Don Renzo: «Ne sono certo Raffaele Cutolo è in Paradiso»

21 Febbraio 2021

Il canonico D’Ascenzo per sette anni assistente spirituale del boss scomparso «Siamo diventati amici in carcere a Preturo: solo Dio conosce e può giudicare»

L’AQUILA. «È ritornato al padre Raffaele Cutolo. Io sono certo che sia in Paradiso». Parola di don Renzo D’Ascenzo. Lo stimato sacerdote, parroco della cattedrale (da ricostruire), canonico penitenziere dell’amplissimo capitolo metropolitano, è stato per 7 anni confessore e assistente spirituale del boss di camorra, morto il 17 febbraio, ai tempi della detenzione nel carcere di Preturo. Le sue frasi, cui seguono decine di commenti, non tutti negativi, fanno discutere. E dividono.
LA RIVELAZIONE. «Lì», spiega don Renzo, che ha voluto condividere la sua “omelia” sulla misericordia divina su Facebook, «ho stretto un’intensa amicizia con Raffaele Cutolo. Viveva nella cella più umida e buia. Sono degli assassini, non meritano nulla. È il ritornello, direi una dottrina, di quasi tutto il personale carcerario, deputato alla riabilitazione umana e sociale di tanti sventurati, vittime di un sistema corrotto. Mi diceva Raffaele “la mafia vera è nel palazzo dei politici”. E mi ha raccontato di tutto. Storie innominabili, vergognose. Aveva corrotto direttori delle carceri, tanti agenti li aveva scelti tutti. Prigioniero, in realtà era libero di svolgere la sua attività criminale. Processioni di politici imploravano San Raffaele di provvedere ai voti. Cantanti, attori, ecc. Tutti da lui per essere raccomandati. Circa 800 camorristi costituivano la sua squadra personale. Una vera autorità».
OMBRE E LUCI. «Raffaele, fai domanda per poter parlare col cappellano. Il colloquio avveniva in una stanza luminosa, dalla quale poteva ammirare il Gran Sasso. La sua stanza era buia. Gli veniva sottratta la luce. La finestra era ostruita. Protestando vivacemente, sono riuscito a fare in modo che dalla finestra filtrasse la luce. Diceva Ungaretti la morte si sconta vivendo. È terribile ricevere sguardi di disprezzo: sono dei criminali!!! E la Costituzione? Il carcere è riabilitativo!!! Sulla carta sì». Così don Renzo riferisce altri colloqui col boss. «Perché Raffaele non scrivi un libro di memorie, perché la verità trionfi?». Non voglio che altri soffrano come me. Da 15 anni vivo aggrappato a Dio. Non m’interessa più del mondo esterno».
IN GINOCCHIO. «Quando passavo per dare la comunione», racconta ancora il sacerdote, «la assumeva stando in ginocchio, con una devozione da lacrime. «Non voglio, don Renzo, che mi faccia visita spesso; potrebbero arrestarti, come è successo ad altri sacerdoti». Io lo rassicuravo. Aveva un crocifisso regalatogli da Padre Pio, quando era giovane. Gli diceva il Santo. Tu farai tanto male. Era un uomo divorato dai reumatismi. Soffriva molto. Non protestava mai. In tv hanno parlato della sua pericolosità. Non ci credo. La sua conversione era autentica. Non negava di aver fatto tanto, ma tanto male. Dice San Paolo che, dove abbonda il peccato, sovrabbonda la misericordia di Dio. Il male ti porta a entrare nel fondo del cuore. O trovi Dio oppure ti suicidi. Raffaele era sereno. L’amore di Dio aveva trasfigurato il suo volto. Mi resta una sua lettera ricca d’affetto e autentica amicizia, oltre a una sua poesia».
PREFERISCO IL PARADISO. «Raffaele in Paradiso?», si chiede don Renzo. «Quando una persona si pente profondamente dei suoi peccati, Dio perdona ed è contento di averla con sé in Paradiso. Il cristianesimo sconcerta, perché l’amore di Dio supera i nostri schemi mentali. Vorrei però chiarire un fatto: il personale del carcere aquilano l’ho trovato veramente degno, tranne quelli che giudicano con disprezzo queste sfortunate creature, che hanno subìto un brutale lavaggio del cervello. Un plagio devastante. Ritengo che uno dei peccati peggiori sia quello di giudicare. Solo Dio conosce il nostro passato e solo Lui può giudicare adeguatamente. Caro don Raffaele ti ricorderò nella Messa. E tu prega per me. Sono certo che lo farai perché mi hai voluto un bene stratosferico».
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