Così il giovane Bruno cominciò a essere il grande Vespa della tv

24 Febbraio 2016

La testimonianza di Villante: all’Aquila era un predestinato molto bravo anche a giocare a tennis, ma non tanto sugli sci

Mercoledì scorso sono trascorsi esattamente 20 anni dalla prima puntata di Porta a Porta. Abbiamo ricostruito i primi passi aquilani di Bruno Vespa nel mondo del giornalismo attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto molto da vicino.

di UMBERTO VILLANTE *

Ovviamente non è facile parlare in poche righe di Bruno Vespa, per tutti grande giornalista, ma per me anche amico di una vita; ed avrei quindi volentieri declinato l’invito. Ma l’occasione dei venti anni di Porta a Porta non mi consente di tirarmi indietro di fronte alla cortese sollecitazione di dedicare qualche parola ai ricordi di vita aquilana di Bruno. Ecco allora qualche breve annotazione di carattere personale.

La mia amicizia con Bruno, lo ricordo bene, nacque in un tardo pomeriggio di Novembre del ’62; di fronte ad un succo di frutta alla pera, con cui maestri di giornalismo (Enrico Carli, Ennio Mari, Giulio Manilla, Silvio Graziosi) e giovani di grande spessore (Walter Tortoreto, Pina Visconti, lo stesso Bruno, artefice della mia assunzione) vollero festeggiare il mio ingresso, da quindicenne emozionatissimo, nella redazione aquilana de “Il Tempo”, allora collocata in un appartamento al primo piano in Via Picenze. Erano anni in cui la nostra città era ricca di iniziative, di fermenti culturali, legati alla musica, al teatro, alle arti, all’università nascente, ma anche a personaggi di grande rilievo. Sebbene ancora diciottenne, di questo panorama cittadino Bruno era già attento osservatore ed autorevole firma. Si capiva, per dirla con franchezza, che era nato per il giornalismo. Si dedicò tuttavia, con pazienza, ad insegnarmi (forse con scarso successo) a scrivere di sport e di fatti cittadini, ed a prestare attenzione a quanto scrivevano i suoi colleghi de “Il Messaggero” (Celaia, ovviamente, ma anche, Ju Poerome, Colacito, Capezzali, Esposito).

Per farla breve, impegnati quotidianamente con il giornale (ovviamente, io in maniera assai più ridotta), quasi senza accorgercene, trascorremmo insieme tutti gli anni del liceo e dell’università. Realizzando pagine a colori per il primo scudetto dell’Aquila Rugby; partecipando alle feste cittadine per il Carnevale, che si vivevano in smoking; dedicando le mattinate estive al tennis, sport in cui Bruno era certamente da annoverare tra i massimi esponenti della categoria dei “pallettari” (peraltro con invidiabili successi agonistici; tra l’altro, sconfiggendomi in finale al torneo per giornalisti); organizzando il primo favoloso viaggio alla conquista del mondo, a bordo di una mia cinquecento di terza mano, che, per quanto sgangherata, ci consentì di doppiare San Marino per affacciarci, addirittura, a Lugano; vivendo gli anni della contestazione a Roma, dove io proseguivo i miei studi in Fisica e lui, oltre che lavorare alla tesi in Giurisprudenza, partecipava ad un interminabile concorso per la Rai. “Il puledro vince il suo primo Gran Premio” titolò Carli per annunciare il trionfo di Bruno, che festeggiammo tutti insieme a “Le Salette”. E la prima telecronaca di Bruno (una regata storica delle Repubbliche Marinare, di per sé noiosissima) emozionò me, aspirante fisico spaziale, quasi quanto la pressoché simultanea passeggiata di Armstrong sulla Luna.

Il lavoro divise ovviamente le nostre strade, ma non la nostra amicizia; animata, subito do. po il mio matrimonio (di cui Bruno fu testimone), da una vacanza sugli sci (con risultati, per Bruno, largamente inferiori a quelli tennistici); da riunioni del sabato sera in casa mia e di Letizia, con alloggiamenti di fortuna; da pomeriggi di Natale/Santo Stefano trascorsi a giocare a carte tra amici, e da tante altre cose. Ovviamente, tantissimi ricordi mi legano a Bruno. Alcuni per me particolarmente significativi: il suo primo viaggio in America, quando venne a visitarci a Boston, dove iniziavo la mia carriera scientifica al Mit; la telefonata, angosciata e sollecita, del 6 aprile; la commozione in diretta a Domenica In, da me involontariamente provocata mentre gli parlavo dalle rovine di San Pietro (chiesa in cui ero stato suo testimone di nozze); ma anche la sua presenza e le sue parole, sentite e scherzose, nel corso di una seduta che il Consiglio Comunale aveva voluto dedicarmi in un’occasione per me particolarmente felice; ed i recenti festeggiamenti per i suoi settanta anni, con l’intera troupe di Porta a Porta invano impegnata a chiedermi conferma di vecchi divertenti episodi chissà come trapelati. I venti anni di Porta a Porta, in definitiva, hanno significato per me solo l’ulteriore riconoscimento di una grandissima professionalità, vagamente intuita fin dagli anni del liceo e divenuta definitiva certezza fin dal primo affacciarsi di Bruno sui teleschermi. Ed, ovviamente, ho brindato con gioia al successo di un amico, tirando fuori dal frigo, con un po’ di commozione, un succo di frutta alla pera.

(*fisico spaziale)

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