otto interviste al tramonto

Luca Tosto: «In azienda aspetto Giorgia Meloni, ci ha ridato credibilità»

16 Luglio 2026

L’imprenditore che guarda all’energia del futuro tra nucleare e idrogeno si racconta a Rete8: «Un uomo solo non è nessuno, per vincere è importante la squadra»

In azienda, con l’orizzonte dell’energia del futuro, guida una squadra di 1.400 persone che producono anche pezzi di reattori nucleari; a casa, una moglie e 4 figlie. «Un uomo solo non è nessuno», dice l’imprenditore Luca Tosto, terzo ospite di “8 Interviste al tramonto” in onda questa sera alle ore 20.30 su Rete8 (regia di Antonio D’Ottavio). Nella sua azienda, la Walter Tosto spa di Chieti, l’amministratore delegato Tosto, 54 anni, aspetta una visita: «Io spero che il presidente del Consiglio possa fare un passaggio, sulla strada tra Roma, Pescara e Chieti, e fermarsi. Sono molto affascinato perché è di grande valore e credo che abbia ridato grande stima internazionale all’Italia e alle imprese italiane».

Quando è stata l’ultima volta che si è fermato a guardare il tramonto?
«Non capita spesso. È inevitabile che, per i grandi impegni, si sia spesso in viaggio, e quasi tutte le sere si rimanga in ufficio fino a tardi per sbrigare le ultime cose; così il tramonto se ne va molto prima».

Il tramonto proietta una giornata verso la sua naturale conclusione. La sua giornata, per esempio, oggi com’è stata? Proficua oppure niente di straordinario?
«Oggi in particolare è stata una giornata interessante, perché abbiamo discusso con un partner abruzzese molto importante — una società di ingegneria — di alcuni progetti innovativi che riguardano un modo diverso di produrre l’idrogeno. L’idrogeno è visto come una fonte e un vettore energetico cruciale, e produrlo nella maniera più semplice, smart ed economica fa la differenza. Guardiamo con grande interesse a questa nuova energia».

Qual è la parte della sua giornata che le piace di più?
«Tutta la giornata è molto frenetica. Si parte con l’idea di fare una cosa e poi si finisce per farne tutt’altra; è sempre una novità ed è un’impresa rispettare lo schedule che ti sei dato. La cosa più importante, però, è la soddisfazione di vedere il lavoro di anni concretizzarsi in un ordine. Un ordine significa lavoro, significa aver alimentato questa grande macchina che è l’impresa, aver dato sicurezza alle officine e risposte ai desideri dei collaboratori».

Per essere un imprenditore di successo bisogna essere metodici?
«Lo sono grazie al grande aiuto dei miei collaboratori. Di me dicono anche che sono abbastanza fantasioso, a volte fuori dalle righe, ma credo che sia la squadra messa in campo in azienda a farci vincere. Tutto avviene sempre con il grande supporto dei miei collaboratori».

Quindi non vince l’uomo solo, ma vince la squadra?
«Assolutamente. Un uomo solo non è nessuno. Siamo una macchina in cui ognuno ha le proprie caratteristiche. Naturalmente, in questa diversità, ci sono momenti in cui uno fa da rimorchio e l’altro da trattore, e momenti di stanca in cui speri che chi ti è più vicino — avendo la capacità di cogliere le situazioni e ricoprire determinati ruoli — sia in grado di spingere il motore dove serve. È una macchina complessa che si costruisce negli anni, con grande sacrificio; anni importanti perché ti mettono nelle condizioni di conoscersi a fondo».

Lei ha un cognome che contiene anche un significato ben preciso: ma secondo lei nella vita che cos’è “tosto”?
«È un cognome che teoricamente, dicono, provenga dalla Sicilia, anche se non abbiamo legami con questa bellissima terra. “Tosto” è l’impegno, il sacrificio, il non demordere. Tosto è esattamente mio padre, il fondatore, Walter Tosto: lui è realmente tosto, ed è lui che ha dato il nome all’azienda. Per me questo termine significa serietà, impegno, determinazione e correttezza. Ha un grande significato».

