L’intervista a Arturo Brachetti: «“Solo” sul palco divento un Peter Pan senza età»

Il più celebre protagonista del trasformismo internazionale il 13 e 14 gennaio al Massimo di Pescara: «In scena porto magia, surrealismo, poesia: la gente ha bisogno di ritrovare questa innocenza»
PESCARA. Ha scoperto la sua vocazione al trasformismo e all’illusionismo quando era in seminario, grazie al salesiano don Silvio Mantelli, in arte Mago Sales. Fu lui a donargli Fregoli raccontato da Fregoli, l’autobiografia dell’inventore del trasformismo teatrale Leopoldo Fregoli, che gli spalancò un mondo. Sognava di diventare come Fregoli e di Fregoli è considerato il legittimo erede, nonché il più importante interprete del trasformismo internazionale. Arturo Brachetti incanterà il pubblico di Pescara con un doppio appuntamento, il 13 e il 14 gennaio al Teatro Massimo, dove porterà il suo one man show Solo. The Legend of quick-change (biglietti su circuiti TicketOne e Ciaotickets, organizzazione a cura di Best Eventi, inizio ore 21).
Come si è aperto questo nuovo anno?
«È cominciato bene. Sono stato in Spagna, in vacanza a Siviglia. Ho iniziato l’anno lì: un 2026 pieno di buoni presupposti».
Come definirebbe Solo in tre parole?
«Magico, surrealista, poetico».
Uno spettacolo che si muove su più livelli di fascinazione…
«È un varietà, un grande sogno un po’ fuori dal tempo e dal luogo in cui presento la mia casetta, in miniatura, entrando con una telecamera. Ogni stanza mi dà il là per un numero a tema: ad esempio, nel soggiorno trovo la televisione e da lì parte un pezzo sui personaggi televisivi, nella stanza dei bambini trovo un libro di favole e ne divento i personaggi. Il meccanismo è quello di uno spettacolo di intrattenimento, però tutto si svolge in questa enorme scatola di cartone, il contenitore in cui ognuno di noi mantiene i ricordi, le esperienze e i sogni. La gente viene a vedere l’uomo che si trasforma e diventa parte di un viaggio, quasi di un sogno. Alla fine dello spettacolo, spesso mi dicono: “Grazie per avermi ridato due ore della mia infanzia”. Sono un Peter Pan quindicenne imprigionato nel corpo di un 68enne. In scena divento un po’ il sogno di me stesso, senza età, con i super poteri, tutto ciò che vorrei essere durante tutta la giornata… il teatro mi dà questa possibilità magica. La gente ride, si stupisce. C’è una sorpresa ogni venti secondi, il ritmo è veramente da TikTok.
Insomma un grandissimo successo...
Infatti: Solo gira l’Europa da ben nove anni, perché la meraviglia è internazionale, c’è il bisogno di ritrovare questa innocenza, il momento magico della nostra vita in cui pensavamo che Babbo Natale esistesse e che con una magia si risolvesse tutto. La gente crede ancora nella magia, parafrasandola in altri forme e linguaggi, per esempio l’oroscopo o il cornetto rosso da sfregare, tutte cose illusorie che ci aiutano a star meglio. Dico sempre che è la realtà immaginata quella che ci rende più felici».
Da ragazzino riceve in dono un libro su Leopoldo Fregoli e da lì cambia tutto…
«In seminario, ho incontrato don Silvio Mantelli, un salesiano, chiamato anche Mago Sales. In un certo senso, ho trovato un “diavoletto” in convento. La magia mi ha aiutato a uscire dal bullismo che subivo, perché ero troppo piccolo, troppo magro. Ho capito di avere un superpotere con l’illusionismo, ed è diventato uno stile di vita, una vocazione. Don Silvio mi regalò Fregoli raccontato da Fregoli, il più grande trasformista del secolo scorso. Nel libro non c’erano i trucchi di Fregoli, ma le fotografie dei suoi personaggi, i suoi viaggi straordinari… ho cominciato a sognare di poter diventare come lui e ci sono riuscito. Certo, i ritmi sono diversi, il concetto di velocità era proprio differente – oggi quindici secondi sono eterni – ma lo spirito è quello».
Cosa rappresenta per lei la fantasia?
«Una necessità dell’essere umano. L’uomo è curioso di natura, la fantasia è uno degli stimoli più importanti e necessari per la nostra evoluzione. Per quanto riguarda il teatro, si può, con la fantasia, evocare tutto. A teatro tutto è possibile. Se si vuole immaginare il mare, ogni regista deve inventarlo: con la seta, con una proiezione, attraverso registrazioni. Ho assistito a una scena meravigliosa a Londra in cui il mare era evocato attraverso l’odore. La fantasia riempie gli spazi vuoti. Il teatro fa quell’effetto lì e, quando lo fai, il pubblico si sente gratificato».
La sua carriera è iniziata a Parigi nel 1979. Che ricordi ha dei suoi esordi?
«Quando ho avuto il mio primo numero di sei personaggi – in cerca non di autore ma di una scrittura – sono partito e ho fatto un’audizione a Parigi. Mi hanno preso subito, perché nel 1979 ero l’unico a farlo. A Parigi mi si è aperto un mondo. Oltre al mio numero in scena, facevo tanti altri piccoli ruoli. Ho lavorato due anni e mezzo in questo posto magico, Paradise Latin, con Jean Marie Rivière, l’anima del music-hall francese. Ho imparato tanto da lui. Quando ho fatto la mia audizione con il mio paravento per cambiarmi, mi ha detto che era una roba vecchio stile e mi ha fatto costruire intorno una scenografia magrittiana, io sono diventato un personaggio che viveva in questo tableau di Magritte, per cui il pezzo che era di trasformazione e magia è diventato surrealista. La magia era parte di quel mondo. Questi interventi di persone di talento mi hanno veramente cambiato la vita».
In Solo ci sono diverse novità…
«Sono molto orgoglioso di far parte di questa ultima scintilla del mondo del music-hall e dello spettacolo visivo. Solo è molto vario, ci sono sorprese continue. C’è il videomapping, ci sono i disegni sulla sabbia, le luci laser».
C’è qualcosa che le piacerebbe ancora sperimentare?
«Ho avuto una frustrazione per anni, quella di non saper cantare in pubblico. Dopo il Covid ho preso delle lezioni e ho scoperto che canto anche niente male. La soddisfazione più grande degli ultimi tre anni è stata quella di fare un musical cabaret, di cui ho curato anche la regia. Amo imparare cose nuove. Durante la pandemia, ho creato un numero in cui canto La guerra di Piero e intanto disegno il viso di De André al contrario. Ed è la cosa più importante, dopo i 60 anni, imparare cose nuove. Tutti i miei hobby sono indirizzati al teatro, imparo task nuove per sorprendere il pubblico, per arricchire il repertorio. Sto pensando a delle novità in cui racconterò storie molto sorprendenti su personaggi del passato, come quelle che sto raccontando sui social, da showteller».
Perché si ama questo tipo di spettacolo?
«Il mio pubblico va dai 5 anni ai 105. La gente torna, porta altre persone per condividere un’esperienza. Lo spettacolo è un viaggio, un trip, è onirico, molto visivo. In Italia è unico. Il pubblico continua ad affascinarsi. Si va da chi riesce a leggere, a intravedere tutti i riferimenti culturali, fino al mio nipotino che si sorprende perché mi cambio velocemente di costume o a mia madre a cui spunta la lacrimuccia quando ci sono momenti nostalgici. Solo è uno spettacolo che fa sognare».
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