Chieti Calcio. Bancarotta da 9 milioni di euro: Altair D’Arcangelo è indagato

Il pm di Milano: «Ha causato il dissesto di una società usandola solo per realizzare una frode fiscale». False fatture per operazioni inesistenti e libri contabili sottratti per nascondere gli affari illeciti
CHIETI.
Provocare il dissesto di una società, utilizzandola in via del tutto esclusiva come uno strumento illecito per concepire e realizzare un’imponente frode fiscale. È questa l’accusa che apre un nuovo capitolo giudiziario a carico di Altair D’Arcangelo. Per il cinquantenne teatino, patron del Chieti calcio, l’agenda sembra ormai dividersi equamente tra le tribune degli stadi (dove, in realtà, non si vede più) e i corridoi dei tribunali.
Mentre a Teramo è già impegnato a destreggiarsi tra le udienze di un processo per una precedente maxi frode, l’imprenditore si ritrova ora a fare i conti con un’ipotesi di bancarotta fraudolenta. La procura di Milano, dopo gli accertamenti della guardia di finanza, ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, il passaggio che di norma spiana la strada alla richiesta di processo.
L’inchiesta ruota attorno alla Edil Due Colli, una società con sede a Milano. Leggendo i documenti depositati in camera di commercio, l’azienda avrebbe dovuto operare nel mercato della compravendita immobiliare. Ma, nella realtà ricostruita dagli investigatori, i cantieri e i mattoni non sarebbero mai stati la vera occupazione della ditta. L’impresa, secondo l’accusa, è stata trasformata in una semplice scatola, utile solo a manovre finanziarie illegali, finendo inevitabilmente per crollare sotto il peso dei propri debiti. Il tribunale di Milano ne ha dichiarato la fine il 30 maggio 2024, avviando la procedura di liquidazione giudiziale, lo strumento che ha sostituito il vecchio fallimento. In questo assetto, D’Arcangelo avrebbe recitato la parte dell’amministratore di fatto, tenendosi lontano dalle cariche ufficiali per muovere i fili da dietro le quinte.
Il pubblico ministero titolare del fascicolo descrive il piano come una «complessa e articolata frode fiscale in materia di Iva»: l’azienda emetteva e utilizzava in modo sistematico fatture per operazioni mai esistite. A questo giro di carte false si univa la provvidenziale creazione di crediti d’imposta, anch’essi del tutto inesistenti. Questi crediti fittizi venivano usati come moneta per la compensazione indebita delle imposte reali, azzerando di fatto i versamenti dovuti allo Stato. Questa gestione ha lasciato dietro di sé una voragine milionaria. La Edil Due Colli ha maturato nei confronti dell’erario un debito, già ammesso formalmente al passivo, che ammonta a 9.533.317 euro. Una cifra enorme, che da sola basta a coprire oltre il 99% dell’intero passivo dell’azienda. Lo Stato italiano si è così ritrovato, suo malgrado, a fare da finanziatore involontario a un’impresa che basava i propri affari sul nulla.
Per organizzare e tenere in piedi un disastro contabile di tali proporzioni serve una stretta collaborazione. Insieme al patron neroverde figurano tra gli indagati altre tre persone, tutte considerate rotelle essenziali del meccanismo: gli amministratori unici Danilo Comolli (68 anni, di Milano) e Pasquale Ricciardi (70 anni, di San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno), affiancati da un secondo amministratore di fatto, Giuseppe Cerza (61 anni, di Chieti). Quando il sistema è arrivato al capolinea e l’azienda è sprofondata, il gruppo avrebbe tentato un’ultima mossa, con lo scopo di danneggiare i creditori o di mettersi in tasca un ingiusto profitto.
Le indagini li accusano di aver sottratto, nascosto e omesso di consegnare al curatore i libri e le scritture contabili della società. L’idea di fondo era elementare: far sparire i documenti per impedire a chiunque di ricostruire il patrimonio e i reali flussi di denaro. Una tattica vecchia e disperata, che si è infranta contro le verifiche della guardia di finanza e che ora presenta un conto a molti zeri.
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