Quando ha capito che il peso delle responsabilità dell’azienda di famiglia si sarebbe trasferito proprio sulle sue spalle?
«Questa è una cosa simpatica, perché non l’ho capito tardi: ci sono nato con questa idea. L’educazione che abbiamo ricevuto in famiglia è stata quasi un ricordarci quotidianamente, fin da bambini, che quella era la strada, la direzione. Così ho studiato, ho lavorato, mi sono impegnato. Ho avuto la possibilità di frequentare l’azienda fin da giovanissimo, magari durante quei mesi estivi che in passato si usavano per capire cosa fosse l’impresa. È stato un percorso iniziato da subito, ed è fondamentale per un giovane che deve comprendere il proprio futuro».

Ha mai pensato che poteva fare altro?
«Qui c’è un bellissimo aneddoto. Ho fatto il servizio militare a 18 anni in Marina, sono stato imbarcato e quella vita mi aveva affascinato. Lì per lì, pensavo che una volta congedato sarei andato a Livorno per fare l’Accademia Navale. Quando lo dissi in famiglia, mio padre rabbrividì. Non disse nulla a mia madre, per il timore che lei potesse sostenermi e darmi ulteriore grinta per intraprendere quella carriera, creando magari qualche discussione tra loro. Diciamo quindi che era scritto che il mio futuro fosse in azienda. Naturalmente, l’azienda di allora era totalmente diversa da quella di oggi: abbiamo anche cambiato il nome da “Walter Tosto Serbatoi” a “Walter Tosto spa”, perché serbatoi era ormai diventato riduttivo».

Le capita mai di mettersi nei panni dei suoi operai?
«Ci provo, ed è importante farlo perché l’azienda è fatta di un complesso di competenze. Quando parliamo di operai, parliamo di alte professionalità: oggi i nostri operai realizzano cose complicatissime. Hanno una formazione e una competenza quasi uniche nello scenario internazionale. Questo permette alla Walter Tosto, un’azienda nata a Chieti, in Abruzzo, di competere con grandi gruppi globali, spesso supportati dai rispettivi Stati, mentre noi siamo un’azienda privata».

Lei saprebbe fare con le mani quello che fanno i suoi operai?
«No, non lo saprei fare, però ho molta inventiva, quindi sono in grado di supportarli con l’ingegno. È davvero complicato: ci sono mestieri che sono vera e propria arte. Gli stessi operai, per arrivare a questo livello, hanno impiegato anni, se non decenni. Per completare la propria formazione, uno dei nostri tecnici — che preferisco definire collaboratore o professionista anziché operaio — impiega dai 6 agli 8 anni prima di acquisire quella specializzazione che tutto il mondo ci riconosce».

La sua azienda ha circa 1.400 dipendenti ed è un punto di riferimento in un settore ormai strategico: è stato facile o difficile arrivare al punto in cui si trova adesso?
«È stato al contempo facile e difficile, perché non si arriva mai a un traguardo definitivo: si conquista la competenza millimetro per millimetro, come ripete sempre mio padre. Tutto ciò che siamo oggi lo abbiamo costruito in 65 anni di storia. Anche le esperienze passate e i vecchi mestieri che oggi non esistono più hanno alimentato il nostro know-how attuale. È un grande bagaglio. Guardando oggi può sembrare semplice, ma se guardiamo indietro capiamo quanto sia stato difficile, perché dietro c’è una vita intera di lavoro».

Prima lei ha parlato dell’idrogeno. Come sarà secondo lei l’energia del futuro in Italia?
«L’energia del futuro sarà inevitabilmente un mix. Oggi si guarda con grande interesse e necessità all’energia nucleare da fissione e, speriamo presto, da fusione. Con l’energia nucleare è possibile produrre grandi quantità di idrogeno, che in questo caso non sarà né verde né blu, ma rosa. Speriamo di investire molto nella ricerca per sviluppare auto con motori a idrogeno efficienti e centrali nucleari capaci di generarlo. Ma il futuro dipenderà anche dal mix con eolico, fotovoltaico e persino con l’energia del moto ondoso che, se ottimizzata, potrà alleggerire di molto la bolletta energetica del Paese».

