I vicini ad Avezzano: «Li vedevamo poco ma discutevano spesso»

25 Ottobre 2026

La dirimpettaia: «Stavo per chiamare la polizia quella mattina, poi ho lasciato stare».

I centri antiviolenza: sostenere che lei era gelosa è come dire che se l’è cercata

AVEZZANO

I silenzi ovattati tra un appartamento e l’altro. Le urla percepite oltre la parete e l’impossibilità di capire cosa stia davvero accadendo. Nei primi momenti successivi al femminicidio di Grey Noralba Sanmartin Villalba, le attenzioni degli investigatori si sono concentrate sui residenti della zona, alla ricerca di dettagli su una coppia che, agli occhi dei vicini, viveva quasi nell’ombra. Una donna del posto, intervistata dalle troupe televisive presenti sul luogo della tragedia, ha tracciato il profilo di una presenza dell’assassino e della vittima estremamente rarefatta: «I due si vedevano poco e niente in quella casa. Forse li avremo incrociati quattro o cinque volte». La stessa vicina ha poi rivelato un retroscena drammatico, confidando quanto le era stato riferito dalla dirimpettaia dell’appartamento preso in affitto da Marco Panichi: «Mi ha spiegato di aver sentito spesso i due discutere. La mattina della tragedia stava per chiamare la polizia, poi però le urla si erano improvvisamente interrotte e aveva desistito». Pochi secondi di esitazione, il dubbio se intervenire o meno, e alla fine il silenzio. E ora resta lo sgomento collettivo per quegli attimi sospesi in cui si è consumato l’irreparabile.

Di fronte all’ennesima vita spezzata, le reazioni del mondo associativo e dei centri antiviolenza non si sono fatte attendere. Fortissima e intransigente è la presa di posizione congiunta di Daniela Senese, coordinatrice del Centro antiviolenza Be Free di Avezzano, e di Marielisa Serone D’Alò, presidente dell’associazione Presenza Femminista, che hanno operato un’analisi durissima e profonda sulla matrice culturale del delitto e sulle sue successive narrazioni mediatiche. «Un altro femminicidio, un’altra storia che questa volta ci colpisce da vicino, perché a compiere questo gesto è un uomo del nostro stesso territorio», hanno dichiarato. «Un elemento che ci ricorda, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto la violenza di genere sia radicata e trasversale: non è un problema lontano da noi, è un fenomeno strutturale che abita nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre case». Il commento prosegue smascherando i falsi miti che accompagnano costantemente questi eventi: «In queste ore assistiamo all’ennesimo, insopportabile coro di sconcerto da parte di chi lo conosceva: “era una brava persona”, “un uomo tranquillo”, “non ce lo saremmo mai aspettati”. I femminicidi non sono compiuti da mostri alieni o da folli fuori dal mondo: sono commessi da padri, figli, vicini di casa, colleghi di lavoro. Uomini perfettamente integrati che esercitano il controllo e la sopraffazione all’interno delle relazioni. La violenza contro le donne non è una patologia, è un problema culturale». La riflessione congiunta di Senese e Serone D’Alò non si limita a contestualizzare il crimine, ma punta il dito contro le distorsioni informative e linguistiche emerse fin dalle prime ore sui media locali e nazionali: «Assistiamo all’ennesima narrazione scorretta e deresponsabilizzante: nei primi articoli che hanno dato la notizia la donna viene ridotta a un’etichetta impersonale: una donna straniera, una donna colombiana. Senza un nome, senza un cognome, senza una storia. Privarla della sua identità significa compiere una seconda violenza, deumanizzarla e suggerire implicitamente che la sua vita valga meno». Infine il rifiuto del tentativo dell’aggressore di dipingersi come vittima. «Sostenere che lei fosse “gelosissima” è il classico meccanismo del victim blaming - colpevolizzazione della vittima - usato per insinuare che in fondo “se l’è cercata” o che abbia provocato la reazione fatale. Ricordiamo che sono state inferte quindici coltellate».

Una condanna ferma è arrivata anche dall’amministrazione comunale di Civitella Roveto, il piccolo centro marsicano in cui Marco Panichi aveva convissuto con la sua ex compagna per una decina d’anni. «Il nostro primo pensiero va alla vittima, alla sua vita spezzata e a tutto ciò che le è stato ingiustamente sottratto. Va ai suoi familiari, ai suoi affetti e a tutte le persone che oggi si trovano a fare i conti con un dolore immenso e difficile da accettare. Ogni donna uccisa dalla violenza lascia una ferita che riguarda tutti noi. Non possiamo abituarci a queste notizie, né considerarle una realtà inevitabile. Dietro ogni vittima c’è una persona, una storia, una vita, legami e affetti che meritavano di essere custoditi e rispettati. È necessario costruire ogni giorno una cultura fondata sul rispetto e sulla parità». 

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