l'intervista

Bearzi, Natale a casa: «In cella ho resistito grazie alla Bibbia»

L'ex preside del Convitto nazionale condannato per omicidio colposo parla con pudore della scarcerazione inaspettata e del suo rientro in famiglia

UDINE. È stato un Natale indimenticabile quello appena trascorso a casa Bearzi. Perché dopo un mese e mezzo di prigione papà Livio è ritornato a casa. Una scarcerazione insperata quella del preside condannato per il crollo del convitto nazionale “Domenico Cotugno”, arrivata il giorno dell’antivigilia e per cui aveva pregato tanto la moglie Simonetta. Sempre assieme Livio e Simonetta. Nella gioia e nel dolore, come recita la promessa di matrimonio stretta nel 1988. Erano assieme anche quel tragico 6 aprile 2009, quando il terremoto dell’Aquila scosse la terra fino a fare implodere il convitto dove i due dormivano insieme ai figli: una riunione di famiglia, in Abruzzo, per stare vicino al papà durante le vacanze di Pasqua. Poi, il travaglio giudiziario. Ancora una volta Livio e Simonetta si sono fatti forza l’un l’altra. Così come durante i giorni bui del carcere. Fino al Natale, passato inaspettatamente assieme. Un’emozione che Livio Bearzi racconta con pudore. «Ritornare con i propri cari... È stata una cosa davvero bella. Poter riabbracciare moglie e figli mi ha regalato una grandissima soddisfazione. Perché ritrovarsi nella propria famiglia è la cosa più bella che ci sia».

Un nuovo significato per questo Natale? «Decisamente. Spesso sull’onda della tradizione non si capisce l’importanza del significato che ha il Natale come festa religiosa. Ma altrettanto si può dire dell’importanza di trascorrere questa festa con i propri cari».

È rimasto in carcere un mese e mezzo. Un mese e mezzo fatto di appelli per la liberazione che sono arrivati da ogni parte, anche dall’Abruzzo. «Si sono mossi veramente tutti. Ora tutti mi chiamano. Sono grato, ma non desideravo tanta celebrità».

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Come ha accolto la notizia della scarcerazione? «È stata una vera sorpresa. Non ci pensavo minimamente. L’avvocato aveva presentato la richiesta, ma mai avrei pensato che mi avrebbero concesso di passare il Natale a casa. Anche se, lo ammetto, la speranza c’è sempre».

Come sono stati questi 44 giorni? «È stato tutto molto complicato. Perché quelli sono ambienti in cui c’è tanto dolore, c’è tanta sofferenza. Ma anche grande umanità. Ci si fa forza l’un l’altro per cercare di andare avanti. Io per esempio avevo la Bibbia in friulano che mi accompagnava. Mi sono soffermato sul cantico dei cantici, ma anche su molto altro. Ho letto anche Kapuscinski. Si cerca di fare passare il tempo. E ho trovato molto conforto nella lettura».

Come si svolgevano le sue giornate? «La vita del carcere è molto ritmata. Dormivo in cella assieme ad altri tre... non so nemmeno come chiamarli; si dice detenuti, ma preferisco compagni. C’è un controllo continuo, come è giusto che sia, e tante attività, con molto personale che si adopera. Io facevo corsi scolastici, sicché da preside sono ritornato alunno».

Ora riesce a parlarne con serenità, ma immagino abbia vissuto momenti drammatici. «È tutto un grande dolore. Dolore per le persone coinvolte sin da quel 6 aprile, dolore per i miei familiari, per me».

Ha però scoperto anche tanta solidarietà. «Sì, e ringrazio tutti quelli che mi sono stati vicino dal primo all’ultimo. Anche un piccolo gesto in quel frangente è fondamentale. Ho ricevuto solidarietà da tutta Italia e in quei momenti si ha tanto bisogno di vicinanza, è stata fondamentale. Ho superato i momenti difficili anche grazie a quello».

Come ha saputo che sarebbe dovuto andare in prigione? «Quando la Cassazione ha respinto il ricorso è diventato automatico. Mi ha avvertito l’avvocato dall’Aquila, Paolo Guidobaldi. Ora sono provvisoriamente in prova ai servizi sociali. L’udienza del 16 aprile deciderà se confermare o no questa decisione. Ma la sentenza mi ha sospeso per cinque anni dai pubblici uffici e in parallelo è scattato anche un procedimento disciplinare».

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