Casa assaltata di Fabiani, parla la figlia: «Gesto infame, ma nessun risentimento»
«Mio padre non ha mai avuto risentimento nei confronti di quel gesto così infame. Ne parlava poco, ma non ha mai speso parole di condanna, piuttosto di pacificazione verso i suoi concittadini», dice...
«Mio padre non ha mai avuto risentimento nei confronti di quel gesto così infame. Ne parlava poco, ma non ha mai speso parole di condanna, piuttosto di pacificazione verso i suoi concittadini», dice così Leila Fabiani, figlia di Luciano, raccontando dell’assalto alla casa di famiglia e dell’incendio della biblioteca nei giorni dei moti. «Mio padre da subito cercò di rileggere il problema come una manifestazione di ignoranza collettiva e cercò di capire chi fosse stato il manovratore. Non è stato facile, nell’immediato, capire questa posizione, ma grazie al suo atteggiamento di pacificazione abbiamo superato la paura dell’aggressore, un rischio concreto per una adolescente come me. Non furono mai usate parole di vendetta da parte di mio padre». Leila Fabiani al tempo dei moti aveva 16 anni, ma la memoria è rimasta sempre viva, metabolizzata grazie all’esempio pacificatore di Luciano «che mai», come sottolinea Leila «ebbe parole di risentimento e vendetta verso quella violenza». Dopo la fine dell’allarme sicurezza, era chiaro che lo scontro politico a cui ci si appellava per le violenze era campato in aria e non basato sui fatti. «Mio padre si sforzò sempre, per il resto della sua vita, a capire chi fosse stato a manovrare l’ignoranza della gente». «A distanza di tempo non c'è stata né rabbia, né rivendicazione, né astio nei confronti di chi aveva dato fuoco a casa».

