«Con Wojtyla ho girato tutto il mondo»

14 Aprile 2018

L’ex vaticanista e i viaggi con Giovanni Paolo II Dal giornalismo al teatro, col pallino del dialetto

Mario Narducci ha da poco compiuto 80 anni e contemporaneamente ha festeggiato i 50 anni di iscrizione nell’albo dei giornalisti. Oggi vive nella sua bella casa a San Gregorio circondato dai suoi libri. Ha passato la vita a scrivere e ha girato il mondo quando, da vaticanista del giornale “il Popolo”, l’organo ufficiale della Democrazia Cristiana, dal 1978 al 1984 ha seguito i viaggi di Giovanni Paolo II. È stato tra i primi ad arrivare in via Fani il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e dello sterminio della sua scorta. Ricorda lo sconcerto nell’apprendere, mentre si recava nella sala stampa del Vaticano, della morte improvvisa di Giovanni Paolo I. Era in piazza San Pietro la mattina del 13 maggio 1981 e sentì distintamente i colpi di pistola sparati contro Papa Wojtyla. Insomma, un testimone di molti avvenimenti che sono passati alla storia.
Lei è stato ed è un giornalista autorevole eppure, giovanissimo, lei voleva diventare frate. È vero?
«Ricordo che durante l’occupazione tedesca, fra il 1943 e il 1944, mio padre, che lavorava da civile in questura, decise di portare la famiglia a Vigliano di Scoppito che poi era il suo paese di origine. Lì fummo ospitati nella canonica. Il parroco, don Vincenzo Narducci, era mio zio. Tornati in città dopo la guerra, abitavamo in via Crispomonti, frequentavamo la parrocchia di Santa Giusta dove spesso venivano per le missioni i Padri Passionisti. Fu allora che decisi che dovevo farmi frate e sono stato a lungo con i religiosi di San Gabriele non solo a Isola del Gran Sasso ma anche in altri conventi, per esempio a Spoleto. Fu con loro che feci tutto il percorso scolastico e arrivai anche a pronunciare la prima professione. Poi a un certo punto cominciai ad accusare dei malori. La cosa strana è che se stavo in convento avevo la febbre, se stavo a casa stavo bene. Forse fu un segno del destino. A un certo punto gli stessi religiosi mi riportarono materialmente a casa».
La sua era una famiglia numerosa?
«Eravamo 5 fratelli: io, Vittorio, che oggi è sacerdote, Vincenzo, Franco, Pino e una sorella, Candida».
La sua vita, quindi, prese un’altra strada?
«Sì, un mio zio, il padre di Angelo Narducci, poi direttore di Avvenire, mi indirizzò verso la scuola di formazione delle Acli, ma prima avevo fatto parte per breve tempo dei comitati civici di Luigi Gedda e io, durante le campagne elettorali, facevo “propaganda” per la Dc. Quando finii la scuola di formazione le Acli mi chiesero di restare a Roma alla direzione dell’Ufficio formazione quadri. Dopo un po’ fui mandato all’Aquila dove c’era la necessità di riorganizzare le Acli a livello provinciale».
Nel 1965 l’incontro con sua moglie Mariolina, compagna di tutta una vita scomparsa nel 2012 a soli 66 anni. Ricorda come vi siete conosciuti?
«Io ero andato a Lourdes con gli scout e Mariolina – che era di Urbino – era una delle crocerossine che accompagnavano e assistevano i malati. Una notte eravamo insieme a vigilare sui pellegrini infermi e cominciammo a parlare. Ci mandammo cartoline, poi lettere e così nel 1966 ci siamo sposati».
La passione per il giornalismo come arrivò?
«Credo di averla sempre avuta. Con mio fratello Franco e tanti amici demmo vita a un giornalino studentesco che si chiamava “Sette in condotta”. All’Aquila collaboravo in particolare con il Tempo e ricordo che con i soldi che mi dava l’allora capo della redazione Enrico Carli ci pagai il debito che avevo fatto per fondare con Dante Capaldi e Annibale Gentile il mensile “Telestar”, che ebbe vita breve. Quella di fondare giornali è stata sempre una mia passione».
A un certo punto decise di lasciare L’Aquila.
«Mariolina, che era giovanissima, voleva stare vicino ai suoi e terminare l’università. Io avevo trovato lavoro all’ufficio stampa della Benelli Armi, ma non ci andai mai perché mi tuffai in un’altra avventura, un mensile. Si chiamava La Gazzetta di Urbino. Dopo un po’ il responsabile dell’ufficio di corrispondenza del Resto del Carlino lasciò l’incarico e fui chiamato io. Facevo ogni giorno, praticamente da solo – avevo un collaboratore per lo sport – una pagina di cronaca di Urbino».
