il personaggio

Intervista a Mario Andreose: «La mia vita tra i libri narrata in un memoir»

1 Luglio 2026

Allo storico editore e scrittore il Flaiano speciale di Narrativa.

In libreria con l’autobiografico “Un’educazione veneziana”

 

Un album di ricordi e immagini in cui ricostruire un’esistenza passata tra i libri. Pagine in cui raccogliere «tutti gli spunti che mi interessavano, tutte le cose che mi hanno sempre affascinato fin da ragazzo». Mario Andreose, classe 1934, una vita vissuta da protagonista dell’editoria italiana, affida alle pagine di un ispirato memoir, Un’educazione veneziana (La nave di Teseo), un racconto d’amore per una città, Venezia, e per un mondo forse ormai perduto. Sabato era Pescara per ritirare il Premio internazionale Flaiano Speciale di Narrativa.

La storia raccontata nel libro di Andreose parte tra le calli e i canali di Venezia, da una infanzia trascorsa tra il fascismo e la Liberazione, per approdare alla scoperta della democrazia e soprattutto della cultura. «Dopo la guerra», ricorda con una certa dose di ironia Andreose, «siamo passati da una stagione di assolutismo e di censura a un’altra di piena libertà. Una mattina mi sono svegliato, sono sceso in strada e qualcuno mi ha detto che la guerra era finita e che gli invasori se ne stavano andando. Però, quando se ne sono andati non si sono dimenticati, casualmente, di sparare un colpo di cannone contro la mia terrazza, che si è sbriciolata. Questo fu il segno tangibile del passaggio dalla guerra alla libertà. Però ho visto anche che le edicole si riempivano di giornali, di riviste...»

Un tempo di rinascita culturale che poi ha influenzato l’uomo che sarebbe diventato.

«Sì, fu un momento oggettivo di rinascita della cultura. Riaprì la mostra del cinema, un momento fondamentale perché scoprimmo quei film che durante il fascismo non si potevano vedere. I film americani, quelli francesi, inglesi, quelli russi persino. Poi la letteratura tedesca, perché i grandi scrittori, quelli come Kafka e Thomas Mann, erano ebrei o oppositori del nazismo».

La Venezia del Dopoguerra, così cosmopolita, divenne meta preferita degli artisti. Ne conobbe?

«Certo. Amavano soprattutto il luogo dove abitavo io, le Zattere, sul Canale della Giudecca, perché era molto luminoso, tranquillo. Divenne uno dei luoghi più amati dagli artisti. E poi la democrazia appena conquistata aveva dato vivacità all’atmosfera. Si ricominciò a discutere. Nella politica, la contrapposizione tra socialisti e Democrazia Cristiana, nell’arte il grande conflitto tra astrattisti e i figurativi come De Chirico. Gli astrattisti erano influenzati dall’arrivo dall’America della Collezione Guggenheim, che praticamente aveva monopolizzato la Biennale del 1948, facendo conoscere pittori come Pollock, Rothko, Emilio Vedova. E io avevo la fortuna di poter assistere a questi dibattiti, che si tenevano nei caffè tra Le Zattere e piazza San Marco. C’era sempre un dibattito: Gina Lollobrigida contro Marilyn Monroe, Coppi contro Bartali... ».

Poi, imbevuto di tali e tante esperienze, arrivò il momento di spiccare il volo. Lei voleva fare lo scrittore, è stato un caso passare dall’altra parte?

«Avrei voluto scrivere, ma la vita è andata diversamente. Quando la mia famiglia si trovò in ulteriori difficoltà economiche, ho capito che dovevo iniziare a guadagnare. Allora la mia vocazione di scrittore, fino ad allora senza alcun riscontro, diciamo, si è trasformata. Io ci avevo anche provato: avevo conosciuto alla Mostra del cinema il primo direttore del Giorno, un giornale che mi piaceva moltissimo. Presi una valigia e andai a Milano a trovarlo, ma quel giorno lui non c’era. Parlai con un giornalista, un critico teatrale, che mi disse il classico “le faremo sapere”. Ma io dovevo guadagnarmi da vivere, così ho partecipato a un concorso come correttore di bozze in questa casa editrice, il Saggiatore, e ho cominciato a lavorare».

E la scrittura?

«Mi era rimasta la voglia. Nei primi anni del Duemila un giornalista amico mi propose di scrivere per il supplemento del Sole 24 Ore. Accettai e iniziò la mia vita parallela di scrittore. Ho pubblicato poi i saggi Uomini e libri e Voglia di libri e ora questo memoir».

