Omicidio Crox, il procuratore generale: «Ci fu crudeltà, volevano distruggerlo»

22 Aprile 2026

Ecco cosa scrive Alessandro Mancini nel ricorso in Cassazione: «Assassini lucidi, hanno mostrato disprezzo verso un altro essere umano»

PESCARA. «I calci al capo del moribondo e gli sputi sul corpo evidenziano una pervicace volontà di distruzione, di annullamento e di scherno della vittima». Così scrive il procuratore generale (pg) Alessandro Mancini nel ricorso di cinque pagine presentato in Cassazione per chiedere che venga riconosciuta l’aggravante della crudeltà agli assassini di Christopher Thomas Luciani, per tutti Crox, ucciso con 25 coltellate da due coetanei nel parco Baden Powell di via Raffaello, a Pescara, il 23 giugno 2024. Una sorta di regolamento di conti per un debito di droga di appena 70 euro. Quell’aggravante, che aveva retto in primo grado, è stata cancellata dalla Corte d’appello dell’Aquila che – lo scorso 6 marzo – ha ridotto le pene nei confronti dei responsabili rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione.

L’accusa ricorda come dal processo sia emersa «un’azione preordinata con lucidità e a “sangue freddo”, non dettata da alcuna preoccupazione difensiva, tanto che dall’autopsia, come anche dalla ricostruzione del testimone oculare, è risultata l’assenza di ogni tentativo di difesa». Il primo aggressore ha «improvvisamente e proditoriamente colpito la vittima alle spalle, infliggendo numerosi fendenti» che hanno raggiunto Crox in punti vitali, tanto che il sedicenne, «agonizzante a terra, mortalmente ferito e rantolante, come riferito dal testimone, emetteva “versi come di morte”, al punto da indurre quest’ultimo ad allontanarsi dalla scena del delitto per comunicare agli altri due ragazzi amici degli imputati che l’aggredito era morto “perché gli avevano tirato un sacco di coltellate davanti a me, cioè comunque se non fosse morto, sarebbe morto a breve perché aveva avuto una coltellata all’addome, una coltellata alla gamba e lì ci sono le arterie principali». Poi il primo aggressore, «pienamente conscio che la vittima era stata colpita a morte», si è rivolto al complice, passandogli il coltello e dicendo – testualmente – che «il polmone ha sfiatato».

Nonostante questa consapevolezza, pure il secondo ragazzo «ha cominciato a infierire sul corpo con numerose altre coltellate», anche se Thomas «era già stato mortalmente ferito, ma ancora vivo, e quindi in grado di provare dolore». È a questo punto, ricostruisce il magistrato, che gli imputati si sono resi protagonisti di «atti ultronei», ovvero superflui, «rispetto al già raggiunto intento omicida»: il primo «prendendo a calci il capo della vittima e schernendolo con la frase “Bum, trauma cranico”» e l’altro «sputando sul corpo». Si tratta di azioni «finalizzate esclusivamente a schernire e infierire» su Christopher. Ormai consumato l’omicidio, gli assassini «si vantavano della loro “impresa” e del modo in cui avevano “distrutto” Luciani e, circostanza da non sottovalutare, sia nella fase delle indagini che nel giudizio hanno posto in essere strategie difensive basate su tentativi di manipolazione e menzogne preordinate al vedersi riconoscere una incapacità, seppur momentanea, di intendere e di volere al momento dell’azione».

Nelle motivazioni della sentenza, si legge ancora nel ricorso, «la Corte d’appello si limita a ritenere la condotta degli imputati connotata da parossistica impulsività, senza valorizzare né valutare in modo critico le modalità dell’omicidio». La ricostruzione dei giudici di secondo grado, argomenta il pg, «contrasta con la circostanza che le azioni dei due imputati non sono state simultanee, ma si sono alternate, senza soluzione di continuità». Più nel dettaglio: il primo giovane, «dopo aver inferto numerose coltellate, si è fermato e ha passato il coltello» al complice, «interrompendo la propria azione, dovendosi pertanto escludere la ritenuta rabbiosa concitazione». Quei calci, quindi, sono stati dati «con l’intento di provocare a un moribondo lesioni del tutto inutili ai fini della produzione dell’evento morte». Il comportamento degli imputi, dunque, ha rivelato «una lucida determinazione».

La perizia psichiatrica, del resto, «evidenzia con chiarezza che i due non sono affetti da alcuna patologia mentale, né è stato possibile stabilire con il dovuto rigorismo medico legale un nesso di causalità tra l’instabilità temperamentale che connota la personalità» del primo aggressore, «entrato in una deriva antisociale anche a causa dell’uso di sostanze Thc (cannabis, ndr)», e il delitto. Il procuratore generale arriva a questa conclusione: «A ben vedere, ogni azione di per sé riprovevole e condotta con ferocia e disprezzo verso un altro essere umano, qualora non determinata da patologia, è determinata da temperamento antisociale. Rimane, quindi, del tutto incomprensibile come detto temperamento antisociale, posto in essere da un soggetto che ha compiuto 16 anni, possa essere “declassificato” semplicemente a indice di immaturità».

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