Acqua, Biondi: «Il gestore unico? Prima la fusione all’Aquila»

19 Febbraio 2026

Il sindaco del capoluogo lancia la proposta: «Non sempre “grande è bello”, partiamo dall’unione tra Gsa, Cam e Saca. Difendo il ruolo dei primi cittadini»

L’AQUILA. «Ci sono dei passaggi che non condivido». Se lo dice Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila, presidente dell’Anci, uomo di Fratelli d’Italia legato a doppio filo con il premier Giorgia Meloni, vuol dire che, sulla riforma dell’acqua, il centrodestra abruzzese ha un problema.

Sindaco, secondo lei, sei gestori per l’acqua abruzzese sono troppi?

«Non è il numero dei gestori a determinare la qualità del servizio, ma la qualità della classe dirigente che governa i processi. Le riforme scritte a Roma con algoritmi e paradigmi, come molte norme sui servizi essenziali, funzionano sulla carta, ma devono poi fare i conti con la realtà dei territori. E quelli che conoscono davvero le esigenze delle comunità sono i sindaci. Quando manca l’acqua o non si raccoglie l’immondizia, il cittadino non chiama un amministratore delegato o un assessore regionale: chiama il sindaco. Per questo, la riforma deve partire dal rafforzamento della centralità dei Comuni nella governance del servizio idrico».

La riforma firmata dal presidente del consiglio regionale Lorenzo Sospiri di Forza Italia tende a una gestione unica: le piace lo spirito di questa riforma?

«Ci sono degli aspetti che mi convincono molto, come la volontà di mantenere la gestione in mano pubblica e di garantire condizioni uniformi di erogazione, così da assicurare parità di accesso e, in prospettiva, omogeneità tariffaria. Ci sono dei passaggi, invece, che non condivido».

E quali sono?

«Per esempio, il principio di rappresentatività basato sulla densità demografica che, tradotto, significa che il Comune dell’Aquila conterebbe meno del Comune di Treglio, ottimamente amministrato dal mio amico Massimiliano Berghella. In questo modo, a essere penalizzati sarebbero soprattutto i comuni delle aree interne e, in particolar modo, la provincia dell’Aquila che rappresenta, a livello di estensione territoriale, metà Abruzzo».

La riforma assegna un ruolo da protagonista all’Ersi, all’interno di una cornice dettata dalla giunta regionale: è d’accordo con questo schema?

«Per formazione politica ritengo che la leale collaborazione sia un elemento essenziale per la tutela delle comunità locali. Oggi l’Ersi è rappresentata da un valido professionista, come l’avvocato Luigi Di Loreto, ma domani al suo posto potrebbe esserci qualcuno più “distratto” e meno incline al dialogo con i Comuni. D’altra parte, se si continua a dire, come qualcuno fa, che l’organizzazione del servizio è carente e necessita di essere riformata, è una colpa che non può essere addebitata alle società pubbliche che si occupano solo della gestione ma a chi evidentemente non ha fatto un’opera efficace di programmazione. E non da ieri, e neanche da quando c’è il governo Marsilio, ma che viene fuori dalla riforma del centrosinistra di quasi vent’anni fa, quando si passò dal sistema degli ambiti territoriali ottimali all’ente unico regionale».

Se fossero due i sub ambiti, da una parte il Gran Sasso e dall’altro la Maiella, si realizzerebbe il fine della riforma, cioè la «massimizzazione dell’efficienza del servizio idrico integrato»?

«Io credo che dobbiamo darci una strategia unica a livello regionale: la sanità è gestita su base provinciale così come l’edilizia residenziale, fatta eccezione per la provincia di Chieti; sui rifiuti si va verso un modello che presumibilmente sarà provinciale; il centrodestra a livello nazionale si batte per il ripristino delle Province così come le conoscevamo prima della riforma Delrio. Perciò, io credo che quella debba essere la base di partenza, lasciando liberi i sindaci dei rispettivi sub ambiti provinciali di creare collaborazioni, connessioni e anche giungere alla fusione di gestori diversi, esattamente come sto per proporre ai colleghi sindaci della provincia dell’Aquila e alle tre società territoriali (Gsa per L’Aquila, Cam per l’area marsicana, Saca per la Valle Peligna e l’Alto Sangro). Anche perché non sempre “grande è bello”».