Niente rimpianti, allora.

«No, era una cosa che mi era rimasta come un conto in sospeso. Ma appena ne ho avuto la possibilità, ho scritto».

Che fortuna, fare nella vita tutto ciò che desiderava fare...

«Sì, è vero. Mi mancava solo di scrivere questo racconto di Venezia, e ora l’ho fatto. Sono stato figlio della lupa, mi sono iscritto ad Azione cattolica, sono stato boy scout, mi sono iscritto alla Congregazione Mariana, non ho perso alcuna possibilità di partecipare a cose che mi potevano arricchire. Amavo il latino, ero affascinato dalla liturgia, cantavo nel coro delle voci bianche. Pensi, mi piaceva moltissimo andare ai funerali...»

Ai funerali. E perché mai?

«Perché si partiva dalla parrocchia per andare sull’isola di San Michele, una traversata bellissima in laguna – i poveri in gondola, i ricchi in motoscafo – per me era una gita».

Una forte impronta cattolica, comunque

«Ma la conoscenza del vecchio e del nuovo testamento mi ha aiutato anche a capire l’arte, a riconoscere subito i soggetti delle grandi pitture a carattere religioso».

Ma tornando all’editoria, mi racconta la bellissima avventura della Nave di Teseo?

«Quella è nata dopo 35 anni di collaborazione diretta con Umberto Eco, di cui sono stato editor, agente, amico. Quando uscì la notizia che Silvio Berlusconi avrebbe acquisito Rcs Libri, Eco – il più fiero tra gli oppositori del berlusconismo – mi disse: “Ma io non posso dare le mie opere a lui”. Gli mancavano due mesi di vita e lo sapeva, ma ci mise i soldi e trascinò noi e tutti gli autori in questa nuova avventura».

E fu proprio Eco a suggerire anche il nome...

«Un momento di grande divertimento. All’inizio, aveva suggerito “Forte Apache”, perché eravamo pochi e, diciamo,“barricati”, ma un altro socio, un francese, ci fece notare che gli occupanti di Forte Apache erano morti tutti. Allora Eco pensò a quello che aveva raccontato Plutarco dell’eredità di Teseo e degli ateniesi che, memori delle sue imprese, conservarono la sua nave, riportandola in porto e sostituendo a mano a mano nel tempo le doghe. Era una metafora della Bompiani: pur avendone perduta la proprietà, noi abbiamo mantenuto questa nave con almeno l’80% degli autori, che ci hanno seguito».

Come era il suo rapporto con Umberto Eco?

«Avevamo solo due anni di differenza, siamo sempre stati molto affini. Lui era un genio: filosofo, scrittore... io lo seguivo nella sua attività di saggista. Quando scrisse Il nome della rosa, non si riusciva a pubblicarlo all’estero. Paradossalmente per le due lingue a lui più affini, l’inglese e il francese, non si trovava l’editore, non lo volevano. Lo vedevano come saggista e non come autore di un romanzo sul Medioevo. Dovemmo faticare non poco, ma poi è stato un successo mondiale».

Tornando all’oggi, che si legge sempre meno e quel poco magari è suggerito dagli algoritmi, come è cambiato il lavoro dell’editore?

«Deve continuare ad aggiornarsi, essere pronto a cogliere le novità. Quando iniziò a diffondersi l’audiolibro, si disse che il libro su carta sarebbe morto. Anche lì Umberto, in risposta a un collega francese scrisse “Non pensate di liberarvi dei libri”. Oggi è effettivamente un momento difficile, molta produzione letteraria è generata dai social, anche nel filone romantico».

E l’intelligenza artificiale?

«Ecco, il sorgere dell’Ai può sostituire la fantasia dell’uomo. Può aiutare per una verifica, una traduzione. Può alleviare la fatica, questo sì, ma bisogna stare attenti a non esagerare con questo escamotage. Spero che ancora una volta la morte del libro sia rinviata».

Ma oggi si pubblicano troppi libri?

«Sì, è quello che credo anche io. C’è una super abbondanza dell’offerta. L’ansia del mercato spinge i grandi gruppi a pensare: “più pubblico, più occupo gli spazi, più vendo”. Succede anche che l’editore di destra francese (Bollorè, ndr) abbia acquistato il gruppo Hachette, al cui interno c’erano case editrici che hanno sempre pubblicato nel rispetto della pluralità di voci. Adesso vorrebbe imporre una linea editoriale vicina alla destra. Paradossale, perché l’editoria francese è sempre stata esemplare per offerta e qualità.

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