L’intervista ad Antonello Piroso: «In “Papà” affronto alcune questioni in sospeso con le mie radici familiari»

L’autore si racconta: «Sono cresciuto senza affetto, era normale». Oggi la presentazione del romanzo al Festival Vasto d’Autore 2026
PESCARA. «Sono diventato orfano a 60 anni. Mi sono accorto di avere delle cose in sospeso con i miei genitori. Così ho scritto il libro, l’ho fatto di getto mentre ero a Ovindoli». Antonello Piroso racconta al Centro la sua presa di coscienza nel rapporto tra lui e suo padre. Un tema affrontato nel suo primo libro Papà, edito Piemme, che oggi presenta alle 19.30 al Festival Vasto d’Autore, nei giardini di Palazzo d’Avalos. Nato a Como da padre calabrese e madre ligure, la sua è una famiglia «a basso reddito» che lo porta a impegnarsi nel mondo lavorativo fin da ragazzo. All’inizio degli anni Ottanta arrivano le prime collaborazioni come libero professionista: nel 1985 per Prima Comunicazione, La Repubblica, Capital e Panorama. Collabora come autore televisivo di programmi Rai e debutta come co-conduttore con Eva Robin’s nel 1991 nel programma “Primadonna”. Ha realizzato servizi per le trasmissioni Target, Verissimo e Striscia la notizia. Tra i suoi più grandi successi televisivi ricordiamo “Niente di personale” all’interno del contenitore mattutino Omnibus, su La7, che poi trasforma in talk show di approfondimento politico. Diventa prima vicedirettore del Tg La7 e poi direttore.
È stato co-conduttore radiofonico per Rtl 102.5 e dal 2017 conduce la rubrica Rock & Talk, nei panni del Cavaliere Nero, dove combatte il conformismo del politicamente corretto. Giornalista poliedrico e pieno di risorse, non si risparmia contro quel giornalismo «a caccia di ascolti» perché ci sono argomenti che «dovrebbero essere trattati nel giro di 5 giorni ma, poiché tirano, se ne parla quotidianamente su tutte le emittenti per mesi», come il caso Garlasco. Ma non è il suo caso. Nonostante le sue tante inchieste giornalistiche, per citarne alcune quella su Enzo Tortora, o quella su Walter Tobagi o ancora su Giorgio Ambrosoli, personaggi accomunati tutti dall’essere stati vittime, in modo diverso, delle falle del sistema giudiziario italiano degli anni Settanta e Ottanta. Inchieste che gli hanno valso due premi prestigiosi, il Premiolino e prima ancora il Flaiano (come miglior conduttore televisivo). Pescara, oltre a Vasto, non è l’unico legame tra il noto giornalista e l’Abruzzo: lui stesso confessa di avere un posto tranquillo dove rifugiarsi, ed è la casa dei suoceri a Ovindoli.
Il suo primo libro parla di un “amore disperato”, come suggerisce il sottotitolo (Anatomia di un amore disperato), riferendosi al rapporto con suo padre. Perché scrivere un memoir così forte?
«Non è un libro sulla storia della mia famiglia, né un’autobiografia sulla mia carriera professionale. Il libro affronta la storia della relazione tra me e mio padre, che ha conosciuto dei momenti diversi: la percezione che un bambino ha del proprio padre è diversa rispetto a quella di un adolescente e via crescendo. Quindi è un rapporto che si è modificato nel corso degli anni».
E cosa l’ha spinto a scrivere adesso questa sorta di “j’accuse”?
«Mi sono reso conto che c’erano tante cose in sospeso con mio padre quando lui e mia madre sono venuti a mancare durante il lockdown. Prima del Covid io e mia sorella li abbiamo portati in una Rsa. Quando sono scattate le restrizioni con la pandemia, necessariamente le visite ai miei genitori sono venute meno. Si aveva tutti il terrore che chi arrivava dall’esterno a trovare i propri parenti potesse portare dentro il virus. Questa situazione ha influito, secondo me, sullo stato di salute dei miei genitori che non sono morti a causa del virus, ma di solitudine. Una situazione faticosa per una persona anziana, o anche dolorosa».