Quindi?

«Guardiamo ai casi del passato: il più grande gestore d’Abruzzo era ed è l’Aca; il più grande gestore della provincia aquilana era ed è il Cam. Entrambi sono andati in concordato preventivo per una gestione economico-finanziaria e patrimoniale non oculata, a riprova di quanto affermato: non è la dimensione che garantisce la qualità, ma la classe dirigente e politica che determina la correttezza delle scelte. Da subito, invece, le sei società di gestione (o le quattro future) potrebbero mettersi insieme e pensare a strategie su alcuni temi comuni come, per esempio, l’acquisto di beni e servizi o per ridurre l’incidenza dei costi dell’energia sulle bollette dei cittadini. Ben venga, poi, l’ipotesi di un consorzio di questi per generare ulteriori economie di scala».

L'Abruzzo della montagna fatto di paesi e l’Abruzzo della costa densamente abitato: secondo Marsilio, ci sono differenze sul fronte della sanità; è così anche per l’acqua?

«Come per la sanità, anche nell’acqua non si può adottare un criterio puramente numerico. Le aree interne hanno reti più estese e territori più complessi. Come sindaci non possiamo accettare che la rappresentatività sia data dalla densità demografica. È anche alla luce di questo fattore che vanno letti alcuni dati che troppo spesso vengono utilizzati in maniera semplicistica o strumentale. Penso, per esempio, al tema della dispersione idrica: le percentuali da sole non dicono nulla. Al pari del quantitativo di acqua immessa, perdere 50 metri cubi su una rete di un chilometro non ha lo stesso significato che perderne su una rete di dieci. Se si fa questo calcolo si nota facilmente che il territorio aquilano è perfettamente nella media fisiologica del settore».

Se la riforma del servizio idrico non andrà in porto entro il 2027, ci saranno le gare d’appalto con l’apertura ai privati: è un rischio o un’opportunità?

«Ho già chiarito la preferenza per l’affidamento in house e dunque il ricorso alle società pubbliche che hanno un patrimonio umano e professionale che non può essere disperso. Il tema però non è “o riforma o privatizzazione”. La riforma va fatta, ma ascoltando i territori. Per questo stiamo calendarizzando incontri provinciali con i sindaci, anche alla luce delle attività di due diligence avviate dall’Ersi, per assumere decisioni consapevoli».

Il Comune dell’Aquila è il principale azionista della Gran Sasso Acqua: la gestione della Gsa è soddisfacente?

«Assolutamente sì. Frequento la Gsa da oltre venti anni e ho conosciuto la gestione del professor Maurizio Leopardi, di Americo Di Benedetto, quelle più recenti di Fabrizio Ajraldi, Alessandro Piccinini e l’attuale di Ivo Pagliari. Professionalità e sensibilità diverse, anche politiche, ma tutte con lo stesso obiettivo: garantire il cittadino del centro storico dell’Aquila quanto il più anziano residente di Carapelle Calvisio. Se non fossimo stati così precisi, non saremmo arrivati a una società innovativa che ha fatto passi da gigante, per esempio, nel monitoraggio della salubrità dell’acqua, nell’utilizzo delle nuove tecnologie per la ricerca delle perdite, nella digitalizzazione dei contatori e nella programmazione degli investimenti. Quando sono diventato sindaco, la prima volta nel 2004, a ogni estate o a ogni periodo di maggior afflusso, la zona del Gran Sasso e l’Altopiano delle Rocche rimanevano a secco e dovevamo mandare le cisterne a rifornire serbatoi e autoclavi. Oggi, tutto questo, non accade più».

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