Lei è un imprenditore di seconda generazione: da bambino come guardava suo padre?
«Mio padre per me era un gigante. Anche quando non capivo le sue scelte e avrei voluto dirgli di no, ho sempre pensato: se è riuscito a fare tutto questo, una ragione ci sarà. In questo senso sono stato bravo a fare certi ragionamenti, perché non è mai facile andare sempre d’accordo. Il nostro passaggio generazionale è avvenuto ormai da molti anni, e quando mi chiedono come sia stato possibile, rispondo che è perché ci sono cresciuto. Non ci siamo svegliati a 25 anni decidendo di fare il passaggio: a 6 anni sentivo già che quella era la mia strada. C’è stato grande rispetto e fiducia reciproca, la bravura di entrambi e, naturalmente, un pizzico di fortuna. Per cambiare serve anche un mercato favorevole, un’azienda sana e la possibilità di commettere qualche errore; è un insieme di fattori».

Quindi non era un figlio ribelle?
«No, credo proprio di no, anzi, al 100% no. Sono stato un figlio attento e consapevole del fatto che un adulto vada rispettato. E papà si faceva rispettare, quindi c’era anche questo aspetto».

Lei ha quattro figlie, che padre è?
«Credo di essere un buon padre; mi vogliono bene, quindi direi di sì. Anche le mie ragazze sono molto impegnate nello studio e nelle loro attività. Sono un padre che le accompagna e che forse, a volte, le vizia un po’ troppo. Si commettono errori, e spesso accade perché si tende a dare loro qualcosa in più rispetto a ciò che noi abbiamo dovuto guadagnarci con tanto sacrificio».

E cosa desidera per le sue figlie?
«Desidero una cosa in particolare: la certezza che incontrino un marito capace di costruire insieme a loro una bella famiglia. Il lavoro è un’altra cosa, ognuna di loro prenderà la propria strada e ha già impegni diversi. La cosa che conta davvero è l’amore».

Un uomo che le rispetti?
«Un uomo che le rispetti, sì. Ma non chiedo cose straordinarie, solo: “Sii te stessa e impegnati”. Cerco di trasmettere loro l’importanza di essere consapevoli del contesto in cui si trovano, di muoversi in armonia con ciò che le circonda e di rispettare gli altri. E poi insisto molto sull’umiltà: l’umiltà è un valore determinante in ogni situazione. È la cosa che ricordo loro più spesso».

Quanto sente che sia importante il suo esempio per le sue figlie?
«Credo che guardino al mio impegno nel lavoro, nell’azienda e nella famiglia. Cerco di essere presente il più possibile: anche se per quattro o cinque giorni alla settimana sono in giro per il mondo, non c’è sabato o domenica in cui io non riatterri a casa, salvo viaggi eccezionalmente distanti. Per me la famiglia significa questo grande impegno a essere presenti, a sedersi tutti insieme attorno a un tavolo per dialogare e confrontarsi. È una cosa semplice, ma fondamentale».

Vorrei aprire un altro capitolo con lei. Durante la prima puntata di questo programma ho chiesto a Franco Pomilio, l’imprenditore della Pomilio Blumm, cosa pensasse della classe politica abruzzese e lui mi ha risposto con una frase fulminea, dicendomi: «È pessima». Lei invece cosa ne pensa? Com’è la classe politica abruzzese?
«Ho avuto modo di conoscere un po’ meglio il centrosinistra e, ultimamente, sto conoscendo il centrodestra abruzzese; nomi che prima sentivo soltanto, ora li conosco più da vicino. Noto una qualità e un rispetto, sia a livello locale che nazionale, di grande rilievo, quindi non ho commenti negativi da fare. Naturalmente l’azione di governo di una regione è importante, e se è coordinata con quella del governo nazionale si crea una sinergia vincente, un win-win. Spero che l’Italia, e non solo il nostro Abruzzo, possa continuare a ricevere la stima internazionale che sta riscuotendo oggi: è una cosa che ci è mancata per troppo tempo».

