A 100 anni dal sisma dieci “baracche” finiscono in vendita

Il Comune prova a fare cassa con le casette antisismiche realizzate “provvisoriamente” dopo il gennaio 1915
AVEZZANO. A tre mesi dal centenario del terremoto del 1915 le casette antisismiche di Avezzano ritornano in vendita e vengono utilizzate dal Comune per fare cassa. Dieci “baracche”, già finite all’asta nell’aprile del 2011, con l’ex sindaco Antonio Floris, sono state inserite all’interno del Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari del Comune di Avezzano dell’anno 2014, pubblicato sul sito istituzionale dell’Ente. Gli alloggi della vergogna, lasciati dopo il terremoto del 13 gennaio 1915, sono dieci e si trovano soprattutto nelle frazioni di San Pelino, Paterno e Cese.
Alla fine dell’operazione, in cui sono compresi anche il recupero di canoni di locazione e la vendita di più o meno piccole frazioni di terreno, dovrebbero entrare nelle casse del Comune due milioni di euro, per il miglioramento del patrimonio immobiliare del Comune e per la manutenzione e sistemazione di vie e marciapiedi.
L’operazione è curata dall’assessore Luca Angelini, fino a qualche giorno fa con la delega anche al Patrimonio (si aspetta la sua riconferma in attesa del rimpasto delle deleghe di giunta annunciato dal sindaco Gianni Di Pangrazio). Le cosiddette “baracche della vergogna” saranno vendute a chi ha mostrato di averle occupate e che sarà quindi riconosciuto idoneo a presentare la domanda.
I prezzi vanno da un minimo di 9mila euro a un massimo di 15.700 euro.
La vendita di questi beni, come ha stabilito la legge, non bisognerà passare per un notaio, in quanto la segretaria generale del Comune, Annamaria Catino, si è resa disponibile a rogitare direttamente in Comune. La storia delle casette asismiche (sicure per l’epoca) ha avuto inizio nei mesi successivi al sisma del settimo grado Richter che provocò lutti e devastazione. Il Comune, dopo quasi 100 anni, vende quelle “Baracche realizzate a titolo precario”, come assicurava il decreto firmato l’11 febbraio 1915 dal re Vittorio Emanuele III, che furono costruite dall’Esercito, con finanziamenti dello Stato, fra il 1916 e il 1920. Casette costruite col tetto spiovente in legno, mura sottili in laterizi, un solo piano, senza riscaldamento, niente gabinetto e pavimento, con dimensioni che variavano dai 32 ai 50 metri quadrati. Una legge le avrebbe dovute smantellare, ma quelle casette esistono ancora. Cento anni dopo sono buone per fare cassa.
Magda Tirabassi
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