I giovani conquistano il referendum «Senza partiti, votano più liberi»

Salvatore Borghese (YouTrend): «Non dovendo turarsi il naso, sono tornati in campo»
PESCARA.
I giovani, grandi assenti della politica italiana, tornano sulla scena in occasione di questo referendum, dando una spinta decisiva sia all’affluenza sia all’affermazione del No. Per capire cosa è successo abbiamo raggiunto Salvatore Borghese analista e cofondatore di YouTrend Strategies.
Come si spiega questo exploit giovanile?
«Con il fatto che il voto referendario, non essendo un voto partitico è molto meno legato a una logica di appartenenza. Sappiamo che i giovani hanno un legame politico molto più debole rispetto alle generazioni più anziane e tendono a essere anche più disillusi verso l’offerta partitica. Di certo non si può dire che votino per abitudine o per appartenenza: spesso non hanno nemmeno un “sempre” alle spalle a cui fare riferimento».
Referendum quindi terreno congeniale…
«Sì. Nel momento in cui il referendum ti dà la possibilità di votare contro qualcosa — in questo caso, chiaramente, contro il governo Meloni — senza “turarsi il naso”, è evidente che diventa un voto più accessibile e partecipabile».
Un riavvicinamento alla politica o è una tantum?
«Io credo che sia una tantum. Dipende, uno, dalla tipologia di voto di cui parlavo prima e, due, da come si è sviluppata la campagna: c’è stata una fortissima polarizzazione e politicizzazione. Non tanto intorno a singole figure politiche — anche se l’elemento anti-Meloni nel fronte del No è emerso chiaramente — ma soprattutto intorno a richiami fortissimi ai valori della democrazia, alla tenuta democratica, alla salvaguardia della Costituzione. Sono richiami quasi esistenziali, che hanno fatto presa sia sull’elettorato più anziano, sia sui giovani, perché hanno dato l’impressione che si stesse votando anche per il loro futuro. E questo vale sia per i giovani che hanno votato No sia per quelli che hanno votato Sì».
Bipartisan…
«Sì, perché una parte vedeva nella riforma qualcosa che potesse avvicinare il Paese a una maggiore modernità, a una giustizia più efficiente».
L’appello della premier da Fedez ha avuto un effetto contrario?
«Ho visto molta ironia sul fatto che Meloni sia andata da Fedez e poi abbia perso, come se ci fosse un rapporto di causa-effetto. Naturalmente non c’è. La scelta di Meloni può essere letta come una mossa quasi di necessità: probabilmente conosceva i sondaggi e difficilmente ci sarebbe andata se il Sì fosse stato nettamente avanti. Ha deciso di “sporcarsi le mani” per raggiungere due obiettivi strategici».
Cioè?
«Il primo: parlare ai giovani che non sono raggiungibili con i canali tradizionali. Il secondo: intercettare una fascia di elettori distante dalla politica. Il pubblico del podcast di Fedez non è particolarmente sofisticato politicamente, anzi è spesso diffidente. Era un elettorato difficile da ignorare, soprattutto se l’obiettivo era aumentare l’affluenza e portare al voto persone lontane dalla partecipazione, nella speranza che votassero Sì».
Una mossa di scacchi
«Il ragionamento strategico, secondo me, era corretto. È chiaro che non poteva determinare da solo l’esito del referendum. Però la logica alla base era solida e, tra l’altro, anche la performance nel podcast è stata complessivamente positiva».
Dove si sono informati i giovani?
«Tutte le analisi ci dicono che si informano molto più sui social e molto meno sui canali tradizionali. È molto probabile che sia stato così anche in questa occasione, e lo si è visto da come i partiti hanno orientato la loro comunicazione»


