Paola Turci apre i Giochi Paralimpici: «Siamo tutti speciali, basta con le divisioni»

L’Aquila: in Piazza Duomo canterà due brani per accompagnare le delegazioni. «L’inclusione è necessaria. Il sisma? Solidarietà e dolore insieme»
L’AQUILA.
La musica entra in piazza insieme alle delegazioni. Questo pomeriggio, in Piazza Duomo, la cerimonia di apertura dei Giochi Nazionali Invernali Special Olympics ha anche la voce di Paola Turci. Due brani, un passaggio breve, ma dentro c’è un filo che con questa città torna spesso: la fragilità, lo sguardo degli altri, il confronto, la fatica di non farsi chiudere dentro un’etichetta. Con lei sul palco ci sarà anche Marisa Passera, voce storica di Radio Deejay. Il format prova a tenere insieme sport e racconto, senza trasformare l’inclusione in una parola da usare quando serve e poi dimenticare. Turci all’Aquila è già tornata più volte, dal periodo immediatamente successivo al terremoto agli appuntamenti degli ultimi anni. Ha fatto anche parte del progetto Amiche per l'Abruzzo. Nelle sue parole riaffiora un pensiero preciso: la solidarietà e, insieme, il peso di una città in ricostruzione. I Giochi Nazionali Invernali Special Olympics sono in programma a Ovindoli sino a venerdì e portano in regione 500 atleti con e senza disabilità intellettive, provenienti da tutta Italia. Al centro c’è lo sport unificato, con squadre e gare condivise: atleti che si allenano e competono insieme. Il sipario si alza all'Aquila, con centinaia di persone chiamate a guardare lo stesso cielo, dallo stesso posto, nello stesso momento.
Come è arrivata a partecipare alla cerimonia di apertura?
«Sono amica di Paride Vitale, il presidente di Special Olympics Abruzzo. La scorsa estate sono stata a Pescasseroli, una giornata bellissima, e lui mi ha parlato del progetto, raccontandomi anche del suo impegno all'interno del movimento: si è messo a disposizione della regione e ha scelto di curare questa giornata anche a livello artistico. Mi fa piacere essere coinvolta e di poter cantare, anche se solo due canzoni».
Quali brani porterà in Piazza Duomo?
«Comincio con la cover di Hallelujah di Leonard Cohen per accompagnare l’arrivo delle delegazioni. Poi concludo con una mia canzone».
Lei ha spesso raccontato un rapporto forte con lo sport. Da dove viene?
«Ce l’ho da sempre. Sicuramente è stato anche tramandato da mio padre che era un giocatore di rugby, però mi piace moltissimo lo sport, mi piace praticarlo e mi piace che lo facciano gli altri».
Sport preferito?
«Il tennis. In questo periodo lo pratico poco, però resta il mio sport prediletto. E poi pattinaggio, perché da bambina ho fatto sette anni sulle rotelle e ho provato anche sul ghiaccio».
Il contesto Special Olympics porta dentro anche il tema dell’inclusione, che talvolta resta solo uno slogan. Dove falliamo?
«Non sono io a doverlo dire, però la mia opinione è che probabilmente la differenza la fa cosa o chi consideriamo speciale. Ogni essere umano è speciale per le caratteristiche che ha, ed è questo che lo rende unico. Forse dobbiamo partire da qui».
Quindi perché è importante fare inclusione?
«L’inclusione è necessaria proprio perché c’è chi tende a separato gli esseri umani, a dividerli in “normali” e gli “anormali”. Di fatto, siamo tutti della stessa specie, anche se ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie diversità».
Lei parla anche di fragilità come esperienza comune.
«Credo che ognuno di noi abbia una lotta interiore da vincere, da superare. E tanta fragilità che a volte si nasconde, a volte si manifesta».
Nel suo caso c’è stato un passaggio molto visibile: l’incidente, il volto cambiato, il confronto con la paura.
«A me è capitata un’esperienza forte come quella dell’essere sfigurata in volto e dover affrontare le mie paure. All’inizio le nascondevo, poi ho capito che commettevo un grave errore, perché facevo solo male a me stessa».
Così ha portato avanti un percorso personale che, prendendo le mosse da una sua canzone, “Ti amerò lo stesso”, l’ha portata ad addomesticare il pronome, arrivando a quel “Mi amerò lo stesso”, divenuto poi un libro.
«Accettare quello che si è penso sia molto importante. Ti aiuta anche nell’inclusione, nella comunicazione sociale: comunicare con gli altri quello che sei, quello di cui disponi, le forze che hai e quelle che non hai».
L’Aquila per lei è un ritorno, anche emotivo. Cosa ricorda del post-terremoto?
«Ricordo il periodo delle carriole, l'anno dopo il terremoto. Sono venuta all’Aquila proprio in quelle settimane. Andavo in giro con Mario Monicelli. Ricordo anche un evento meraviglioso al tendone allestito davanti Collemaggio e poi c’era Andrea Satta con i Têtes de Bois».
Che clima trovò in quei giorni?
«Un ricordo particolare, anche significativo da una parte, perché c’era solidarietà, partecipazione. Si sentiva la voglia, la necessità di ritornare, di rimettere in piedi tutta quella bellezza. Poi però ti giravi e intorno c’era dolore. Mi ricordo le transenne, le macerie, la paura, le ferite di questa meravigliosa città».
Tornando negli anni, cosa ha visto cambiare?
«La ricostruzione si è mossa lentamente, ma molto è stato fatto. Me ne sono accorda quando, più di recente, ho partecipato anche a uno spettacolo al Teatro del Perdono in occasione della Perdonanza con Fiorella Mannoia, Luca Barbarossa e Noemi, con direzione artistica di Leonardo De Amicis, un’esperienza di bellezza».
Sabato era alla manifestazione a Roma contro il disegno di legge Bongiorno sulla violenza di genere. Perché era importante esserci?
«Era doveroso esserci. Sono assolutamente contraria a questo orientamento, e come me tutta la fondazione di cui faccio parte, Una Nessuna Centomila. Bisogna assolutamente rivedere il disegno di legge e rimettere la parola “consenso”, perché senza quella parola è chiaro che tutto ritorna all’inizio. Nessun passo è stato fatto, in tal senso. Le divisioni politiche bisogna lasciarle da parte. Bisogna pensare soltanto a difendere e proteggere le donne dalla violenza maschile. In ogni caso è stata una bella manifestazione, ma a mio avviso eravamo sempre troppo pochi. Certo, ho visto un lunghissimo corteo, però avrei voluto volentieri invadere la città».
Su Sanremo cosa pensa, anche alla luce del primo posto di Sal Da Vinci?
«Ogni edizione rispecchia quello che si costruisce. Questa vittoria mi sembra un verdetto assolutamente in linea con le premesse di partenza».
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