Premio Flaiano alla Cultura ad Allevi: «Non posso guarire, amare la vita è la mia cura»

Il pianista al Petruzzi si racconta tra malattia, musica e aneddoti inediti: «In ospedale ho composto un concerto basandomi sul mieloma. Una notte mi sono alzato e ho iniziato a dirigerlo»
PESCARA. Sognatore è un uomo con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole, scriveva Ennio Flaiano. E, se la sua massima è vera, Giovanni Allevi è un sognatore. Anche per questo la presidente Carla Tiboni lo ha omaggiato con il Premio Internazionale Flaiano per la Cultura: se la storia del musicista è quella di una carriera tallonata da una malattia incurabile - il mieloma multiplo, tumore del midollo osseo - la sua gioia è vulcanica, contagiosa. Lo dice lui, sotto un cespuglio di capelli grigiastri: «Vorrei che usciste di qua con la gioia di vivere nel cuore».
È così: Allevi intrattiene per oltre un’ora, ride e scherza di tutto, trasforma aneddoti potenzialmente tragici in qualcosa di cui sorridere, rilassa un pubblico naturalmente ingessato davanti alla gravità di una condizione che lo costringe, oggi, in un busto ortopedico e sapendo che «la mia malattia, me lo dissero dopo la diagnosi, non mi apre a lunghe prospettive ed è incurabile». Tornerà su questo punto. Intanto, accompagnato dalla giornalista Gabriella Simoni, si racconta dalle pagine del libro I nove doni (Solferino): i primi sintomi, la diagnosi durante una passeggiata, l’accettazione, il ricovero, il buddismo e ovviamente la musica.
Si parte, come sempre, dal principio: «Ero in tour e avvertivo da giorni dolori alla schiena», racconta Allevi dal palco, «ma ho ignorato il problema. Poi, dopo delle analisi del sangue di routine, la telefonata: ero per strada, la dottoressa mi chiama. Mi dice un nome mai sentito: mieloma multiplo. Il tono è grave, mi preoccupo. Lei però mi calma subito: la diagnosi, dice, è il primo passo per la guarigione». Tra la diagnosi e il primo ricovero c’è l’incontro surreale in taxi: «Arriva un tassista a prendermi, salgo. Lui mi riconosce: “Signor Allevi! Come sta?”. E io: “Tutto benissimo, grazie!”. “Dove andiamo?”. Silenzio. Gli do solo l’indirizzo. E lui: “Ma è l’istituto per i tumori...”. Gelo».
In ospedale Allevi conosce altri pazienti e – lo racconta divertito ma il pubblico, in sala, non riesce a non commuoversi – scopre «la bellezza del mondo della fragilità», poi spiega: «A ematologia mi hanno accolto così: un signore possente, anziano, mi si avvicina, alza un braccio come a parlare a nome di tutti e mi dice “Qui siamo tutti uguali”. Cioè: non ero Giovanni Allevi, persona famosa inspiegabilmente in quel reparto. Ero Giovanni, ero un paziente. Come loro. Questa accoglienza mi ha squarciato l’anima». Non c’è soltanto il dolore lancinante alla schiena.
Con il mieloma, Allevi ha iniziato a soffrire di tremori alle mani e con i tremori, il formicolio «con una sensazione di punta di spillo sui polpastrelli. Insomma, perfetto per suonare!», scherza il pianista. Come si suona con le mani che tremano, con la schiena che duole, con l’ansia delle terapie? «Già a Vienna si era creato imbarazzo con il pubblico: a fine concerto parte l’applauso, provo ad alzarmi e non ci riesco. Quelli avranno pensato che non volessi, alla fine ce l’ho fatta. Ad Osaka, a Buenos Aires me la sono cavata. Non volevo fermarmi, in qualche modo ce l’ho fatta. A Stoccarda, invece, i dolori sono diventati più forti, l’ansia mi ha invaso. Il pomeriggio, prima del concerto, tremavo come una foglia. Ho chiesto un letto per potermi stendere, non ce l’avevano. Ma poi mi hanno fatto trovare un tavolo con un piumone e un cuscino. Mi sono arrotolato nel piumone, in posizione fetale e ho fatto una cosa importantissima: ho respirato».
