Barisciano, Picenze e San Martino alle prese coi grottoni

Voragini sotto alle abitazioni, la gente chiede sicurezza: "Spostare il paese si può". Il sindaco Di Paolo: tocca ai geologi nominati dai privati
BARISCIANO. Toni e Marianna sono due giovani che amano il loro paese. Vederli arrampicati sulle macerie fa un certo effetto. Se fosse per loro, la ricostruzione sarebbe già partita. Quando la redazione mobile del Centro affronta i tornanti di San Martino fanno da guida nella frazione devastata. Su questa collina che prende il sole 12 ore al giorno le ferite si sono aperte sotto terra. L'incubo sono i grottoni.
A ficcare il naso nelle cavità venute fuori sotto le case lo sguardo si perde. Cunicoli profondi che attraversano da parte a parte la frazione. È così sotto a palazzo Facchinei, con le ringhiere spezzate dai puntellamenti, che guarda la chiesa ingabbiata. Alcuni residenti hanno forti dubbi sulle reali possibilità di ricostruire il paese com'era e dov'era. Che fare? Riempire col cemento? Spostare il paese a valle? Il dibattito è aperto. Si è tentata anche la strada della raccolta di firme, in realtà mai decollata. Nelle assemblee finora tenute, i cittadini non sembrano aver espresso ancora una visione unitaria. C'è chi ha paura di tornare ad abitare qui. C'è chi, invece, punta a riavere la sua seconda casa nel centro storico e chiede lumi per ottenere tutti i finanziamenti. Su tutto domina l'incertezza.
La voragine della piazza è coperta da persiane verdi che si spostano facilmente. «Il paese sta sprofondando», attacca Marianna Bonomo. «Io non sono ancora riuscita a recuperare la mia automobile intrappolata dalle macerie. Aveva due anni di vita». Siamo in via della Salute, ma la strada è davvero messa male. L'accesso è impedito da un mucchio enorme di macerie. Tutt'intorno fili volanti e tegole in bilico. E silenzio. Toni ricorda che «qui Margherita offriva i savoiardi a noi bambini».
Alla fontana della piazzetta Adriana Bonomo riempie una bacinella. Vorrebbe riaprire il bar che era un punto di ritrovo per San Martino e le altre frazioni (Petogna e Villa di Mezzo). Ma i lavori avviati hanno avuto un intoppo e ora non si sa come uscirne. «Prima di ricostruire qui pensiamoci», è il messaggio lanciato da alcuni frazionisti al sindaco Francesco Di Paolo che rimanda la palla ai privati. «Si può delocalizzare, a certe condizioni: lo prevede la legge. Ma ricordo che la ricostruzione sta tutta in mano ai proprietari, ai privati. Devono trovarsi tecnici validi, bravi geologi che dicano cosa c'è da fare. Il sindaco valuta, dopo i passaggi di Reluis e Cineas, per decidere la fattibilità o meno. La Protezione civile ha curato la microzonazione. A quanto pare gli strati sottostanti del nostro territorio non sono pericolosi. La volontà politica di rifare i centri storici c'è tutta, ma le risposte non spettano a noi amministratori. I cittadini, tuttavia, non saranno abbandonati». Riprendendo la strada verso valle una donna si raccomanda: «Aiutateci a spostare il paese, noi abbiamo paura».
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A ficcare il naso nelle cavità venute fuori sotto le case lo sguardo si perde. Cunicoli profondi che attraversano da parte a parte la frazione. È così sotto a palazzo Facchinei, con le ringhiere spezzate dai puntellamenti, che guarda la chiesa ingabbiata. Alcuni residenti hanno forti dubbi sulle reali possibilità di ricostruire il paese com'era e dov'era. Che fare? Riempire col cemento? Spostare il paese a valle? Il dibattito è aperto. Si è tentata anche la strada della raccolta di firme, in realtà mai decollata. Nelle assemblee finora tenute, i cittadini non sembrano aver espresso ancora una visione unitaria. C'è chi ha paura di tornare ad abitare qui. C'è chi, invece, punta a riavere la sua seconda casa nel centro storico e chiede lumi per ottenere tutti i finanziamenti. Su tutto domina l'incertezza.
La voragine della piazza è coperta da persiane verdi che si spostano facilmente. «Il paese sta sprofondando», attacca Marianna Bonomo. «Io non sono ancora riuscita a recuperare la mia automobile intrappolata dalle macerie. Aveva due anni di vita». Siamo in via della Salute, ma la strada è davvero messa male. L'accesso è impedito da un mucchio enorme di macerie. Tutt'intorno fili volanti e tegole in bilico. E silenzio. Toni ricorda che «qui Margherita offriva i savoiardi a noi bambini».
Alla fontana della piazzetta Adriana Bonomo riempie una bacinella. Vorrebbe riaprire il bar che era un punto di ritrovo per San Martino e le altre frazioni (Petogna e Villa di Mezzo). Ma i lavori avviati hanno avuto un intoppo e ora non si sa come uscirne. «Prima di ricostruire qui pensiamoci», è il messaggio lanciato da alcuni frazionisti al sindaco Francesco Di Paolo che rimanda la palla ai privati. «Si può delocalizzare, a certe condizioni: lo prevede la legge. Ma ricordo che la ricostruzione sta tutta in mano ai proprietari, ai privati. Devono trovarsi tecnici validi, bravi geologi che dicano cosa c'è da fare. Il sindaco valuta, dopo i passaggi di Reluis e Cineas, per decidere la fattibilità o meno. La Protezione civile ha curato la microzonazione. A quanto pare gli strati sottostanti del nostro territorio non sono pericolosi. La volontà politica di rifare i centri storici c'è tutta, ma le risposte non spettano a noi amministratori. I cittadini, tuttavia, non saranno abbandonati». Riprendendo la strada verso valle una donna si raccomanda: «Aiutateci a spostare il paese, noi abbiamo paura».
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