Caccia al cervo, il WWF gela la Regione: «Abbattimenti inutili»

12 Aprile 2026

Gli ambientalisti non arretrano: «L’idea di cacciare i cervi nasce da una scelta politica che si tenta di giustificare con l’emergenza».

L’AQUILA

Il Wwf non arretra di un passo e torna a opporsi con forza all’ipotesi di abbattimenti selettivi dei cervi in Abruzzo. A due anni dallo scontro istituzionale che portò allo stop del piano regionale – impugnato e poi dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato per vizi procedurali – l’associazione ambientalista respinge la narrazione dell’emergenza e rilancia: «Uccidere i cervi è una scelta politica, non una necessità tecnica». E mentre sindaci, Confagricoltura e Cia chiedono interventi immediati contro danni e incidenti, il Wwf invita a fermarsi e a rimettere al centro dati, prevenzione e gestione complessiva del fenomeno. «In questi giorni assistiamo a una rincorsa di allarmi e numeri sulla presenza dei cervi» spiega Filomena Ricci, delegata regionale del Wwf Abruzzo, «ma riteniamo indispensabile analizzare con attenzione gli studi che stanno alla base di queste affermazioni. Ci riserviamo di farlo, perché su questi dati si costruiscono scelte che hanno un impatto enorme».

Secondo l’associazione, allo stato attuale non esistono nuovi elementi tali da giustificare un cambio di rotta. «Non ci risultano nuovi piani di prelievo né nuovi pareri dell’Ispra. Nel 2024, quando la Regione tentò di avviare la caccia di selezione, i dati indicavano densità appena superiori alla soglia individuata: 2,58 e 2,39 capi per chilometro quadrato nei comprensori interessati, a fronte di un limite di 2 capi/km². Numeri che non giustificavano affatto una strage».

E insiste: «L’Ispra stessa aveva chiarito che la gestione faunistica richiede un approccio olistico, che tenga conto non solo degli aspetti biologici, ma anche di quelli economici, sociali e culturali. E soprattutto aveva precisato che danni e incidenti non sono elementi determinanti per valutare la sostenibilità del prelievo venatorio». Da qui la critica più netta: «Emerge con chiarezza che l’idea di abbattere i cervi nasce da una scelta politica che si tenta di giustificare con l’emergenza».

Ricci non nega le difficoltà nei territori, ma contesta la semplificazione del problema. «Sappiamo bene che in alcune aree interne ci sono danni anche consistenti, soprattutto dove l’agricoltura è fragile e di sussistenza. Ma attribuire ai cervi la crisi dell’intero comparto agricolo è scorretto. L’agricoltura abruzzese deve fare i conti con il cambiamento climatico, la carenza idrica, le difficoltà di accesso al credito e alla distribuzione». Il nodo, per il Wwf, è un altro: «In questi anni si sarebbe dovuto lavorare su rimborsi certi e tempestivi e su misure di prevenzione efficaci. Invece si torna sempre alla scorciatoia della caccia». Le alternative, secondo l’associazione, esistono e sono già sperimentate altrove: «Recinzioni adeguate, dissuasori olfattivi, acustici e visivi, colture a perdere nelle aree più esposte. Strumenti concreti che riducono i danni senza intervenire con l’abbattimento». Anche perché, sottolinea Ricci, «non esiste alcuna certezza che il prelievo venatorio riduca davvero i danni. L’esempio dei cinghiali è sotto gli occhi di tutti: si continua a cacciare, ma il problema resta». Il riferimento torna poi al precedente del 2024, quando la Regione ipotizzò l’abbattimento di 469 cervi. «Quella scelta fu fermata grazie a oltre 140mila firme raccolte e a un ricorso che ne dimostrò l’illegittimità. Non perché non piacesse al WWF, ma perché il procedimento era sbagliato e privo di adeguate motivazioni».

Oggi, dopo due anni, il rischio è di ripetere lo stesso schema.

«Ci chiediamo perché non sia stato fatto nulla di alternativo e si torni a parlare di abbattimenti. Perché si continua a confondere la gestione faunistica con quella venatoria, che sono due piani completamente diversi». La domanda finale è diretta a politici e categorie agricole: «Si pensa davvero che abbattendo qualche centinaio di cervi si risolvano i problemi dell’agricoltura? Il mondo agricolo merita soluzioni vere, non scorciatoie».  (c.d.s.)