Crollo via D’Annunzio Ecco perché Cimino è stato «scagionato»

4 Settembre 2016

I giudici: «Aveva solo l’obbligo di sistemare i pilastri e non di comunicare al condòmini lo stato del palazzo»

L’AQUILA. La Cassazione ha annullato mesi fa la condanna in appello a un anno e dieci mesi per omicidio colposo plurimo a carico dell’ingegner Fabrizio Cimino in seguito al crollo in via D’Annunzio, nel quale morirono 13 persone. Cimino, 55 anni, va ricordato, si occupò solo dei restauri di quel palazzo che fu realizzato (male secondo tutti i periti) nel 1961.

Una delle contestazioni, respinte dall’interessato, era quella di non avere notato che il palazzo aveva delle criticità e di non averlo reso noto.

Nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni per le quali, pur a fronte di censure, la condanna va annullata con un nuovo processo di appello in quanto nelle precedenti motivazioni di condanna «non si è affermato un obbligo di intervento o di segnalazioni di difetti che attenevano a ulteriori porzioni dell’edificio; ma di un obbligo delimitato all’opera affidata alle cure del Cimino. E occorre intendersi: non già di un obbligo di segnalazione ai committenti ma di un obbligo di ben eseguire il mandato conferito».

I giudici hanno dunque disposto un nuovo processo anche per stabilire se i residenti del palazzo avrebbero disposto altri lavori di rinforzo qualora fossero stati avvisati dei rischi di crollo di quell’edificio assai fragile. «Non è stato indagato», censura la Cassazione, «quali fossero i rimedi concretamente adottabili, se essi fossero nella disponibilità del condominio tanto per l’aspetto economico che per quello dispositivo, se vi fosse la concreta possibilità di un intervento dell’autorità pubblica a fronte di una eventualità inattività dei condòmini e quali fossero i tempi di attuazione delle misure concretamente adottabili».

Il processo dovrà ora essere fissato davanti alla Corte d’appello di Perugia. Poi, comunque vada, ci sarà il ricorso in Cassazione da parte della Procura o dell’imputato a seconda del verdetto. Logica vuole, dunque, che l’iter giudiziario, visti i tempi della giustizia, finirà in prescrizione prima che sia pronunciata la sentenza definitiva a meno che non ci sia la rinuncia da parte dell’accusato che è assistito dall’avvocato Stefano Rossi. Perplesse le parti civili su queste motivazioni.

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