Premio Russo. Il coraggio dei reporter al tempo dei nuovi conflitti

A Francavilla il riconoscimento a quattro giornalisti per il loro lavoro sul campo
FRANCAVILLA
Che tipo di giornalista fosse Antonio Russo, lo racconta bene l’aneddoto che ricorda Guido Alferj, storico inviato del Messaggero. «Pristina, Kosovo, marzo del 1999. Avvertono noi giornalisti che quella sera sarebbero iniziati i bombardamenti della Nato», racconta Alferj, «noi ci organizziamo per lasciare il prima possibile l’area. Tutti. Tranne Antonio. Lui non è mai in hotel con noi, si fa sempre ospitare da famiglie del posto. Rimarrà lì per 15 giorni sotto le bombe, per raccontarle. S arà l’unico cronista a farlo». Il conflitto visto al di là dello specchio. La ricerca della verità, sempre, anche a costo della propria vita. Nell’epoca in cui le guerre sono tornate ad avvolgere il mondo e raccontarle per un giornalista è sempre più pericoloso o impossibile, la storia di Antonio vale come un monito. All’Auditorium Sirena di Francavilla – sold out – il monito diventa un simbolico passaggio di consegne. È questa la sede della tredicesima edizione del premio Antonio Russo, organizzato dall’omonima fondazione, presieduta dal cugino di Antonio, Michele Russo. A rappresentare l’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo il consigliere Andrea Mori.
Quest’anno sono stati assegnati quattro riconoscimenti ad altrettanti cronisti che hanno vissuto e raccontato le zone di crisi nel modno sul posto, senza essere «buoni giornalisti», come si fregiava di non essere Antonio. Perché «essere buoni giornalisti significa fregarsene, non avere rapporti sentimentali con la gente, con le cose e con le persone». I “cattivi” giornalisti scelti quest’anno dalla giuria sono l’inviata televisiva Lodovica Bulian, lo storico cronista Eric Salerno (premio alla carriera), il fotoreporter Emanuele Satolli e Greta Privitera del Corriere della Sera. Lei, però, non è potuta esserci: è dovuta tornare in Israele, in vista delle elezioni. Giornalismo sul posto, non di veline.
Sono passati 26 anni da quando Antonio Russo è stato trovato morto, a qualche chilometro da Tbilisi, con la cassa toracica fracassata e privo dei suoi oggetti personali. Stava raccontando la brutalità della guerra dei russi in Cecenia. «Ho questo ricordo della mia infanzia», confessa Luca Telese che, insieme ad Alessandra Relmi, conduce l’evento. «Papà che accendeva la radio e mi chiamava: “Vieni, vieni che sta per parlare Antonio Russo su Radio Radicale”. Le tappe della sua carriera sono passate per i quattro angoli del mondo. E la sua voce», aggiunge, «è stata la voce di una generazione che voleva ascoltare la verità».
Furio Colombo ha detto più volte che un premio di giornalismo intitolato ad Antonio Russo non è un gesto ornamentale. È molto di più. Altrimenti non sarebbe in grado di mettere d’accordo una giuria così eterogenea. Oltre ad Alferj, ne fanno parte Gabriella Simoni, Fausto Biloslavo e Toni Capuozzo. «Uomini e donne con pensieri diversi, ma che nel nome di Antonio riescono a trovare una sintesi», sottolinea Telese. Tranne Alferj, i giurati sono tutti assenti per motivi di salute. Quando si parla di Capuozzo, colpito recentemente da un tumore, la platea si stringe in un applauso. «Il mio primo servizio l’ho fatto per lui», ricorda Lodovica Bulian. Inviata del programma tv “Quarta Repubblica”, nel corso della carriera Bulian ha raccontato con le immagini e le parole l’Iran e il dramma di Lesbo, l’isola-approdo dei migranti che tentano di percorrere la rotta balcanica verso l’Europa. «I servizi di Antonio», spiega Bulian, «sono ciò a cui deve tendere chi pratica questa professione. Il suo giornalismo è sempre stato quello dell’altro, non dell’io. E siccome oggi viviamo in un’epoca in cui l’io sembra predominare», precisa, «bisogna ripartire dal giornalismo dei fatti».
Sul led sopra il palco vengono proiettare una serie di foto. Sono state scattate in Ucraina. Una mamma davanti a un edificio annientato dalle bombe, due soldati che trascinano via un compagno ferito, un viso straziato dal dolore. «In questi scatti c’è della verità che l’intelligenza artificiale non può contraffare», è il commento dell’autore, Emanuele Satolli. Negli ultimi anni il suo lavoro da fotoreporter si è concentrato sul fronte aperto della guerra in Europa. «Mi sarebbe piaciuto conoscere Antonio. Se oggi fosse vivo, credo che ci saremmo conosciuti in Ucraina», dice Satolli. «In qualche modo, l’ho comunque incontrato. Qui».
La serata si avvicina alla conclusione. A fare le veci di Privitera è l’assessore alla Cultura Cristina Rapino. Poi tocca a Eric Salerno. Classe 1939, una vita da corrispondente in Medio-Oriente, saltella fino al palco come un ragazzino. Sul futuro del mondo si dice pessimista, perché «non c’è una classe dirigente all’altezza dell’epoca che stiamo vivendo». E anche il giornalismo è cambiato. «Tu, come Antonio, vieni da un passato difficile. E forse è anche questo che vi ha restituito lo spessore con cui avete fatto il vostro lavoro», gli riconosce Luisa Russo, sindaca di Francavilla e altra cugina di Antonio, prima di consegnarli il premio alla carriera. Michele Russo, commosso, confessa che ogni anno, insieme alla sorella, si domanda se continuare con il premio o renderlo una cerimonia privata. «Alla fine, però, ci convinciamo sempre che c’è bisogno di questo premio per i reportage di guerra». Nell’epoca dei nuovi conflitti, servono più cattivi giornalisti.