La respirazione è centrale per Allevi: combatte l’ansia e i pensieri intrusivi, lo riconnette con il mondo, «soprattutto mi aiuta a superare il dolore e in questo», racconta, «ho scoperto di condividere un precetto buddista. Il Buddha diceva che esistono due dolori: quando ti colpisce una freccia, c’è il dolore oggettivo; ma poi, i pensieri e le paure sono come una seconda freccia, un dolore soggettivo. La respirazione mi aiuta a togliere quella seconda freccia e così a Stoccarda, quella sera, ho fatto così: ho respirato».
Bach compose la sua ultima raccolta di composizioni, L’arte della fuga, fino al 1750, anno della sua morte, lasciandola incompiuta. Ma un finale, in qualche modo, c’è: è nel quattordicesimo contrappunto, quando compare questa stranissima melodia di sole quattro note - si bemolle, la, do, si. Allevi scioglie il mistero: è la trasposizione, in musica, delle quattro lettere che componevano il nome Bach. E, in questo senso, la firma. L’ultima. «Anche io volevo fare qualcosa del genere: dopo la diagnosi, dopo lo sconforto, è arrivata la luce su questa parola così bella, nonostante tutto: mieloma. Sette lettere, sette note».
Un calcolo, una conversione, un esercizio matematico ed eccola qui, la melodia: «È in do, bellissima, romantica, con il suo sviluppo in la bemolle che le dà un tocco malinconico». Così inizia MM 22 (Mieloma multiplo, 2022), concerto che Allevi ha composto proprio nei giorni del ricovero ospedaliero. Non per piano solo, né per piano e orchestra. Un concerto per violoncello, invece: perché, spiega, «pensavo che non avrei mai più potuto suonare, mi ero arreso a quest’idea. Ma comporre, in quel momento, era per me un modo di illudermi che avrei potuto avere la meglio sulla malattia. Che avrei potuto dirigerla, un giorno». E così è stato: quel concerto, MM 22, è diventato realtà, diretto dall’uomo che pochi mesi prima, in quella sala di ospedale dove ha scritto, sul suo computer, tutta la partitura, pensava di non farcela. Ed è solo la metà di questa storia. Eccolo, il sognatore.
Nemmeno un provocatore come John Cage – l’uomo che “suonò il silenzio” per circa quattro minuti – sarebbe mai riuscito a immaginare che la prima di un concerto per violoncello e orchestra si sarebbe tenuta... in un ospedale! Allevi lo ha fatto: gli spettatori? Appena tre e si chiamano tutti Giovanni. «Era notte, dormivo nella mia stanza d’ospedale», è il racconto di Allevi. «Alle 3 arriva, puntuale, la mia insonnia. Mi sveglio, sono felice: ho ultimato poche ore prima, tutto il concerto. L’ho inciso sul computer con suoni elettronici, dura 22 minuti. Fuori è buio, le luci sono spente, tutti dormono. Io ho una flebo perennemente attaccata al braccio, mi alzo dal lettino e... inizio a dirigere il mio concerto, con piccoli movimenti delle braccia».
Le telecamere di videosorveglianza, però, sono accese: corrono in stanza due infermieri, «Giovanni e Giovanna (ride). Li tranquillizzo: “Sto facendo le prove del mio concerto, volete sentirlo?”. E lo abbiamo ascoltato, insieme, di notte, dal mio pc». La malattia di Allevi è incurabile. Ma lui, dal palco, sorride. Qual è la cura di una malattia incurabile? «Essere qui, con voi, in questo momento», dice. «Oggi vi incontro, ieri ho rivisto i miei genitori. Ho visto una nuova primavera e sono felice. E allora sono guarito».
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