hanno ragione quando sostengono che la capacità di cambiare idea è un valore

Ho letto Siamo stati iscritti al Pci di Claudio Velardi e Chicco Testa. L’ho letto con un sentimento particolare. Perché io al Pci ci ho vissuto dentro. Ne conosco l’odore. Le sezioni fumose. Le Feste dell’Unità. Le riunioni che finivano a notte fonda. Le discussioni feroci e l’idea, quasi religiosa, che la politica fosse una cosa seria. Per uno che veniva dall’estrema sinistra, come me, iscriversi al Pci significava entrare nelle istituzioni. Accettare la società, pur sapendo ingiusta, come un terreno che si poteva cambiare con gli strumenti della democrazia, non con la violenza.

Stare nel Pci significava una cosa precisa: pensare di essere dalla parte giusta della storia, dalla parte dei deboli, della giustizia sociale, della libertà per i giovani e per le donne. Non aveva nulla a che fare con l’Unione Sovietica. Non eravamo comunisti italiani. Eravamo i ragazzi di Berlinguer. È da quella stessa generazione che è uscita una classe dirigente intera. Gente che ha amministrato città, scritto giornali, guidato aziende. E che poi, in larga parte, ha scelto strade diverse, solo apparentemente opposte.

Per questo il libro ti tocca profondamente perché racconta una generazione che ha avuto il coraggio di guardarsi allo specchio. E di farsi una domanda scomoda. Che cosa succede quando la fedeltà a un’idea diventa più importante della realtà? Velardi e Testa hanno ragione quando sostengono che la capacità di cambiare idea è un valore. Un valore che si conquista. Non arriva da solo. Richiede studio. Richiede esperienza. Richiede soprattutto la disponibilità a mettere in discussione sé stessi.

Molti confondono il cambiamento con l’opportunismo. È un errore. L’opportunista cambia posizione per convenienza. Chi cresce cambia idea perché ha imparato qualcosa che prima non sapeva. Sono due cose completamente diverse. La storia è piena di uomini che hanno cambiato il mondo perché hanno avuto il coraggio di cambiare sé stessi. È molto più facile restare immobili. Molto più facile rifugiarsi nella coerenza. La coerenza. Ecco la parola magica. La parola che in Italia viene spesso utilizzata come una medaglia. Talvolta persino come un alibi.

Eppure la coerenza, quando smette di essere fedeltà ai valori e diventa fedeltà alle proprie opinioni, rischia di trasformarsi in una forma elegante di pigrizia mentale. Mi torna in mente una frase di Gurdjieff: “Per continuare a essere libero interiormente recito alla perfezione qualsiasi parte la vita mi chieda”. Dentro questa frase c’è una verità enorme. La libertà non nasce dall’immobilità. Nasce dalla capacità di attraversare il cambiamento senza perdere il proprio centro. I valori possono restare. Le idee devono muoversi.

Chi non distingue le due cose finisce per trasformare la politica in una teca. Il Pci è stato una gigantesca scuola di formazione. Ha prodotto dirigenti, amministratori, intellettuali. Ha insegnato a generazioni di italiani a leggere la società.

Poi, lentamente, in una parte della sinistra, è accaduto qualcosa. La mappa è diventata più importante del territorio. Le categorie più importanti delle persone. Le formule più importanti dei fatti. Velardi e Testa raccontano anche questo. La trasformazione di una cultura politica che a un certo punto ha smesso di interrogarsi e ha cominciato a contemplare sé stessa. Leggendo le loro pagine ho avuto spesso la sensazione che il vero protagonista del libro non sia il Pci. Sia il rapporto tra la politica e la realtà. Perché la politica vive soltanto se continua a misurarsi con il mondo. Quando smette di farlo diventa una liturgia. Da anni osservo una parte della sinistra italiana e provo una sensazione curiosa. Mi ricorda certi aristocratici francesi alla vigilia della Rivoluzione. Continuavano a discutere del colore delle tende mentre il palazzo stava prendendo fuoco. La società è cambiata. Il lavoro è cambiato. Le paure sono cambiate. Le famiglie sono cambiate. Perfino il concetto di identità è cambiato. Eppure il dibattito continua a girare attorno agli stessi totem. Alle stesse liturgie. Agli stessi recinti culturali. Si parla una lingua che fuori da certi quartieri delle grandi città nessuno usa più. Si combattono battaglie che spesso interessano più chi le promuove che chi dovrebbe beneficiarne. La verità è che la sinistra contemporanea ha smesso di frequentare i luoghi dove la vita accade davvero. Ha sviluppato una straordinaria capacità di spiegare le sconfitte. Molto meno quella di evitarle.

Ogni volta viene trovato un colpevole. La propaganda. I media. Gli algoritmi. La disinformazione. Gli elettori impauriti. Gli elettori arrabbiati. Gli elettori ignoranti. Tutti sotto processo. Tranne chi perde. Eppure la politica dovrebbe avere una funzione elementare. Capire. Capire prima. Capire meglio. Capire ciò che sta accadendo mentre accade. Io ho cambiato idea molte volte nella mia vita. Non considero questo un difetto. Diffido di chi attraversa quarant’anni di storia conservando le stesse identiche convinzioni. Per questa ragione non riesco a condividere nemmeno il culto opposto. Quello che negli ultimi vent’anni ha trasformato la politica in una gara di agilità tattica. L’intelligenza è una qualità preziosa. Ma diventa sterile quando smette di costruire. In Italia abbiamo celebrato troppo spesso la brillantezza. Troppo poco la profondità. Matteo Renzi rappresenta bene questo paradosso. Una delle intelligenze politiche più veloci della sua generazione. Capace di intuire il cambiamento prima di molti altri. Capace di leggere le debolezze degli avversari. Capace di occupare il centro della scena. Poi quasi sempre incapace di trasformare quel talento in una comunità politica duratura. Il dissenso è diventato una professione. La costruzione una parentesi. Alla fine resta una domanda. La stessa che attraversa il libro di Velardi e Testa. Che cosa resta di una cultura politica quando smette di interrogarsi? Perché il punto non è il comunismo. Non è il Pci. Non è la destra. Il punto è la curiosità. Quando una comunità smette di farsi domande comincia lentamente a decomporsi. All’inizio non si vede. I simboli restano. Le bandiere restano. Le parole restano. Restano perfino i leader. Poi un giorno scopri che il popolo se n’è andato.

E che la casa è rimasta piena di mobili, di fotografie e di ricordi. Ma vuota. Terribilmente vuota. Come quelle case di campagna che si visitano d’inverno, dove tutto è al suo posto tranne la vita. Forse il vero problema della sinistra italiana non è aver perso le elezioni. È aver perso l’abitudine a dubitare di sé stessa. Ed è una sconfitta molto più grave.