Dopo un po’ l’approdo al Corriere Adriatico.
«Quella è una storia curiosa. Un giorno, eravamo nel 1969, ci furono tafferugli all’università di Urbino. Una signora che abitava nei pressi, a causa della paura, fu colpita da un infarto e morì. Io naturalmente feci tutta la pagina su quel fatto. Il giornale concorrente, il Corriere Adriatico, “bucò”, come diciamo noi giornalisti, la notizia. Il giorno dopo, il direttore del Corriere Adriatico mi chiama e mi dice “chiedi quello che vuoi, ma vieni da noi”. In realtà io chiesi praticamente gli stessi soldi che mi dava il Resto del Carlino, solo con qualche garanzia contrattuale in più».
Perché quell’esperienza finì presto?
«Perché mia moglie, che intanto si era laureata in Lettere, aveva ottenuto un posto da insegnante in Val d’Aosta, esattamente a Valtournenche. Decisi di andare con lei e mi rivolsi a mio cugino, Angelo Narducci, che era direttore di Avvenire, per vedere se in quella zona c’era possibilità di trovare lavoro come giornalista. Mio cugino si rivolse all’allora direttore della Gazzetta del Popolo, Giorgio Vecchiato, che mi fece un contratto da collaboratore per la pagina di Aosta. Devo dire che mi trovai bene, a parte il fatto che gli autonomisti in consiglio comunale parlavano il loro “dialetto” e questo mi spiazzava un po’. Poi fui mandato a Verbania, sul lago Maggiore, per contrastare La Stampa, che stava aprendo diverse redazioni locali. Nel 1973 lasciai La Gazzetta del Popolo».
Che cosa era successo?
«Il Popolo, il giornale della Dc, aveva deciso di aprire redazioni nelle regioni rosse, mi contattarono e andai a Roma nella redazione centrale. In quel momento mi trovavo a Prato dove s’era appena aperta una redazione di Avvenire. A Roma mi misero nella redazione Interni, poi lo storico vaticanista del giornale, che stava già in pensione, decise di mollare definitivamente e chiesero a me se volevo sostituirlo. Dissi subito di sì».
Iniziarono allora i dieci anni come vaticanista. Che ricordi ha di quel periodo?
«Io ho assistito a un passaggio epocale nella storia della Chiesa. Quelli che con Paolo VI erano stati viaggi importanti ma sporadici, con Giovanni Paolo II diventarono uno strumento pastorale e anche politico. Penso ai viaggi in Polonia, ad esempio. Dovunque andava, il Papa suscitava un cambiamento. L’ho seguito – a parte la Polonia – in Brasile, Giappone, Filippine e in tanti altri luoghi del mondo. Era faticoso – scrivevo sulla Lettera 22 e i testi venivano inviati per telescrivente – ma entusiasmante».
Poi nel 1984 il ritorno con tutta la famiglia all’Aquila? Come mai?
«Mi ero un po’ stancato di fare il giramondo e Roma stava diventando sempre più caotica, a volte invivibile. Fui assunto dall’Eco di San Gabriele e dopo un paio di anni l’allora sindaco dell’Aquila Enzo Lombardi mi chiamò all’ufficio stampa del Comune, dove sono rimasto fino al 1994. Nel frattempo ebbi anche un contratto dall’Ansa. Dal 1998 al 2001 invece ho diretto L’Eco di San Gabriele».
Lei, dal 1984 in poi, è stato anche un protagonista della cultura cittadina.
«Con due dei miei fratelli, Franco e Pino, fondammo Ju Zirè, un settimanale che ebbe molto successo nei primi anni. Nacque il premio Zirè d’Oro che ancora portiamo avanti e poi una miriade di iniziative con una particolare attenzione al teatro – con mio fratello Franco presidente e regista della Piccola Brigata – ma soprattutto alla poesia che avevo abbandonato negli anni più intensi del giornalismo e poi ho riscoperto dal 1984 in poi».
Come vive i suoi 80 anni?
«Sereno, vicino ai miei figli Maria Laura, Maria Giovanna, Francesco Maria e i miei 5 splendidi nipoti».
Sul suo profilo Facebook lei dedica quasi ogni giorno poesie e pensieri a sua moglie Mariolina.
«Un grande amore lascia sempre un grande vuoto... Difficile da colmare».
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