Se lei fosse un politico, in pillole cosa farebbe per migliorare la nostra società?
«Su questo non ho dubbi: dovremmo reinvestire nella scuola. Dovremmo valorizzare e supportare il ruolo dei docenti, ridando piena dignità alla figura del professore. È un ruolo che da troppo tempo è stato svilito, eppure è un lavoro importantissimo, fondamentale per tutto ciò che viene costruito dopo. Partiamo dalla scuola, ridiamo dignità e sostegno ai professori, e lavoriamo per un’istruzione che sia sempre più in simbiosi con il mondo delle imprese».

Ci sono imprenditori che hanno lasciato l’impresa e hanno fatto politica, Berlusconi è uno dei più importanti: lei farebbe politica?
«Credo proprio di no. Innanzitutto bisogna essere capaci di tenere il palco e avere cose importanti da dire. Berlusconi all’inizio potrebbe averlo fatto per tutelare la sua impresa, ma poi è stato bravissimo; era una persona affascinante, di gran cuore e di straordinaria intelligenza. Io non sarei in grado. Per fare politica con la “P” maiuscola credo serva un enorme altruismo, perché si lavora per il bene comune. E ce ne sono diversi così, anche in Abruzzo».

Una curiosità: la sua azienda è stata visitata nel corso degli anni da tanti politici. Chi l’ha impressionata più di tutti?
«Deve ancora arrivare. Io spero che il presidente del Consiglio possa fare un passaggio, sulla strada tra Roma, Pescara e Chieti, e fermarsi. Sono molto affascinato perché è di grande valore e credo che abbia ridato grande stima internazionale all’Italia e alle imprese italiane».

E come accoglierebbe Giorgia Meloni nella sua azienda?
«Con umiltà e semplicità, senza trattarla come un’extraterrestre, ma accogliendo la persona che è, con la verità delle cose».

C’è un personaggio che ammira?
«Sì, mi piace tantissimo Totò, sia come comico che come poeta».

Totò diceva che la felicità è un attimo di dimenticanza: è d’accordo con questa frase?
«Assolutamente d’accordo, è una definizione bellissima».

Se io le chiedessi se lei è felice, cosa mi risponderebbe?
«Le risponderei che sono molto felice. Lo sono per il ruolo che ho in azienda, in famiglia, per mia moglie e per le mie sorelle. Prima parlavo della mia famiglia stretta, ma intendo anche quella d’origine, con mio padre, mia madre e le mie sorelle. Guardo al futuro con la passione di chi vuole continuare a fare ciò che ama, investendo sul nostro territorio. Anche se abbiamo diverse attività all’estero — e qualcuno potrebbe pensare che stiamo disinvestendo — il nostro cuore è qui. Sfruttiamo le opportunità sui mercati internazionali, ma la nostra base resta saldamente in Abruzzo, tra Pescara e Chieti».

Ha parlato di futuro, ma tra dieci o quindici anni lei dove si vede?
«Tra dieci anni spero che avremo completato un ciclo industriale importantissimo. Parlo di lavoro perché stiamo vivendo un momento cruciale a livello globale: saremo chiamati a supportare la realizzazione di molti nuovi impianti nel settore nucleare. I player internazionali in questo campo sono pochissimi, per cui siamo un’azienda piuttosto corteggiata. D’altro canto, tra dieci anni ne avrò 64: qualcuna delle mie figlie avrà senz’altro trovato la sua strada e l’amore della sua vita, quindi sarà il momento di capire se ci sarà spazio in azienda per le nuove generazioni».

A chi vorrebbe dire grazie?
«Ai miei genitori. E poi ai nostri collaboratori ormai in pensione, che hanno costruito un pezzo della strada che ci ha portato fin qui. Un grazie immenso va anche a mia moglie, che mi supporta nella gestione del lavoro e della famiglia: so di essere spesso assente durante la settimana, ma il sabato e la domenica cerco di non mancare mai. Grazie alla mia famiglia».

E a se stesso non sente di dirsi grazie?
«No, io mi maltratto».

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