Giordani: quando ho difeso i diritti dei poliziotti d’Italia

2 Novembre 2019

L’88enne di Capistrello è stato tra i promotori della nascita del sindacato Siulp «Una conquista che mutò il rapporto coi cittadini, venni minacciato dalle Br»

CAPISTRELLO. Se gli agenti di polizia possono rivendicare i loro diritti, tramite il sindacato, lo devono in gran parte a Enzo Giordani. Giordani ha 88 anni, ma ne dimostra molti di meno, e vive a Capistrello, dove oltre a godersi la pensione di sovrintendente capo, ha ricoperto anche la carica di vicesindaco e assessore alla Comunità montana.
A indurlo, appena ventenne, a lasciare il paese, che non offriva prospettive di lavoro, ed entrare in polizia, era stata la speranza di costruirsi un futuro. Erano anni, quelli, di forti tensioni sociali e anche di scontri tra mondo del lavoro e polizia. Giordani traccia un quadro della difficile situazione in cui gli agenti si trovavano a operare.
«Nel Dopoguerra», ricorda, «il ministro dell’Interno, Mario Scelba, nel riorganizzare la polizia, aveva puntato più sulla quantità che sulla qualità della struttura, al fine di contrastare le manifestazioni di piazza. Nell’organico, del quale facevano parte anche ex partigiani e ausiliari, furono incorporati agenti e ufficiali dell’ex Pai, il Corpo di polizia coloniale. Ciò finì col generare confusione e malessere nei reparti. Ad accrescere il malcontento, si aggiungeva il trattamento riservato ai poliziotti. Essi non avevano diritti, ma solo doveri».
«Una situazione inaccettabile», rimarca Giordani, «anche noi eravamo dei lavoratori e come tali andavamo trattati. Quando nel 1969 seppi dell’intenzione del ministro Giacomo Brodolini di adottare una legge che tutelasse la libertà e la dignità di chi lavora, conosciuta come Statuto dei lavoratori, ho sperato che le cose potessero cambiare».
«Quando però nel maggio 1970, dopo la sua approvazione, mi trovai tra le mani lo Statuto, leggendolo, mi sentii umiliato, offeso. Di questa delusione resi partecipe il deputato socialista abruzzese, Nello Mariani, allora sottosegretario all’Interno con delega alla pubblica sicurezza. Onorevole, gli dissi, è inammissibile che le forze di polizia siano state escluse dal mondo del lavoro. E lui di rimando: la situazione della polizia potrà cambiare solo a seguito di una riforma. La stessa risposta ricevetti da Franco Fedeli, direttore di Ordine pubblico, che oggi si chiama Polizia e democrazia. Con Fedeli convenni sulla necessità di creare un movimento. Costituimmo un comitato promotore, proponendoci di organizzare convegni e incontri in tutta Italia. Io sarei stato il referente nazionale. Alla nostra iniziativa aderirono subito in molti, tra i quali il generale Enzo Felsani».
«Il 22 dicembre 1974, all’Hotel Hilton di Roma, alla presenza delle più alte cariche istituzionali e sindacali, a nome del comitato promotore, illustrai gli obiettivi che il movimento si prefiggeva», aggiunge Giordani, «al termine della relazione fui incriminato per violazione degli articoli 183 e 184 del Codice militare. Ma al processo, il mio difensore, l’avvocato Fausto Tarsitano, richiamò l’Articolo 21 della Costituzione, che riconosce a tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero, e fui prosciolto da ogni accusa».
«Nella primavera del 1979 fui invitato all’Università di Perugia per la commemorazione di un magistrato ucciso dalle Brigate rosse», prosegue Giordani, «nel mio intervento, rivolgendomi agli studenti che gremivano l’aula magna, dissi che la drammaticità del periodo che stavamo attraversando imponeva ai giovani di collaborare con le forze di polizia per sconfiggere il terrorismo e difendere lo stato di diritto».
«Nell’aprile del 1981», ricorda con orgoglio Giordani, «la Riforma finalmente venne approvata dal Parlamento. Essa prevedeva la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia. Fu una grande conquista. L’anno dopo nacque il Siulp, il primo sindacato di polizia. Il generale Felsani fu eletto segretario nazionale, io segretario generale del Siulp di Roma. Nel 1984, con 15mila preferenze, fui eletto rappresentante del personale nel Cda del Viminale. Il 14 febbraio 1987 parecipai, insieme all’allora sindaco di Roma, Nicola Signorello, alla commemorazione di Rolando Lanari e Giuseppe Scavaglieri, i due agenti di scorta a una portavalori delle Poste assassinati dalle Br in un agguato in via Prati di Papa. Nel mio intervento mi soffermai sull’isolamento ormai dei brigatisti e sul mutato rapporto tra polizia e cittadini».
Nel mirino delle Br era finito anche Enzo Giordani. «Ricevetti», ricorda, «varie minacce di morte. Una sera, tornando a casa, trovai mia moglie che piangeva. Dal capo della polizia, Coronas, mi venne assegnato un alloggio di servizio per motivi di sicurezza».
Nel 1990, sulla Riforma della polizia, Giordani scrisse un libro, devolvendo il ricavato a favore dei figli dei poliziotti morti nell’adempimento del dovere. Alla domanda, che cosa abbia rappresentato per la polizia la Riforma, Giordani risponde con le parole dell’attuale capo della polizia, Franco Gabrielli: «È stata una conquista eccezionale. E i promotori sono stati i pionieri di una lotta che ha fatto acquisire diritti non solo alla polizia ma anche a tutte le altre forze dell’ordine».
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