Pamich, il profugo fiumano oro alle Olimpiadi del 1964: «D’Annunzio fu la libertà»

Il campione a Pescara per la pièce sul suo “Memorie di un marciatore” «Alla fine della guerra fummo cacciati e l’Italia ci considerava fascisti»
PESCARA. «A Fiume si viveva benissimo. Tutti si integravano nella città e si sentivano fiumani dopo pochi anni che vivevano lì, ungheresi, cechi, tedeschi, austriaci. Non c’era il ghetto per gli ebrei, si andava a scuola insieme, non c’era distinzione tra abitanti della città». Mentre parla della perduta città natale, intervistato dal Centro, Abdon Pamich guarda davanti a sé, come se fissasse con nostalgia un punto lontano, oltre un confine. Che prima, negli anni della sua infanzia, non c’era, alzato dopo la Seconda Guerra mondiale dalla slavizzazione imposta con violenza dal maresciallo jugoslavo Tito, tra persecuzioni, arresti, sparizioni, fino all’orrore delle foibe.
La chiacchierata col grande marciatore italiano, classe 1933, campione olimpico ed europeo negli anni ’60, 40 titoli italiani, è avvenuta a Pescara domenica scorsa nel Florian Espace, prima dello spettacolo “Passi” della veneziana Compagnia Farmacia Zooè, di e con Marco De Rossi, regia Gianmarco Busetto, dal libro di Pamich “Memorie di un marciatore”. Per la prima volta il campione assisteva alla pièce che rievoca la finale olimpica della 50 km di marcia di Tokyo 1964, col suo sofferto oro, alternata al racconto della fuga da Fiume la notte del 23 settembre 1947 insieme al fratello Giovanni. Addosso pochi anni e pochi vestiti, troppo leggeri per il freddo che già arrivava la notte sulle montagne del Carso. Alle spalle famiglia e città natale, davanti un confine da oltrepassare, tracciato con la vernice e presidiato dai soldati titini, verso un futuro da profughi. “Passi” e il saluto a Pamich sono stati ospitati, in vista del 10 febbraio, Giorno del Ricordo, dal Florian Metateatro, col sostegno del Comune e in collaborazione con Anvgd, l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia sorta nel 1947 per raccordare le migliaia di profughi, italiani autoctoni, provenienti da Venezia Giulia, Quarnaro, Dalmazia, territori del Regno d’Italia prima occupati dall’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia del maresciallo Josip Broz Tito e poi annessi dalla Jugoslavia coi Trattati di Parigi del 1947. L’esodo giuliano dalmata vide emigrare più o meno forzatamente tra i 250mila e i 350mila italiani tra il 1945 e il 1956. Tra loro gli adolescenti Giovanni e Abdon Pamich, il primo diventato un chirurgo, il secondo un asso dell’atletica con una laurea in psicologia dello sport.
Dottor Pamich, Pescara è la città di Gabriele D’Annunzio, autore dell’impresa di Fiume e sostenitore della sua italianità.
Creò un entusiasmo sfrenato in città perché dietro a lui arrivarono futuristi, artisti, avventurieri. Insieme al sindacalista Alceste De Ambris scrisse la Carta del Carnaro, una costituzione avveniristica, in cui veniva dato il voto alle donne e riconosciute le libertà religiosa e politica.
Non aveva ancora 14 anni quando fuggì. Come si viveva a Fiume? E cosa succede all’arrivo dei soldati di Tito?
Era una città mitteleuropea, cosmopolita già sotto l’impero austriaco. Chi arrivava a Fiume si integrava velocemente, dopo pochi anni parlava in fiumano e dopo appena una generazione ci si sentiva fiumani. Alla fine della guerra c’è stata la “snazionalizzazione” forzata. Siamo stati messi in condizione di andarcene. Se il 90 per cento della popolazione italiana se n’è andata ci sarà stata una ragione.
Profughi nella vostra patria, come foste accolti in Italia?
Con molta diffidenza. Eravamo considerati fascisti perché andavamo via dal paradiso, dal comunismo. Quando transitò un convoglio di profughi alla stazione di Bologna i ferrovieri bolognesi impedirono alla Croce Rossa di salire per portare il latte ai neonati. “I fascisti non li vogliamo” si gridava. Ma da noi non era necessario iscriversi al partito per lavorare, mio padre non ha mai avuto la tessera.
In Italia avete girato vari campi profughi. Quali erano le condizioni?
Difficili. Il campo di raccolta di Novara era nella caserma Perrone, un edificio bombardato, senza tetto né finestre, freddo, umido, con l’acqua che colava lungo i muri, le cimici, poco cibo, l’ostilità della gente fuori. Al nostro arrivo ci diedero un sacco da riempire con foglie di granturco per farne il materasso.
Perché questo trattamento dei profughi?
Per non urtare Tito, che si era diviso dal Cominform ed era una barriera tra blocco occidentale e comunismo. A tutti conveniva star zitti.
È impegnato nella Società di Studi Fiumani. Cosa pensa di chi nega o minimizza le foibe?
Sono in malafede, negano senza documentazione, mentre noi documentiamo tutto. La Società ha dimostrato la verità dei fatti in contraddittorio con l’Istituto Storiografico di Zagabria.
Della vittoria a Tokio è celebre la foto all’arrivo, con lei che strappa il filo del traguardo.
M’era già scappata due volte la vittoria olimpica e in gare più facili. Pensavo non dovesse arrivare neanche quella volta. Quel gesto significava “t’ho acchiappato!”. Nient’altro, un gesto semplice. Eravamo molto più posati rispetto agli isterismi degli atleti di adesso.

