Premio Strega, ottant'anni di libri: Mattarella incontra Di Pietrantonio e la grande festa al Macro di Roma

Al Quirinale il presidente della Repubblica ha ricevuto la delegazione del Premio Strega. Donatella Di Pietrantonio, vincitrice nel 2024 con L'età fragile, racconta l'emozione dell'incontro e il successo del romanzo all'estero, dall'Ungheria al Brasile. A Roma la mostra celebrativa degli ottant'anni del premio.
ROMA
«Se i potenti leggessero più libri, oggi forse non ci troveremmo nella situazione in cui siamo». Poche parole, solenni, pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un breve ma intenso discorso con cui ha ringraziato, ieri sera al Quirinale, la delegazione del Premio Strega guidata dal presidente della Fondazione Bellonci, Giovanni Solimine.
C'era anche un po' d'Abruzzo, con Donatella Di Pietrantonio che quel premio l'ha portato a casa due anni fa con L'età fragile e che nello stringere la mano del Presidente, per i saluti finali, lo ha ringraziato, molto emozionata, «per la costante attenzione alla libertà di pensiero, di parola e di espressione nel nostro Paese».
Il Premio Strega spegne ottanta candeline e si prepara a festeggiare proprio in piazza del Campidoglio, questa estate, un'edizione che ha preso, poche ore dopo l'incontro istituzionale, i contorni di un amarcord all'interno della mostra celebrativa curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano: foto per ogni edizione della kermesse a tappezzare le pareti di una delle grandi sale del Museo d'Arte Contemporanea di Roma – Macro.
«Ho molto apprezzato il parallelismo tra la storia del premio e quella della Repubblica: quel tentativo iniziale del gruppo fondatori di sostituire i libri alle armi della guerra appena passata».
Era il marzo del 1944 e nel clima di rinascita culturale della capitale sconvolta dal conflitto mondiale, il gruppo degli "Amici della domenica" – che dalla fondazione del Premio rappresenta l'anima di questa istituzione e che prese forma da un'intuizione di Maria Bellonci – aprì le porte a Guido Alberti: un uomo di cultura, sì. Un mecenate, anche. Ma pure uno dei proprietari di quell'azienda che a Benevento produceva un liquore, lo Strega. Quello che fece concretamente fu mettere sul tavolo duecentomila lire da destinare al vincitore. Il resto sta negli ottant'anni di questa storia, nelle sue foto, nelle persone che hanno riempito la sala per osservarle.
Un evento esclusivo
Piaccia o meno, il Premio Strega è l'autorità massima della scena festivaliera in fatto di libri e chi vuole capire cosa sia oggi la letteratura italiana deve per forza fare i conti con quello che passa "questo" convento. Al Macro la festa è "esclusiva", si entra soltanto per invito e superata la soglia d'ingresso ci si ritrova avvolti come da una guaina tra discussioni su cultura woke, trumpismo e "durante l'ultimo mio discorso all'università ho detto che…", fino a quando non sopraggiunge il momento di arpionare la cena (in piedi) innaffiata da vino e bevande varie, un momento di convivialità accolto con una contentezza irragionevole.
Il tutto in un ambiente museale molto sofisticato in cui le poltroncine sono perfettamente identiche ai tavolini, senza schienale e con lo stesso design. Questo per dire che anche se la cena non fosse stata in piedi nessuno avrebbe avuto il coraggio di sedersi per evitare la sciagura di affondare in un tavolo. Il clima è disteso ma da fuori può apparire un circolo non solo chiuso ma perfino inaccessibile.
Un abruzzese può acclimatarsi citando Ennio Flaiano come primo vincitore del premio. Meno elegante ma d'effetto tirar fuori l'unico beneficio che il nostro ne trasse, cioè questa battuta: «I premi letterari vanno benissimo ma ci vorrebbero anche le punizioni». Tempo di uccidere è stato il suo unico romanzo che con il tempo è diventato anche il nostro "Arcobaleno della gravità", un libro molto amato da tutti quelli che non l'hanno mai letto.
Il grand tour del vincitore
Per dare un'idea di come siano cambiati i tempi da quella prima cerimonia del 1947, l'ultimo vincitore, Andrea Bajani, è in questo momento dall'altro capo del mondo, in America dove sta promuovendo L'anniversario e dove in realtà vive. Quanto poi agli americani della costa o del Midwest interessino i soliloqui a tema "famiglia complicata" dei romanzieri italiani – l'anno scorso era per giunta il tema portante di quasi tutti i romanzi in gara, per non dire di quasi tutte le uscite di peso sul mercato italiano – non è ben chiaro.
Anche Di Pietrantonio sta portando da due anni L'età fragile in lungo e in largo e l'entusiasmo sembra aver fatto da filo rosso tutte le tappe del tour, anche finendo in Brasile e in Messico, per quanto lei ci tenga a precisare che «è un romanzo che vive molto sull'onda del successo dell'Arminuta, che resta il mio libro più tradotto nel mondo».
Ma agli stranieri cosa importa di una vicenda tutta abruzzese? «Perché la chiave», dice, «è muoversi dal particolare all'universale, cioè trovando temi che vadano oltre la pura dimensione geografica. Quello è stato il mio libro più fortunato».
Il dato curioso è che non è la blasonata Londra o la Parigi dei caffè letterari a fare l'incasso, ma un paese a dir poco insospettabile, l'Ungheria, che lo ha tradotto con l'indicibile A visszaadott lány: «Lì, quando mi hanno chiesto di fare il firma copie, mai avrei pensato di trovare una fila interminabile di ungheresi che avevano amato il libro», spiega Di Pietrantonio.
C'è ovviamente anche lei nella grande mostra allestita nella capitale: una foto scattata nel 2021, quando perse con Borgo Sud ma si fece immortalare con la scritta "Ddl Zan" sul palmo della mano; l'altra nel 2024, vincitrice con L'età fragile. «Ma quella del 2021 è quella a cui tengo di più», dice ridendo, mentre a salutarla arriva Alcide Pierantozzi, un altro abruzzese – oggi in gara con Lo sbilico.
La domanda che viene continuamente da porsi, ascoltando anche i racconti e le testimonianze di certi romanzieri giramondo presenti all'interno del museo, è se gli scrittori che vincono lo Strega abbiano più facilmente successo all'estero e in definitiva quanto questo premio conti realmente fuori dai confini italiani. La risposta sintetica: molto. Però «dipende tutto dal libro, dall'anno e da una serie di fattori, non c'è una regola generale. Certamente», conclude Di Pietrantonio, «Borgo Sud non è stato né tradotto né accolto come l'Arminuta, questo è un dato di fatto».
Intanto il Premio cresce e cambia e riempie anche di giovani uno spazio che fino a qualche anno fa sembrava relegato a una cerchia di "senior" venerabili della letteratura: lo scorso anno Michele Ruol era in finale a trentanove anni, Elvio Carrieri ha gareggiato ad appena 21 anni. Il guaio è che servirà aspettare altri ottant'anni per capire cosa resterà di tutto questo.
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