I processi per le stragi nazifasciste «sono stati tardivi ma non inutili»

5 Maggio 2019

Solamente in Abruzzo, nel periodo tra il 1943 e il 1945, ci furono 300 episodi tragici con mille morti  Da Pietransieri a Onna, dai Nove martiri aquilani a Capistrello: focus sui crimini di guerra tedeschi

L’AQUILA. «Mi è dispiaciuto assistere nella recente giornata del 25 aprile, festa della Liberazione, a polemiche di basso conio, anzi di bassa lega...e capite a cosa mi riferisco». È iniziato con una stoccata alla politica da parte di Fabrizia Ida Francabandera, presidente della Corte d’Appello dell’Aquila, il seminario nell’aula magna del palazzo di giustizia su “I processi per i crimini di guerra nazisti in Italia fra il 1943 e il 1945”. La presidente ha introdotto la giornata di studio parlando a magistrati, forze dell’ordine, storici, ma soprattutto a un gruppo di ragazzi delle scuole superiori di Avezzano, Sulmona, Pescara e L’Aquila. All’iniziativa ha collaborato la direzione generale dell’Ufficio scolastico regionale che è stato rappresentato da Massimiliano Nardocci, il quale ha portato i saluti di Antonella Tozza, la direttrice, impossibilitata a partecipare.
I PROCESSI. Il dibattito fra storici e magistrati si è incentrato su una precisa domanda: a cosa sono serviti i processi ai responsabili delle stragi naziste che le procure militari italiane hanno istruito più di 50 anni dopo i fatti cioè alla fine degli anni Novanta del secolo scorso-inizio anni Duemila? La risposta immediata e semplicistica che spesso è stata erroneamente data, ha affermato Francabandera, è che non sono serviti a niente. Infatti, è stato sottolineato, nonostante le condanne nessuno degli ormai anziani imputati è finito in galera, gli eredi delle vittime non hanno avuto risarcimenti e anche la strada della responsabilità civile per quelle morti contestata allo “Stato Germania” è finita nel nulla. Il seminario ha però dimostrato che invece risultati importanti, soprattutto sotto il profilo dell’affermazione di princìpi fondamentali, ci sono stati.
I NUMERI DELLE STRAGI. Intanto vediamo i tragici numeri di quelle stragi che si inquadrarono in una vasta “guerra ai civili” che il nazismo attuò subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 attraverso l’immediata occupazione del territorio italiano. Le cifre sono state fornite dallo storico Enzo Fimiani, responsabile del polo bibliotecario dell’Università “D’Annunzio” di Chieti e Pescara e fra i promotori dell’Atlante delle stragi naziste in Italia pubblicato qualche anno fa che ha messo dei punti fermi su quelle terribili vicende. I morti (fra i civili) in totale furono quasi 25.000 mila, seimila gli episodi documentati fra uccisioni singole e veri e propri eccidi. Anche l’Abruzzo non fu risparmiato: quasi mille i morti (più di 300 episodi documentati). I casi più noti: l’eccidio di Pietransieri, il 21 novembre 1943, con l’uccisione di 128 persone; quello di Sant’Agata di Gessopalena, 21 gennaio 1944, in cui furono uccise 36 persone, tra cui 22 donne e 9 bambini; Capistrello (33 vittime), il 4 giugno 1944; Santa Cecilia di Francavilla al Mare (20 vittime), il 30 dicembre 1943; Arielli (19 vittime), il 20 e 21 aprile del 1944; Onna (17 vittime), dal 2 all’11 giugno del 1944; Filetto (17 vittime), il 7 giugno del 1944, i Nove martiri aquilani uccisi il 23 settembre 1943 (i corpi furono ritrovati nel giugno 1944) e tanti altri ancora.
LA PROPOSTA. Fimiani, nel suo intervento, ha chiesto al parlamento italiano (in altri Paesi è stato già fatto) di affiancare alla giornata della memoria, che si celebra il 27 gennaio, una seconda giornata della memoria da fissare al 16 ottobre. Il 16 ottobre 1943 è infatti ricordato come il giorno del rastrellamento del ghetto di Roma, una retata di 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, quasi tutti appartenenti alla comunità ebraica. Più di mille vennero deportati ad Auschwitz. Solo 16 sopravvissero. Fimiani ha sottolineato come in quella retata ci furono pesanti responsabilità da parte di fascisti italiani fiancheggiatori dei nazisti. Nel corso del seminario c’è chi ha ricordato che anche l’esercito italiano, durante la Seconda Guerra mondiale, si rese triste protagonista di eccidi nei confronti delle popolazioni civili di altre nazioni (e questo spiegherebbe in parte il fatto che nel Dopoguerra l’Italia chiuse un occhio sulle stragi naziste per evitare che altri Stati chiedessero la punizione dei criminali di guerra italiani). Lo storico abruzzese ha pure spiegato come la “guerra ai civili” sia stata una brutta “novità” delle guerre del Novecento e anche in questo caso ha fornito numeri significativi: nella Grande Guerra c’era stato un morto civile ogni 10 morti militari. Nella Seconda Guerra mondiale un morto civile ogni morto militare. Nelle guerre di oggi siamo a 12 civili morti per ogni militare ucciso.
