ungulati e agricoltura

Abruzzo. Caccia selettiva ai cervi, gli agricoltori ci riprovano, e la Regione è nel mirino

11 Aprile 2026

Oltre 900 incidenti stradali l’anno, milioni di euro di danni nei campi. Le associazioni: «Gestione politica inerme e omissiva, ora basta»

L’AQUILA

Oltre 3,6 milioni di euro di danni da incidenti stradali nel 2024, in crescita di oltre il 50% in quattro anni. Quasi 900 sinistri l’anno. E più di 1,9 milioni di euro di coltivazioni distrutte a fronte di ristori che coprono appena il 35% delle perdite. I numeri dell’emergenza cervi in Abruzzo tornano al centro della scena politica regionale nel dossier di Confagricoltura e Cia, che fotografano una situazione definita «fuori controllo» e con effetti sempre più pesanti su sicurezza, economia e ambiente. «Le imprese agricole sono allo stremo, i territori montani subiscono danni quotidiani. Serve assumersi fino in fondo la responsabilità di scelte concrete e tempestive, adottando strumenti realmente efficaci come un piano strutturato di prelievo selettivo» attacca il presidente Cia Abruzzo Nicola Sichetti. Che significa piani di abbattimenti selettivi.

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Ovvero la caccia (il precedente piano regionale venne bloccato dai giudici dopo i ricorsi degli ecologisti, ndc). Un quadro che la Regione non minimizza: «Il problema esiste ed è serio e sarebbe irresponsabile continuare a negarlo» dice il vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura, Emanuele Imprudente. «La crescita della popolazione dei cervi in alcune aree dell’Abruzzo sta creando squilibri evidenti, sia sul piano ambientale sia su quello economico, con danni importanti per gli agricoltori e con costanti rischi per la sicurezza stradale, con gli incidenti stradali che sono cresciuti pesantemente come anche segnalato da molti sindaci».

COSTI ALLE STELLE

Dati alla mano, l’impatto è in costante peggioramento: i costi degli incidenti stradali aumentano, i sinistri restano elevati e gli agricoltori continuano a ricevere rimborsi solo parziali. In quattro anni i danni causati dalla fauna selvatica sono passati da 2,3 milioni di euro a oltre 3,6 milioni, con un incremento superiore al 50%. Gli incidenti si mantengono su numeri alti: circa 800 nel 2021, saliti fino a sfiorare quota 900 nel 2023, con una lieve flessione a 865 nel 2024 che però non incide sulla crescita dei costi, segno di episodi più gravi e risarcimenti più onerosi. Accanto alla sicurezza stradale, resta critico il fronte agricolo. Tra settembre 2023 e agosto 2024 i danni alle coltivazioni sfiorano i 2 milioni di euro, ma i ristori si fermano a poco più di 670 mila euro: poco oltre un terzo delle perdite, con circa due terzi a carico delle aziende. Una situazione diffusa in tutto il territorio: nel Chietino i rimborsi coprono appena il 32% dei danni, tra Pescara e Teramo il 35%, mentre nell’Aquilano – pur con la percentuale più alta – non si supera il 38%. Il quadro è stato tracciato da Confagricoltura e Cia Agricoltori Italiani L’Aquila-Teramo al termine del confronto promosso l’8 aprile a Sulmona, insieme a istituzioni, parchi ed esperti del settore faunistico.

LE SPECIE A RISCHIO

Un’analisi che converge su un punto: la proliferazione dei cervi, con tassi di crescita tra il 20% e il 35% annuo soprattutto nella provincia dell’Aquila, è ormai fuori controllo e frutto di una gestione ritenuta «inerme e omissiva». Prima ancora dei danni all’agricoltura, a preoccupare è l’impatto sugli equilibri naturali. Secondo quanto emerso dalle relazioni scientifiche, la pressione esercitata dai cervi – specie considerata non autoctona – starebbe compromettendo i pascoli e mettendo a rischio altre specie simbolo dell’Appennino, come camosci, caprioli e orsi, costretti a competere per le risorse. Una lettura condivisa anche dai direttori delle aree protette, che hanno manifestato disponibilità a collaborare con le istituzioni per rendere sostenibile la presenza della specie. Tra i casi citati, quello del Parco Sirente Velino, dove – è stato ricordato – il primo tentativo di contenimento venatorio è stato di fatto bloccato da ricorsi legali promossi da associazioni ambientaliste. Proposte alternative che, secondo gli esperti, sarebbero «irrealistiche e prive di fondamento scientifico».

AGRICOLTURA ALLO STREMO

Il punto più critico resta però quello economico. Le organizzazioni agricole parlano di aziende «allo stremo», con colture sempre più esposte ai danni della fauna selvatica: cereali identitari, foraggi destinati agli allevamenti, vigneti e produzioni di pregio. Una contraddizione che investe il modello di sviluppo regionale: mentre si punta su turismo esperienziale, parchi ed enogastronomia, nei campi – denunciano – vengono distrutte proprio le materie prime che alimentano quel racconto. Da qui l’attacco alla Regione, accusata di continuare a rinviare decisioni ritenute ormai inevitabili. Nel mirino, la scelta di limitare anche per il 2026 l’intervento al solo “controllo”, giudicato inefficace senza un piano strutturato di prelievo selettivo. «Non esistono alternative in grado di incidere realmente sulla dinamica della popolazione», sostengono Confagricoltura e Cia, che parlano di una linea dettata più da «opportunità politica e mediatica» che da evidenze scientifiche. Non solo campi devastati. Il dossier si allarga ai sinistri stradali causati dalla fauna selvatica, definiti «esageratamente elevati» e tali da rappresentare un rischio crescente per la sicurezza dei cittadini. Da qui la richiesta di un cambio di rotta immediato: atti concreti, tempi certi e l’adozione di strumenti già utilizzati in altre regioni – dalla Toscana all’Emilia-Romagna, fino a Marche e Umbria – e in diversi Paesi europei. «Non è più tollerabile assistere a questo immobilismo» chiosa il presidente di Cia Abruzzo «di fronte a dati scientifici chiari e condivisi, che evidenziano una crescita fuori controllo della popolazione di cervi e un impatto sempre più grave su ecosistemi, agricoltura e sicurezza dei cittadini, la politica non può continuare a rinviare decisioni fondamentali». In chiusura, il mondo agricolo alza i toni con una domanda rivolta alla politica regionale: come intenderà assumersi la responsabilità di eventuali incidenti futuri, se continuerà a non adottare misure ritenute necessarie per prevenirli? Una sfida che chiama in causa non solo la gestione della fauna, ma la capacità di governo di un territorio dove, avvertono le associazioni, «è già troppo tardi per aspettare ancora».