Abruzzo. Perso un quarto dei lupi, 15 sigle ambientaliste sollecitano le Procure

Le associazioni si mobilitano nei cinque comuni colpiti dal veleno
«Vogliamo un tavolo con gli inquirenti per individuare i responsabili»
PESCARA
Perso il 25% dei lupi presenti nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. L’uso del veleno ha decimato un quarto della popolazione protetta, delineando una strage che si è allargata nei giorni scorsi a macchia d’olio e che ha fatto salire a 21 il numero degli esemplari uccisi. Il bilancio di questo attacco comprende anche il decesso di tre volpi e una poiana, i cui corpi sono stati rinvenuti insieme alle ultime carcasse di lupo tra i comuni di Pescasseroli, Bisegna e Barrea. I primi tredici ritrovamenti avevano interessato invece la zona di Alfedena, Pescasseroli e Corcumello, confermando un raggio d’azione che tocca cinque comuni e diverse aree continue al Pnalm. Di fronte a un evento così grave, quindi associazioni – Altura, Animalisti Italiani L’Aquila, Appennino Ecosistema, Cai Abruzzo, Enpa, Forum Ambientalista, Italia Nostra, Lav, Lipu, Lndc Animal Protection, Pro Natura, Rewilding Apennines, Salviamo l’Orso, Touring Club Italiano e Wwf – hanno avviato un’azione comune a tutela del lupo e del patrimonio naturale abruzzese. Dopo un confronto con i vertici del Pnalm, i rappresentanti legali hanno infatti formalizzato la richiesta di un incontro urgente con i procuratori capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, e di Avezzano, Maurizio Maria Cerrato, e con il comandante del gruppo carabinieri forestale dell’Aquila, colonnello Nicolò Giordano.
l’appello delle associazioni
Il confronto chiesto dalle associazioni punta ad attivare un tavolo sulle misure necessarie a individuare i responsabili e impedire nuovi avvelenamenti. Dal momento che queste uccisioni colpiscono lo stato di conservazione del lupo nell’intera regione, le associazioni si costituiscono come tutori legali e morali degli animali, della specie e dell’ecosistema appenninico. E questo perché la mano dietro l’attacco ai lupi del Parco nazionale d’Abruzzo ha utilizzato fitofarmaci impiegati in agricoltura, sostanze di facile reperibilità sul mercato ma letali in caso di ingestione. I riscontri scientifici muovono da qui: questi prodotti, in alcuni casi, sono già stati isolati e individuati grazie ai primi esami di laboratorio. La dinamica del confezionamento, inoltre, svela una precisa premeditazione: i veleni sono stati inseriti accuratamente all’interno di bocconi di carne e poi chiusi in sacchetti di plastica. Il confronto chiesto dalle associazioni punta ad attivare un tavolo sulle misure necessarie a individuare i responsabili e impedire nuovi avvelenamenti. L’istanza presentata esige, dunque, che si proceda contro i responsabili applicando le sanzioni per i reati che puniscono severamente chi uccide animali, provoca la compromissione o il deterioramento dell’ecosistema, della biodiversità, della flora e della fauna.
I dati da inizio 2026
I mesi di marzo e aprile hanno evidenziato una serie di criticità gravi a livello nazionale, portando alla luce i numeri di un fenomeno che attraversa l’intera penisola. Nei primi quattro mesi del 2026, i boschi e le strade italiane hanno restituito le carcasse di 190 lupi. Nello stesso periodo, i registri dell’Osservatorio Lupo hanno documentato la complessa interazione con il territorio attraverso 46 avvistamenti, 47 episodi di predazione e 6 casi classificati come incontro diretto, minaccia o attacco nei confronti dell’uomo. Tra le regioni italiane, il primato dei ritrovamenti spetta al Piemonte con 33 casi; a poca distanza si collocano invece l’Abruzzo e la Toscana con 29 lupi morti ciascuna, seguite dall’Emilia-Romagna con 26. Il bilancio prosegue con i 12 casi registrati a Trento e gli 11 della Puglia. Nel resto d’Italia si contano 8 lupi deceduti nel Lazio, 7 in Basilicata, 6 in Campania e altrettanti in Lombardia. Le Marche e il Molise registrano 5 casi ciascuna, la Liguria 4, mentre la provincia di Bolzano si ferma a 3. I numeri più bassi si riscontrano in Calabria, Friuli Venezia Giulia e Umbria, con 2 casi per regione, e nel Veneto, che chiude la statistica nazionale con un solo decesso registrato.

