Tagliacozzo

Amianto nell’Aeronautica militare, Ministero condannato a risarcire un ufficiale marsicano

16 Gennaio 2026

Sentenza del Tar Lazio sul caso del maresciallo Panei, per anni esposto a pericolose particelle. Materiale tossico nei vestiti da lavoro, negli aerei e nella copertura delle strutture

TAGLIACOZZO. C’è una difesa militare, in cui si proteggono i confini, e una difesa civile, in cui si tutelano i diritti. Ma se il primo livello smentisce il secondo, ecco che si arriva a un clamoroso cortocircuito istituzionale. È questa la trama contorta della storia su cui due giorni fa si è espresso il Tar del Lazio, condannando il ministero della Difesa a risarcire il maresciallo dell’Aeronautica militare Nicola Panei, 77 anni, originario di Tagliacozzo, per l’esposizione prolungata e non protetta all’amianto a cui è stato sottoposto per almeno 10 anni della sua carriera al servizio dello Stato. E che gli ha provocato una serie di malattie croniche come asbestosi, broncopneumopatia cronico-ostruttiva e sindrome ansioso-depressiva reattiva.

Il collegio giudicante, guidato da Giovanni Iannini, ha quantificato il risarcimento non patrimoniale in 33mila euro. Non abbastanza, secondo il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto e difensore del militare Ezio Bonanni, che aveva presentato richiesta per quasi un milione e mezzo di euro e che ora intende fare ricorso. «È un primo punto di svolta dopo quasi vent’anni di battaglia legale», spiega, «ma non possiamo non rilevare come l’importo del risarcimento risulti irrisorio se rapportato alla compromissione della salute, alle sofferenze fisiche e psicologiche patite e al rischio di ulteriori evoluzioni patologiche».

LA STORIA - La sentenza del tribunale amministrativo ricostruisce, passo dopo passo, l’odissea medico-giudiziaria di Panei. L’abruzzese è stato militare dell’Aeronautica per 27 anni, dal 1968 al 1995. Nella richiesta di risarcimento la difesa ha sostenuto la tesi per cui, in assenza di «qualsiasi informazione preventiva» sarebbe stato esposto «a polveri e fibre di amianto in concentrazioni superiori alle 100 fibre/litro nella media delle otto ore lavorative e comunque per un periodo superiore ai 10 anni». Tra l’altro, Panei sarebbe stato particolarmente esposto all’inalazione di queste particelle tossiche a causa della particolare mansione svolta durante l’intera durata della sua carriera: l’addetto al servizio antincendi. Quindi ha sempre indossato abiti ignifughi – dal giubbotto alla tuta, fino ai guanti – fatti «in amianto», operando su aeromobili che «a loro volta, avevano componenti in amianto», così come gli edifici dove lavorava avevano copertura nello stesso materiale, si legge ancora nell’ordinanza.

I PRIMI SINTOMI - Nel 2010 Panei si comincia ad accorgere che c’è qualcosa che non va. Difficoltà respiratorie, tosse continua, asfissiante e persistente, dolore toracico. Tre anni dopo, la diagnosi: silicosi e asbestosi, patologie progressive causate dall’esposizione all’amianto e riconosciute come malattie professionali Inail. Poco dopo, arrivano altre brutte notizie: broncopneumopatia cronico ostruttiva e una sindrome ansioso depressiva causata dalla «preoccupazione per le possibili conseguenze sulla propria salute fisica per l’esposizione all’amianto durante il periodo lavorativo e uno stato di stress cronico conseguente alla conoscenza delle possibili conseguenze della patologia polmonare».

RESPONSABILITA’ DELLA DIFESA - C’è un messaggio chiaro, netto che filtra dalle 19 pagine dell’ordinanza: non è stato fatto tutto il possibile per evitare questa situazione. I giudici fissano le diverse responsabilità in capo al datore di lavoro, e cioè il ministero della Difesa. Di fronte alle ragioni offerte da Panei, via XX Settembre avrebbe dovuto dimostrare di aver fatto tutto il possibile per «tutelare l’integrità del lavoratore», ma «non è stata fornita alcuna prova». Anzi, sottolineano i giudici, è vero il contrario: «Risulta dimostrata la mancata adozione di idonee misure di prevenzione, che ben avrebbero potuto essere individuate e approntate» visto che «la pericolosità dell’amianto è infatti nota da epoca molto risalente», addirittura ai primi del ’900, come dimostra l’inserimento della filatura e tessitura dell’amianto in un decreto regio del 1909 che registra i «lavori insalubri o pericolosi». Insomma, il tribunale accoglie tutte le ragioni di Panei. Ma non l’entità del risarcimento richiesto. Nell’ordinanza si parla di «lievità del quadro clinico» del militare sia per quanto riguarda i danni biologici temporanei che quelli permanenti. Abbastanza da respingere il milione e mezzo di euro richiesto, negare la sussistenza di danni patrimoniali e stimare l’indennizzo per quelli non patrimoniali a 33mila euro. Troppo poco per la difesa del militare, che promette di presentare ricorso. L’amianto ha i suoi costi.

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