Ditte e tecnici, quella corsa agli appalti

11 Maggio 2016

All’inizio c’è stato l’arraffa-arraffa, poi per alcune imprese sono iniziate le difficoltà e tutto è finito nelle aule di tribunale

L’AQUILA. Ricordate quell'imprenditore che la notte del sei aprile 2009 con le urla dei feriti che ancora si sentivano da sotto le macerie se la rideva al telefono pregustando gli appalti della ricostruzione? Beh non era il solo. Magari tanti non avranno riso in maniera così sguaiata ma certo una leccatina ai baffi se la sono data. Alzi la mano un imprenditore, un tecnico, un politico, ma anche un aquilano, fuori da ogni interesse particolare, che nelle settimane successive al sisma non abbia ricevuto una telefonata da un amico _ o presunto tale e che non sentiva da decenni _ che chiedeva come poter “entrare” nel “gioco” della ricostruzione. Molte imprese edili _ forse già in difficoltà prima del 2009 _ hanno guardato all'Aquila come al posto in cui risolvere tutti i loro problemi economici. Altre si sono “buttate” sull'Abruzzo pregustando lauti guadagni. Pur di ottenere appalti c'è chi ha promesso di tutto. Il Centro ha potuto consultare un cosiddetto “accordo quadro” del 2011 – preliminare al contratto di appalto vero e proprio– col quale a chi prima abitava in case appena dignitose veniva promesso di tutto: persino uno show room, accanto al cantiere, nel quale si sarebbe potuto scegliere dalle mattonelle alla rubinetteria (come andare a fare la spesa senza passare per la cassa). Ma non solo. Eventuali imprevisti? Nessun problema, paga tutto la ditta al 100 per cento. Lavori aggiuntivi? Bene, paghi tu proprietario ma io ditta ti faccio uno sconto del 30 per cento. Un modo soft per dire: tranquillo alla fine non caccerai un euro. Fra il 2010 e il 2011 cominciò a girare una sorta di leggenda metropolitana: “quando presenti la pratica alla Filiera devi per forza indicare la ditta che farà i lavori”. Una bufala nella quale in tanti hanno creduto e che in fondo faceva comodo sia alle imprese perché acquisivano i lavori (per loro era come avere un tesoretto su cui contare) sia a qualche tecnico meno attrezzato che così sperava di farsi dare una mano, nella progettazione, dalle ditte stesse. Nel 2012 però sono cominciati i guai. Diverse società (anche a causa dei ritardi provocati da scontri politici e burocratici) si sono accorte che la loro situazione economica invece di migliorare peggiorava. Si è trattato in gran parte di aziende non aquilane che vista “la mala parata” si sono gettate sul concordato preventivo spesso cedendo (e quindi incassando dei soldi) gli appalti _acquisiti in precedenza con i “contratti preliminari” _ ad altra impresa. I proprietari a quel punto si sono ritrovati a dover far fare i lavori non dalla ditta scelta all'origine (con tutte le promesse che avevano ricevuto) ma da un'altra di cui non sapevano nulla (il caso di cui si è parlato molto sulla stampa è quello della Mazzi di Verona che cedette parte dei lavori alla Ccc spa, ma ce ne sono state molte altre ). Da qui le “risse” finite quasi sempre in tribunale e che ancora non si chiudono con ritardi misurabili in anni. L'ultima legge sulla ricostruzione, quella del 2015, ha provato a mettere un po' di ordine. Il decreto legge ha stabilito che non si possono più fare le cessioni di appalti da una ditta (in crisi) a un'altra. E aveva anche statuito che i proprietari potevano togliere l'appalto all'azienda fallita (e questo era scontato) o finita in concordato preventivo. Nei due mesi passati fra il decreto e l'approvazione definitiva della legge c'è chi è riuscito a sganciarsi da imprese in concordato preventivo affidando i cantieri ad altra ditta scelta dall'assemblea di condominio o di aggregato. Nel momento della conversione in legge un emendamento ha però tolto le parole “concordato preventivo”. Una “cortesia” a una ditta aquilana che altrimenti avrebbe dovuto chiudere definitivamente ma anche la riproposizione di una problematica che interessa centinaia di persone in attesa di rientrare a casa.