L’intervista ad Andrea Scanzi: «Conti a Sanremo è perfetto per TeleMeloni»

Il giornalista arriva oggi a Pescara per il suo libro su De Andrè. Appuntamento alle 18 nell’auditorium Flaiano. C’è anche Setak
PESCARA. Lo ami, lo odi, sicuramente lo conosci. Andrea Scanzi è uno dei volti più noti della televisione italiana. Classe 1974, il giornalista è uno senza peli sulla lingua, specialmente davanti alle telecamere. Dichiaratamente di sinistra, i primi inviti ai talk show arrivano con la nascita dei 5 Stelle. Ma prima del successo, nel passato di Scanzi c’è la musica. Il suo retroterra culturale parla di Gaber, Guccini, Battiato, De Andrè. È il lato “nascosto” al grande pubblico di Scanzi. Lui, però, non ha mai smesso di occuparsene. E infatti proprio a Faber è dedicato il suo ultimo libro, “Verranno a chiederti di Fabrizio de Andrè”, che presenterà all’auditorium Flaiano di Pescara oggi alle 18. All’evento – sold out – ci sarà anche Setak, che interpreterà alcuni dei pezzi del cantautore genovese.
Scanzi, qual è la passione più grande tra musica e politica?
«La musica, non c’è partita».
Le dà fastidio che sia conosciuto soprattutto per la seconda?
«Un po’ dispiace. C’è ancora chi commenta i miei post scrivendo: “Ah, non sapevo ti occupassi anche di musica”. Lo faccio da trent’anni».
La politica le ha dato tanto.
«Assolutamente, sono contentissimo della vita che faccio».
Ma...?
«Ma mi piacerebbe che la gente conoscesse le mie varie sfaccettature. E invece per molti sono solo quello “che si incazza sempre in tv”».
Da dove nasce questa collaborazione con Setak?
«Da un campo di padel ad Arezzo (sorride, ndr)».
Curioso.
«Il proprietario del circolo, l’ex tennista Potito Starace, un giorno viene da me e mi consegna i vinili di Setak: “È un amico. Vuole assolutamente che tu li ascolti”».
Lei esegue.
«Rimango folgorato. Mi faccio passare immediatamente il numero da Potito e da lì iniziamo a sentirci quotidianamente. Alla mia Gaberiana (evento a Firenze dedicato a Gaber di cui è il direttore artistico, ndr) lo invito sempre».
Quindi al Flaiano sarà una rimpatriata.
«Tornare sul palco con lui è un piacere, specialmente nel suo Abruzzo».
Conosce la regione?
«Molto bene. E per tre ragioni: la prima riguarda una mia ex, che era di Roseto degli Abruzzi».
E le altre due?
«Riguardano la musica. Sono un cultore di Ivan Graziani e molto legato alla sua famiglia. E poi c’è Gianluca Di Febo, un caro amico con cui ho fatto diverse tournée, anche in Abruzzo».
E la terza?
«Sono un sommelier, amante soprattutto dei vini naturali. E in Abruzzo avete delle cantine pazzesche».
Esperto di vino, tennis, musica e politica: lei è polivalente.
«Polivalente per chi mi vuole bene, tuttologo per chi mi vuole male (sorride, ndr)».
Le dà fastidio questa critica?
«Non la capisco. La vita è troppo breve per fare una cosa sola: se mi occupassi soltanto di un tema, mi annoierei a morte».
Il primo amore, però, è per la musica.
«Sono cresciuto ascoltando De Andrè, Guccini, Gaber. Ricordo papà che prendeva la chitarra con gli amici e cantava le loro canzoni».
E poi?
«Mi stavo laureando in Lettere moderne con una tesi su Beppe Fenoglio quando morì De Andrè. Era già pronta: la buttai via per farla su di lui».
Il relatore?
«Ero preoccupatissimo perché era un fenogliano di ferro. E invece accettò, ma mi disse di allargarla a tutti i cantautori italiani».
Titolo della tesi?
«“Amici fragili”, in onore di De Andrè. Sa chi doveva essere il mio correlatore? ».
Chi?
«Giorgio Gaber!».
Ma dai.
«Eravamo legati, in pratica ero un suo allievo. Un mese prima della tesi, però, la sua malattia si aggravò. Mi chiamò il suo agente: “Giorgio non ce la fa”».
Mi dispiace.
«Fu molto triste».
La passione per il cantautorato non l’ha mai abbandonata.
«Mai. La loro musica mi è entrata dentro da bambino e non se n’è più andata. La cosa bella è che ora li conosco quasi tutti, sono amici».
Ha gusti musicali molto simili a quelli di Giorgia Meloni.
«Mi fa sorridere quando dice che ha sempre ascoltato Guccini e De Andrè: vuol dire che non ha capito niente dei loro testi. Non lo dico solo io, ma anche Cristiano De Andrè, che penso conosca abbastanza bene suo padre».
Secondo lei alla destra mancano riferimenti culturali?
«Nel mio spettacolo “La sciagura” chiedo sempre agli spettatori di farmi il nome di cinque cantautori contemporanei di destra. Non risponde nessuno».
