Castelnuovo è ancora un cumulo di rovine

La rabbia dei residenti nei Map: in 2 anni non si è mosso nulla, ora basta
SAN PIO DELLE CAMERE. Da un lato il paese devastato e pieno di macerie. Dall'altro lo scheletro del centro polifunzionale andato a fuoco. In mezzo, i Map, dove i residenti si dibattono tra un'invasione di topi e un'infiltrazione d'acqua. A Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere, l'orologio è fermo a due anni fa. Il centro storico è chiuso, le strade interdette al traffico, i residenti sono infuriati ma non mollano: «Vogliamo risposte, bisogna avviare la ricostruzione».
La redazione mobile del Centro tocca uno dei paesi maggiormente danneggiati dal sisma. Accanto ai Map c'è un gruppo di persone ad aspettare. Negli occhi e nelle parole la voglia di raccontare tutto quello che doveva essere e non è stato. «Qui ci sono danni enormi e poca volontà di risolvere le cose», è il commento comune tra la gente. Aspettano tutti il sindaco, ma Francesca D'Andrea è trattenuta da un impegno istituzionale all'Aquila. Presente il consigliere comunale Roberto Sidoni.
«Qui manca il confronto», sostiene Luigia Maurizio dell'associazione Ricostruiamo Castelnuovo onlus che periodicamente tiene assemblee con la popolazione. «Abbiamo partecipato a numerosi incontri, ci sono state fatte tante promesse ma nulla è stato mantenuto. Qui la zona rossa invece di ridursi aumenta. Ci sarebbero delle case agibili ma se non si mettono in sicurezza i percorsi è tutto inutile. Finora le scelte non sono state condivise, impossibile dialogare con l'amministrazione. Lo stesso progetto di realizzare un unico ambito con l'Università di Firenze ci lascia perplessi. Siamo spaventati dai tempi di intervento. Invece di aspettare si potrebbe partire con piccole porzioni. Da una parte Chiodi dice che si possono presentare i progetti, dall'altra l'amministrazione li vieta. Un controsenso. Le perimetrazioni sono state effettuate, ma a San Pio si può lavorare e a Castelnuovo no».
La protesta cresce. «Qui manca tutto», dicono i residenti, «dal negozio alle poste alla farmacia alla chiesa, donata a giugno 2009 e solo ora in via di ultimazione. Si dice messa al circolo ricreativo. Manca un ambulatorio medico, eppure ci sono tanti Map liberi. Il paese è in abbandono. Chi paga i danni delle case dichiarate agibili due anni fa ma ora degradate? Siamo stati espropriati», rincara la dose la signora Maurizio.
La voglia di tornare a casa sta tutta nelle parole di Argentina Ciroli, 88 anni, che ogni mattina alza lo sguardo verso quel caminetto che non fuma più da 23 mesi. «Voglio tornare a casa mia. La guardo tutte le mattine e non ci posso andare. Bisogna fare qualcosa».
La professoressa Francesca Casciani apre, con le lacrime agli occhi, la porta dell'albergo-ristorante La Cabina, un punto di riferimento per tutto il comprensorio. Una struttura completamente danneggiata. Chissà quando potrà risorgere. Nel frattempo l'attività sta ripartendo nel terreno di fronte, dall'altro lato della statale 17. «Nulla è stato fatto per sostenere le piccole imprese» dice.
E poco è stato fatto anche all'interno del nucleo storico della frazione. Nella zona rossa tutto è rimasto come il 6 aprile. La maggioranza delle case è sfondata, ci sono macerie. Solo la chiesa di San Giovanni Battista (distrutta) è stata liberata e le pietre sono state accatastate a poca distanza da quel poco che è rimasto in piedi. Difficile pensare di poter ridare vita al paese. Anche perché quelle grotte, scavate sotto le case, hanno indebolito il terreno. «Qui non ci resta che fare come a Pompei» dice Domenico, che da settant'anni vive e lavora a Castelnuovo. «Ripuliamo bene il paese, togliamo tutte le macerie così come è stato fatto per la chiesa e lasciamo quel che resta. Che vuoi ricostruire qui? Facciamo un sito che ricordi la tragedia del terremoto».
