Fu un simbolo nel post-sisma con la sua pittura sensibile
L’AQUILA. Nato nel capoluogo abruzzese nel 1938, Marcello Mariani, scultore e pittore di grande sensibilità, negli anni Sessanta e Settanta ha lavorato con la pittura informale, sulla scia dell’influe...
L’AQUILA. Nato nel capoluogo abruzzese nel 1938, Marcello Mariani, scultore e pittore di grande sensibilità, negli anni Sessanta e Settanta ha lavorato con la pittura informale, sulla scia dell’influenza del maestro Alberto Burri che ha frequentato in occasione delle mostre internazionali d’arte contemporanea “Alternative attuali” curate da Enrico Crispolti all’Aquila tra il 1962 e il 1968. Ha preso parte alla mostra “Regioni e testimonianze d’Italia” nel complesso monumentale del Vittoriano, nella quale ha rappresentato la pittura neoinformale italiana, nel 2011 ha esposto al padiglione Italia della 54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia, nel 2015 all’Expo di Milano con Berengo Gardin e alla Fondazione “Le stelline” in una mostra documentale con Lucio Fontana. Prima del terremoto, Mariani lavorava nel suo studio in via Sassa, una chiesa sconsacrata distrutta dal sisma. Negli anni successivi al 2009 è diventato il simbolo dell’anima ferita ma indomita dell’Aquila, dell’arte che non si arrende di fronte all’orrore. «Ho amato e amo questa città» scriveva «però, dopo il sisma, tra noi è come se ci fosse stato un divorzio. Il giorno dopo il terremoto sono subito andato a raccogliere i detriti della casa e la terra del giardino; ho poi utilizzato la noce per il seppia e il sambuco per il viola. Ho cercato, in questo modo, di reagire perché non avevo più nulla e ogni cosa era distrutta. Ora sto cercando di riallacciare il rapporto con la città e la pittura in questo mi aiuta molto: tutte queste patine, questi muri, questi gialli sporchi, questi grigi su bianco. È tutto un quadro che ho guardato per prendere, digerire e dare di più». L’artista ha lasciato la vita nell’estate del 2017. (m.c.)