Dice che è per questo che alla Meloni piace Guccini?
«Esatto, non hanno riferimenti. Un bravo cantante di destra forse è Enrico Ruggeri, che pure viene da un mondo completamente diverso. Ma è l’unico. Se vuoi cercarne altri devi abbassare il livello».
Un esempio?
«Penso ad Al Bano che, con tutto il rispetto, non è proprio di qualità eccelsa. Poi sento che a destra spesso fanno il nome di Povia... Se devi andare da loro due per avere un riferimento nel mondo musicale, significa che sei messo male».
Rimaniamo sulla musica: che ne pensa della prossima edizione di Sanremo?
«Mi sembra un’edizione spensieratamente bassa e rassicurante. La metà dei nomi sono sconosciuti».
Non è la solita retorica snob contro Sanremo?
«No, assolutamente. Ricordo delle edizioni straordinarie con Vasco, con Zucchero. Ho impressa in mente la serata in cui fu invitato Springsteen. Fece un’esibizione pazzesca».
Che ne pensa di Carlo Conti come conduttore?
«È molto bravo. Un grande professionista, perfetto per TeleMeloni».
Ah.
«È uno rassicurante, che si muove con il bilancino per privilegiare tanto la sinistra che la destra. È un conduttore che non può fare male a nessuno».
Con l’invito a Pucci non ha sbandato a destra?
«Mi sembra una scelta in perfetta sintonia con TeleMeloni, magari fatta per compiacere il governo. Credo a Conti quando dice che lo ha invitato perché lo reputa bravo, un po’ meno quando aggiunge che non sapeva cosa scrivesse sui social».
A lei piace Pucci?
«Lo trovo un pessimo comico, che non mi ha mai fatto ridere. Ma – ci tengo a chiarirlo – non ho mai chiesto che si tirasse indietro. Se il direttore artistico lo sceglie, deve poter andare. Non può passare il messaggio che se qualcuno dal mondo dei social o della politica si arrabbia per gli ospiti, allora non si chiamano più: sarebbe un disastro».
Lui ha detto di volersi tirare indietro per evitare di finire in mezzo alle polemiche.
«È stata una sua scelta, nessuno l’ha censurato. In termini mediatici, però, Pucci ha fatto un capolavoro».
Perché?
«Già riempiva i teatri, dopo questa storia andrà ancora meglio. E non è nemmeno dovuto andare a Sanremo!».
Torniamo a lei: tra i suoi interessi, la politica che ruolo ha?
«Arriva dopo la musica, il tennis e il vino».
La considera una passione?
«Non è una passione. Io nasco come esperto di musica, non come politologo».
Si aspettava che le avrebbe procurato così tanto successo?
«Non lo avrei mai pensato. La politica mi è capitata, non l’ho scelta».
Racconti.
«I primi inviti ai talk sono arrivati perché sono stato tra i due-tre che, insieme a Travaglio, hanno capito che Grillo avrebbe fatto il botto a livello politico».
Nella sua vita privata la politica che ruolo ha?
«Praticamente nessuno. Se a tavola mi parlano di politica per più di 30 secondi, mi alzo e me ne vado».
Però sono 15 anni che va in televisione a parlarne.
«Se mi chiamano da così tanto tempo vuol dire che del talento lo ho, no? Il fatto è che non era previsto».
Come si immaginava da ragazzo?
«Volevo fare lo scrittore e puntavo a entrare nel mondo della televisione, ma per la musica, non per la politica. Non mi immaginavo a teatro e soprattutto di ottenere il successo che ho raggiunto».
Rimpiange di aver costruito la sua persona pubblica soprattutto attorno alla politica?
«Sono contento come un bimbo della mia vita, mi sento fortunato. Quando mi chiedono quali sono i prossimi progetti, io rispondo sempre: “Continuare a fare quello che faccio adesso”».
Quindi la sua risposta è un no?
«Il rimpianto, piccolo, è che larga parte del pubblico mi conosce solo per un aspetto, mentre sento di avere tante sfaccettature che in pochi conoscono».
In tanti si rivedono in quello che dice.
«Ed è una bellissima cosa, ma mi piacerebbe che oltre alla politica la gente conoscesse anche gli altri aspetti di me».
Non posso esimermi da farle qualche domanda sulla politica: partiamo dal referendum?
«Vedo una Meloni un po’ in disparte, forse si sente in un cul de sac perché il fronte del No cresce e quindi non ha interessi a infognarsi in questa battaglia».
La riforma della giustizia è stata un cavallo di battaglia del centrodestra fin dalla campagna elettorale del 2022.
«Portare avanti la legge era lo scotto da pagare a Forza Italia ed è stato sottovalutato. Secondo me, Meloni adesso ha paura, perché non si aspettava la rimonta del No».
La stessa dinamica che abbiamo visto col referendum di Renzi nel 2016.
«Anche allora la vittoria del Sì sembrava scontata fino alle ultime settimane prima del voto. Poi c’è stato il patatrac».
A quei tempi il suo è stato uno dei volti del No.
«Vederlo perdere è stato bellissimo (sorride, ndr)».
Se dovesse scegliere tra Meloni e Renzi, chi voterebbe?
