dopo la strage

Abruzzo. Perso un quarto dei lupi, 15 sigle ambientaliste sollecitano le Procure

14 Maggio 2026

Le associazioni si mobilitano nei cinque comuni colpiti dal veleno

«Vogliamo un tavolo con gli inquirenti per individuare i responsabili»

PESCARA

Perso il 25% dei lupi presenti nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. L’uso del veleno ha decimato un quarto della popolazione protetta, delineando una strage che si è allargata nei giorni scorsi a macchia d’olio e che ha fatto salire a 21 il numero degli esemplari uccisi. Il bilancio di questo attacco comprende anche il decesso di tre volpi e una poiana, i cui corpi sono stati rinvenuti insieme alle ultime carcasse di lupo tra i comuni di Pescasseroli, Bisegna e Barrea. I primi tredici ritrovamenti avevano interessato invece la zona di Alfedena, Pescasseroli e Corcumello, confermando un raggio d’azione che tocca cinque comuni e diverse aree continue al Pnalm. Di fronte a un evento così grave, quindi associazioni – Altura, Animalisti Italiani L’Aquila, Appennino Ecosistema, Cai Abruzzo, Enpa, Forum Ambientalista, Italia Nostra, Lav, Lipu, Lndc Animal Protection, Pro Natura, Rewilding Apennines, Salviamo l’Orso, Touring Club Italiano e Wwf – hanno avviato un’azione comune a tutela del lupo e del patrimonio naturale abruzzese. Dopo un confronto con i vertici del Pnalm, i rappresentanti legali hanno infatti formalizzato la richiesta di un incontro urgente con i procuratori capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, e di Avezzano, Maurizio Maria Cerrato, e con il comandante del gruppo carabinieri forestale dell’Aquila, colonnello Nicolò Giordano.

l’appello delle associazioni

Il confronto chiesto dalle associazioni punta ad attivare un tavolo sulle misure necessarie a individuare i responsabili e impedire nuovi avvelenamenti. Dal momento che queste uccisioni colpiscono lo stato di conservazione del lupo nell’intera regione, le associazioni si costituiscono come tutori legali e morali degli animali, della specie e dell’ecosistema appenninico. E questo perché la mano dietro l’attacco ai lupi del Parco nazionale d’Abruzzo ha utilizzato fitofarmaci impiegati in agricoltura, sostanze di facile reperibilità sul mercato ma letali in caso di ingestione. I riscontri scientifici muovono da qui: questi prodotti, in alcuni casi, sono già stati isolati e individuati grazie ai primi esami di laboratorio. La dinamica del confezionamento, inoltre, svela una precisa premeditazione: i veleni sono stati inseriti accuratamente all’interno di bocconi di carne e poi chiusi in sacchetti di plastica. Il confronto chiesto dalle associazioni punta ad attivare un tavolo sulle misure necessarie a individuare i responsabili e impedire nuovi avvelenamenti. L’istanza presentata esige, dunque, che si proceda contro i responsabili applicando le sanzioni per i reati che puniscono severamente chi uccide animali, provoca la compromissione o il deterioramento dell’ecosistema, della biodiversità, della flora e della fauna.

I dati da inizio 2026

I mesi di marzo e aprile hanno evidenziato una serie di criticità gravi a livello nazionale, portando alla luce i numeri di un fenomeno che attraversa l’intera penisola. Nei primi quattro mesi del 2026, i boschi e le strade italiane hanno restituito le carcasse di 190 lupi. Nello stesso periodo, i registri dell’Osservatorio Lupo hanno documentato la complessa interazione con il territorio attraverso 46 avvistamenti, 47 episodi di predazione e 6 casi classificati come incontro diretto, minaccia o attacco nei confronti dell’uomo. Tra le regioni italiane, il primato dei ritrovamenti spetta al Piemonte con 33 casi; a poca distanza si collocano invece l’Abruzzo e la Toscana con 29 lupi morti ciascuna, seguite dall’Emilia-Romagna con 26. Il bilancio prosegue con i 12 casi registrati a Trento e gli 11 della Puglia. Nel resto d’Italia si contano 8 lupi deceduti nel Lazio, 7 in Basilicata, 6 in Campania e altrettanti in Lombardia. Le Marche e il Molise registrano 5 casi ciascuna, la Liguria 4, mentre la provincia di Bolzano si ferma a 3. I numeri più bassi si riscontrano in Calabria, Friuli Venezia Giulia e Umbria, con 2 casi per regione, e nel Veneto, che chiude la statistica nazionale con un solo decesso registrato.