È un pensiero che trova consensi. «Ormai questo è un paese fantasma. E' triste dirlo ma è così» interviene un'altra residente. «Rimettere in piedi tutto è impossibile».
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La redazione mobile del Centro tocca uno dei paesi maggiormente danneggiati dal sisma. Accanto ai Map c'è un gruppo di persone ad aspettare. Negli occhi e nelle parole la voglia di raccontare tutto quello che doveva essere e non è stato. «Qui ci sono danni enormi e poca volontà di risolvere le cose», è il commento comune tra la gente. Aspettano tutti il sindaco, ma Francesca D'Andrea è trattenuta da un impegno istituzionale all'Aquila. Presente il consigliere comunale Roberto Sidoni.
«Qui manca il confronto», sostiene Luigia Maurizio dell'associazione Ricostruiamo Castelnuovo onlus che periodicamente tiene assemblee con la popolazione. «Abbiamo partecipato a numerosi incontri, ci sono state fatte tante promesse ma nulla è stato mantenuto. Qui la zona rossa invece di ridursi aumenta. Ci sarebbero delle case agibili ma se non si mettono in sicurezza i percorsi è tutto inutile. Finora le scelte non sono state condivise, impossibile dialogare con l'amministrazione. Lo stesso progetto di realizzare un unico ambito con l'Università di Firenze ci lascia perplessi. Siamo spaventati dai tempi di intervento. Invece di aspettare si potrebbe partire con piccole porzioni. Da una parte Chiodi dice che si possono presentare i progetti, dall'altra l'amministrazione li vieta. Un controsenso. Le perimetrazioni sono state effettuate, ma a San Pio si può lavorare e a Castelnuovo no».
La protesta cresce. «Qui manca tutto», dicono i residenti, «dal negozio alle poste alla farmacia alla chiesa, donata a giugno 2009 e solo ora in via di ultimazione. Si dice messa al circolo ricreativo. Manca un ambulatorio medico, eppure ci sono tanti Map liberi. Il paese è in abbandono. Chi paga i danni delle case dichiarate agibili due anni fa ma ora degradate? Siamo stati espropriati», rincara la dose la signora Maurizio.
La voglia di tornare a casa sta tutta nelle parole di Argentina Ciroli, 88 anni, che ogni mattina alza lo sguardo verso quel caminetto che non fuma più da 23 mesi. «Voglio tornare a casa mia. La guardo tutte le mattine e non ci posso andare. Bisogna fare qualcosa».
La professoressa Francesca Casciani apre, con le lacrime agli occhi, la porta dell'albergo-ristorante La Cabina, un punto di riferimento per tutto il comprensorio. Una struttura completamente danneggiata. Chissà quando potrà risorgere. Nel frattempo l'attività sta ripartendo nel terreno di fronte, dall'altro lato della statale 17. «Nulla è stato fatto per sostenere le piccole imprese» dice.
E poco è stato fatto anche all'interno del nucleo storico della frazione. Nella zona rossa tutto è rimasto come il 6 aprile. La maggioranza delle case è sfondata, ci sono macerie. Solo la chiesa di San Giovanni Battista (distrutta) è stata liberata e le pietre sono state accatastate a poca distanza da quel poco che è rimasto in piedi. Difficile pensare di poter ridare vita al paese. Anche perché quelle grotte, scavate sotto le case, hanno indebolito il terreno. «Qui non ci resta che fare come a Pompei» dice Domenico, che da settant'anni vive e lavora a Castelnuovo. «Ripuliamo bene il paese, togliamo tutte le macerie così come è stato fatto per la chiesa e lasciamo quel che resta. Che vuoi ricostruire qui? Facciamo un sito che ricordi la tragedia del terremoto».
È un pensiero che trova consensi. «Ormai questo è un paese fantasma. E' triste dirlo ma è così» interviene un'altra residente. «Rimettere in piedi tutto è impossibile».
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