«Se fossi costretto, voterei Meloni. Lei è più intelligente, più brava».
Perché non mette la faccia sul referendum?
«Sa i rischi a cui andrebbe incontro in caso di sconfitta. Al contrario di Renzi, non ha mai detto: “Se perdo, smetto”».
C’è chi dice che dovrebbe scendere in campo da protagonista per riguadagnare terreno.
«È l’unica chance che ha e so che ci sta pensando. Vorrebbe evitare di metterci troppo la faccia, ma ormai è troppo tardi per questo tipo di tattica: Meloni non può rischiare che il No vinca».
Come se lo spiega?
«In tre modi. La prima ragione è che c’è una certa disillusione nei confronti del governo e quindi anche chi supporta Meloni ora è meno convinto di votare a favore. Ma non è questa la motivazione principale».
E qual è?
«Da una parte credo che qualche italiano abbia cominciato a informarsi e, ascoltando persone come Travaglio e Gratteri, ha capito che non ha senso votarla; dall’altra, il voto sta diventando politico: in tanti hanno capito che questo referendum è un grimaldello elettorale straordinario contro Meloni e si stanno mobilitando per il No».
La premier ha detto che, anche se vincesse il No, nulla sarebbe in discussione.
«Sarebbe la prima vera battuta d’arresto del governo in quattro anni: il governo diventerebbe un’anatra zoppa fino alla fine della legislatura».
Oggi come oggi, chi voterebbe?
«Faccio una premessa: io sono tra quelli che si sta battendo più degli altri per il campo largo. Non abbiamo dei fenomeni, ma non si può che partire da Schlein, Conte e Fratoianni».
Non ha preferenze?
«Non mi importa che cresca il Pd, Avs o i 5 Stelle: l’importante è che il campo largo cresca».
All’interno della coalizione, dovrà pur votare qualcuno.
«In ordine di preferenza direi che c’è un ballottaggio tra Avs e 5 Stelle, e poi – ma solo in ultima istanza – voterei per il Partito Democratico».
Ha messo il Pd all’ultimo posto.
«Io voterei Schlein se si liberasse da quella corrente riformista che ha gente come Pina Picierno al suo interno. Se il Pd diventa davvero il partito di Schlein, mi potrebbe piacere».
In molti incolpano lei dei problemi del Pd.
«Non sono tra quelli. Personalmente, la stimo. I limiti di Schlein derivano dalla complessità di un partito elefantiaco con 180 correnti. Se salta lei arriverà qualcuno di molto peggio alla guida del Pd».
Si fa il nome di Silvia Salis, sindaca di Genova, come possibile concorrente.
«Non mi convince. Per me è un cavallo di Troia portato da Renzi. Non ce l’ho con lei, ma temo che qualcuno la voglia sfruttare per portare il Pd più verso il centro che verso sinistra. Aggiungo anche che il caso Salis è la più classica delle sbornie che ogni tanto si prendono in Italia».
Che intende?
«Cosa ha dimostrato Salis per essere la nuova leader del centrosinistra, la nuova Prodi?».
È stata appena eletta a Genova.
E le auguro ogni fortuna per il suo mandato, ma vorrei capire su quali basi così tanta gente dice che è brava. Cosa ha fatto fino a ora per poter essere candidata a essere l’anti-Meloni? Mi sembra tutto molto buffo».
Il suo giudizio è abbastanza netto.
«Dobbiamo uscire da quella mentalità da salotti televisivi in cui ti dicono che questo o quello è un fenomeno e tu ci credi. Se la Salis oggi fonda una lista, non prende più del 3%. È la stessa storia che accade con Renzi».
Verso cui non nutre particolari simpatie.
«Sta sempre in televisione, ma fuori dal mondo reale nessuno sopporta uno così. E infatti ha il 2%».
Vede un campo largo senza i voti del centro?
«Io spero che Salis sia in grado di portare un po’ di voti dei centristi. Ma se lei è un modo per far rientrare Renzi allora dico, da uomo di sinistra, che sono molto preoccupato: nessuno ha fatto più danni di lui».
Renzi e Calenda, insomma, devono restare fuori dalla coalizione.
«Assolutamente. Serve un campo largo credibile».
Una domanda sul caso delle frasi choc scritte sui social dall’assessore leghista di Pescina Verrocchia. Lei è stato tra i primi a commentarlo.
«Un fine intellettuale, un personaggio mitologico. Incarna perfettamente la pochezza assoluta della classe dirigente della destra italiana, su tutti i livelli. Sarà una coincidenza, ma tutti quelli che scrivono cose aberranti puntualmente stanno con la Lega, con Fratelli d’Italia con Vannacci o con Bandecchi. Ma devo anche ammettere una cosa».
Cioè?
«Visto l’attuale livello del governo, io Verrocchia lo vedo bene come ministro della Difesa, o almeno sottosegretario. Mi sembra perfetto (ride, ndr)».
Un’ultima domanda. Chiudiamo quest’intervista come l’abbiamo iniziata. Una canzone per descrivere il mondo di oggi?
«“La domenica delle salme” di De Andrè. Oggi viviamo la pace terrificante di cui parlava».
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