Nel libro affronta il tema del perdono, tra gli altri, definendolo come qualcosa che è arrivato “troppo tardi”.
«Mi sono ritrovato a essere orfano a 60 anni e mi sono reso conto di non aver detto alcune cose ai miei genitori. Mi sono reso conto che mentre mia madre era una presenza fissa nella mia vita, un punto di riferimento, altrettanto non potevo dire di mio padre».
Perché?
«Parliamo di sessanta anni fa, quando chi lavorava all’interno di una famiglia era soprattutto la figura paterna mentre quella materna restava in casa per amministrare gli affari di famiglia. Mio padre in casa non c’era quasi mai e, quando c’era, il nostro era un rapporto vissuto con rispetto reverenziale da parte mia. Il rapporto con lui l’ho vissuto poco e male da ragazzo».
In che modo di preciso?
«Sono cresciuto in una famiglia modesta. Come dicevo prima, era quel periodo storico dove l’educazione ai figli veniva impartita in maniera piuttosto rigida. A scuola anche i maestri ti tiravano le bacchettate sulle mani se facevi qualcosa di sbagliato. Adesso non si potrebbe fare, sospenderebbero il docente e sarebbe messo alla gogna anche sui social. Ecco, lo stesso avveniva in casa mia. Mio padre ha alzato le mani su di me, anche su mia sorella, era insomma manesco, ma era normale all’epoca. Non era sicuramente un violento, era una brava persona».
In una parola come lo definirebbe?
«Un influencer. Mio padre é stato un grande influencer, perché diciamolo: i genitori sono i più grandi influencer dei figli».
Secondo lei, oltre al periodo storico, perché suo papà aveva questo carattere di una persona anaffettiva?
«In verità ho capito che mio padre è cresciuto senza l’amore di un padre. Mio nonno non aveva le caratteristiche proprie di un nonno dei nostri tempi, pieno di attenzioni e gesti affettuosi. Non gli era stato insegnato un sentimento d’amore per poterlo trasmettere a sua volta ai suoi figli, cioè a me e a mia sorella».
Non si può insegnare qualcosa che non hai dentro.
«Credo che però si possa prendere esempio dalle esperienze vissute. Mio padre era un uomo molto sensibile e buono d’animo, solo che non ha avuto gli strumenti adatti per usare i suoi sentimenti».
E lei con suo figlio come è?
«Spero di essere un buon padre. Ho vissuto bene fino a 55 anni senza figli. Ora lui ne compirà 10 e sto vivendo ancora meglio. Perché un figlio ti cambia davvero la vita e il modo di approcciarti a essa: improvvisamente il centro del mondo non è più il tuo ombelico ma il suo. Per dire, sei felice se lui (il figlio) è felice, tutto il resto conta poco».
Il suo libro è un viaggio emotivo. Quanto è stato difficile scriverlo?
«L’ho scritto in una settimana a gennaio. Ero nella casa dei miei suoceri a Ovindoli. Ho chiamato il mio editore e a marzo era già pronto per essere pubblicato. Non ho dovuto aspettare i tempi biblici delle correzioni. E poi è scritto senza, o quasi, la punteggiatura».
Una scelta stilistica particolare.
«Una scelta che dà vita a un lungo flusso di coscienza, senza interruzioni nette, che riflette il tono intimo e incalzante della storia».
Per concludere. Lei viene dal giornalismo d’inchiesta. Cosa pensa del caso Garlasco e del fatto che se ne parli così tanto nei vari talk show?
«Non ho mai amato particolarmente la cronaca nera. Trovo raccapricciante il fatto che da un anno tutte le emittenti televisivi si occupino ogni sera del caso. È diventata un’ossessione. Mi verrebbe da dire che sia un circo mediatico quello di Garlasco. E, per citare Luigi Barzini, “fare i giornalisti è sempre meglio che lavorare”».
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