LE SENTENZE. A fornire però una risposta chiara e convincente alla domanda iniziale – cioè a cosa sono serviti i processi tardivi ai criminali nazisti ancora viventi – è stato Giovanni Canzio, ex presidente della Corte d’Appello dell’Aquila e oggi primo presidente emerito della suprema Corte di Cassazione. Canzio ha fatto riferimento proprio alle sentenze della Cassazione sulle stragi naziste e ha premesso: la Cassazione giudica fatti del passato, ma lo fa guardando al futuro. In soldoni: si tratta di decisioni che fanno giurisprudenza e servono a stabilire dei princìpi validi anche, se non soprattutto, per i processi che verranno. Quali sono questi princìpi? Il primo è che aver semplicemente obbedito a un ordine criminale (così come hanno sostenuto molti militari nazisti) non è una “esimente”. In sostanza eseguire un tale ordine significa accettarne la valenza criminale e quindi comportarsi da criminale. Le parole di Canzio tra l’altro sono arrivate dopo la visione di una parte del film “Lo stato di eccezione” che documenta il processo per la strage di Marzabotto-Monte Sole dove ci furono centinaia di uccisioni. I racconti dei testimoni sono terribili. Uno per tutti: un neonato lanciato in aria come fosse un piattello e colpito a morte. Un docufilm che forse andrebbe proiettato anche in qualche stanza di Palazzo Fibbioni. Il secondo principio affermato dalla Cassazione in materia di crimini di guerra è che un militare non può dire di essere stato costretto a obbedire altrimenti a morire sarebbe stato lui. «Gli storici», ha detto Canzio, «hanno accertato che le punizioni nell’esercito tedesco potevano andare da qualche giorno di carcere fino, al massimo, alla degradazione. Nessuna degradazione o altro tipo di punizione può essere comparata a uno sterminio di massa. In quei casi va tenuto conto dell’equilibrio dei valori in gioco». Semplificando: non si può fare una strage di civili per timore di vedere penalizzata la propria carriera. Il magistrato ha poi ricordato lo “scontro” che c’è stato prima fra Italia e Germania e poi fra Italia e Corte dell’Aia sulla questione dei risarcimenti in sede civile. Risarcimenti negati prima dai tedeschi e poi dagli stessi giudici dell’Aia. La Corte costituzionale ha però di recente riaffermato – in contrasto con l’Aia – che le sentenze dei tribunali italiani in materia di risarcimenti hanno validità (anche se tecnicamente i soldi non arriveranno mai visto che l’interlocutore insiste nelle sue posizioni) in base a due articoli della nostra Costituzione, il numero 2 (la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale) e il numero 24 (tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi).
IL RUOLO DELLA STAMPA. A chiusura del seminario ci sono stati gli interventi di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche in Italia e di Marco De Paolis, che ha diretto la procura militare di La Spezia e ha condotto le indagini che hanno portato al processo per la strage di Marzabotto-Monte Sole. De Paolis ha ringraziato i tanti giornalisti che in questi anni con le loro inchieste hanno portato elementi importanti per l’accertamento della verità. E ha citato Franco Giustolisi – al quale la platea ha tributato un affettuoso applauso – che con i suoi articoli pubblicati sull’Espresso svelò l’esistenza del cosiddetto Armadio della vergogna nel quale, negli anni Sessanta del secolo scorso, vennero occultati quasi 700 fascicoli relativi alle stragi naziste in Italia con una dicitura che non esiste nei Codici italiani “archiviazione provvisoria”. Grazie a quei fascicoli sono state riaperte le indagini che hanno portato a processi e condanne accertando, come ha detto la presidente Francabandera, “torti e ragioni”.
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