Doppio lavoro, deve restituire 20mila euro

Ex cerimoniera condannata a risarcire Comune, Asl e Provincia: attività privata senza autorizzazione
L’AQUILA. L’ex cerimoniera del Comune, Daniela Sibilla, è stata condannata dalla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti al pagamento di circa 20mila euro per lavori svolti in proprio senza aver chiesto l’autorizzazione.
Le attività svolte dall’accusata sono state varie tra il 2005 e il 2013: organizzazione di fiere e convegni, intermediazioni finanziarie e attività di consulenza amministrativa.
Nella motivazione della sentenza i giudici (Tommaso Miele, Federico Pepe, Gerardo de Marco) ritengono fondate le tesi del procuratore Maurizio Stanco.
«È incontestato», si legge nella motivazione, «che la dipendente pubblica, in servizio prima presso il Consorzio dei Beni Culturali (liquidato) cui sono subentrati Provincia e Comune, e poi presso l’Asl, ha svolto in costanza di rapporto di pubblico impiego attività professionale privata a favore di più imprese percependo compensi di importo tutt’altro che trascurabile, 55mila e 572 euro nell’arco di un triennio circa. Altresì incontestato risulta il fatto che gli incarichi retribuiti in parola siano stati svolti senza la preventiva richiesta di autorizzazione all’ente di appartenenza, e senza nessuna comunicazione neppure successiva. Non è dirimente il periodo di svolgimento dell’attività (comunque priva di autorizzazione) in quanto agli effetti dei commi 7 e 7 bis quello che rileva al fine del perfezionamento della fattispecie di responsabilità amministrativa non è tanto l’affidamento o l’esecuzione dell’incarico, quanto il mancato riversamento del relativo compenso all’amministrazione di appartenenza del dipendente pubblico. Non merita condivisione la tesi difensiva secondo cui l’attività svolta dalla convenuta sarebbe priva del carattere della professionalità».
«La buone fede», secondo i giudici, «è da escludere solo che si tengano a mente la frequenza delle prestazioni professionali rese e l’importo dei compensi percepiti in contropartita con fatturazione agli effetti dell’Iva».
Alla base di tutto, dunque, ci sarebbe «il mancato riversamento del relativo compenso all’amministrazione di competenza», come i giudici scrivono in più parti della lunga motivazione. Alla somma da pagare, che sfiora i 20mila euro, va aggiunta la rivalutazione monetaria.
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