Storma. Rapper teramano. «In provincia la vita è difficile. La noia può essere pericolosa, ma nascere qui è una fortuna»

L’emergente abruzzese per inseguire il suo sogno
è dovuto andare a Milano: «Qui mancano opportunità culturali per fare altro»
TERAMO
«Teramo per me è la città più bella del mondo, ma non c’è nulla da fare. Qui ti annoi, e se non riesci a prendere atto che per inseguire i tuoi sogni devi andartene, entri in un brutto limbo di infelicità. Ed è allora che iniziano i problemi». La storia di Giorgio Di Nicola, in arte Storma, è rappresenta bene la generazione figlia della provincia: talentuoso e profondamente legato alla sua terra, ma anche consapevole che costruire il futuro in una realtà del genere è molto difficile. Viene da Spiano, una minuscola frazione di Teramo, e oggi fa la spola con Milano. Nelle canzoni parla del disagio dei giovani, del legame col suo Abruzzo e della sua famiglia. E con successo: i suoi videoclip hanno raggiunto centinaia di migliaia di visualizzazioni sui social e sta attirando l’interesse di diverse etichette discografiche. «Per la prima volta, comincio a vedere uno spiraglio. Riesco a crederci», ammette. Per l’intervista completa l’appuntamento è con Zoom-storie del nostro tempo, in onda stasera alle 23.30 su Rete8.
Storma, come ha iniziato il suo viaggio nella musica?
«Per scherzo. Con gli amici giocavamo a fare freestyle (rime improvvisate sotto una base musicale, ndr) in strada finché una volta non mi sono detto: proviamo a registrare una canzone».
Studia?
«All’inizio mi ero trasferito a Milano per l’università. Studiavo enologia».
E poi?
«Poi ho fatto il primo esame scritto».
È andata male?
«Vedere il foglio bianco davanti a me è stata un’illuminazione: ho capito che non volevo avere niente a che fare con tutto questo».
Perché si era iscritto?
«Papà ci teneva che studiassi enologia. Ora però sia lui che mamma supportano molto il mio sogno di fare musica».
Come vive a Milano?
«Per fortuna mi ospita Gabriele, un vero amico. Se non ci fosse lui, sarei costretto a fare davvero l’operaio. Oggi faccio su e giù con Teramo».
A Milano ha trovato le chance che non trovava qui?
«È una realtà completamente diversa. Lì ho potuto conoscere le persone giuste. Penso di essere stato bravo a far vedere che volevo fare musica, che c’è una certa visione del mondo dietro le mie rime».
A proposito di visione, nei suoi testi fa spesso riferimento a problemi di dipendenze. Pensa di descrivere un tema generazionale?
«La provincia può ammazzarti se non sei abbastanza forte. Quando eravamo più piccoli, c’era più aggregazione. Ma poi arrivano la famiglia, il lavoro, le responsabilità: se non capisci che devi andartene per essere felice, è facile che tu finisca nell’abuso di alcol e di sostanze».
Però lei si sente legato a Teramo.
«Non vorrei dovermene andare, mi piacerebbe cambiarla».
Come?
«Vorrei creare una comunità per i ragazzi del posto, un luogo dove possano ritrovarsi e passare il tempo in maniera costruttiva piuttosto che trascorrere le serate a farsi del male».
Un esempio concreto?
«Uno studio di registrazione per i giovani che vogliono fare musica, oppure qualcosa per il teatro o il cinema. Qui a Teramo abbiamo anche una bella sala, ma non c’è nessuno che ci costruisce sopra qualcosa di organizzato. Basterebbe creare un cineforum, favorire l’incontro tra ragazzi per parlare di ciò che vedono».
Come spiegherebbe a un adulto i testi delle sue canzoni?
«Ho scritto una canzone in cui dicevo chedei miei amici fanno uso di sostanze. Quando mia madre l’ha sentita, mi ha chiesto se fosse davvero così, io le ho risposto di sì. “Bell’affare”, ha detto lei per chiudere il discorso. Poi non ha mai più aperto l’argomento. La verità è che noi abbiamo vissuto una vita diversa dai nostri genitori».
Perché?
«Per loro le cose sono state più facili, era anche più facile sentirsi parte di qualcosa. Oggi, invece, siamo tutti divisi, in gran parte per colpa dei social».
Pensa che rispetto a loro voi abbiate un’altra idea di futuro?
«Profondamente diversa. Noi al futuro non possiamo pensarci, perché altrimenti dovremmo deprimerci. E quindi pensiamo al presente, a rendere bello il momento che stiamo vivendo, magari nella speranza che duri».
In una canzone scrive “chi ha detto che un contadino non può essere una star”. Anche questo è un aspetto della vita di provincia?
«È un verso che nasce da un dubbio che avevo io: come posso fare musica se vengo da un contesto come questo? Alla fine, ho capito che potevo farcela comunque».
Un’ultima domanda: è interessato alla politica?
«Sì. Sono di sinistra».
Ha mai votato?
«All’ultimo referendum ho votato No. Ma ho votato anche prima. E sempre dalla stessa parte».
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