Incendio Morrone, il capo della Protezione civile Scelli: «Facciamo l’impossibile, i miei volontari sono eroi»

31 Agosto 2026

L'intervista rilasciata al Centro: «Ho la coscienza a posto, il rogo era stato quasi spento due volte ma la mancanza di Canadair per giorni e il cambio di vento l’hanno riacceso»

ROCCACASALE. Alle 13.30 di ieri, almeno 34° nella conca che ospita la base dei vigili del fuoco e della Protezione civile al campo sportivo di Roccacasale, Maurizio Scelli fa gli scongiuri: «Speriamo che non si alzi il vento, a quest’ora qui succede sempre». Scelli, direttore della Protezione civile abruzzese, parla con la calma di chi ne ha passate tante e, alla fine, ha sempre trovato un modo per uscirne vivo, anche sotto le bombe dell’Iraq. A Roccacasale, 556 abitanti a 450 metri di altitudine, il campo base è circondato dalla montagna ormai fumante da 23 giorni: il castello De Sanctis è sempre lì, a dominare il Colle delle Fate con la sua sagoma a forma di triangolo. Scelli si scarta una caramella alla fragola, la mangia senza fretta e poi sorseggia dell’acqua. Passano dieci minuti e arriva il segnale che quel vento si sta alzando per davvero: le foglie degli alberi cominciano ad agitarsi e l’aria puzza di bruciato sempre di più.

Scelli resta fermo, seduto su una panca di legno con la schiena poggiata al furgone grigio della sua Protezione civile: sa già quello sta succedendo sulla montagna che si staglia alla sua destra. Una colonna di fumo nero preannuncia che, sul Morrone, l’emergenza non è ancora finita: anzi, comincia la terza settimana di fuoco. In cielo si intersecano i Canadair, l’elicottero Erikson dei vigili del fuoco e i due elicotteri Airbus350 della Protezione civile abruzzese ma l’acqua gettata dall’alto non basta: gli alberi in fiamme bruciano a più di 350 gradi e parte di quell’acqua non tocca nemmeno terra perché evapora all’istante. Qui bruciano gli alberi intrisi di resina e bruciano anche le radici nella terra. I volontari si alternano: «Mi raccomando, riposatevi», dice Scelli mentre sulla maglietta blu d’ordinanza si appoggiano pezzi di cenere.

Direttore, torniamo indietro al 9 agosto: cos’è successo quel giorno qui sul Morrone?

«È cominciata l’emergenza: c’è stata la segnalazione alla sala operativa unificata e da lì siamo partiti. Venivamo già dai traumi del 2017 sul Morrone, quindi era un’area attenzionata».

Dopo tutti questi giorni, com’è partito davvero il rogo?

«Guardi, ci sono due teorie. Una è che ci sia stato un innesco colposo, diciamo così: un po’ come quello che è successo a Rocca di Cambio: magari uno che arrostiva gli arrosticini, ha lasciato la brace lì per terra ed è partito l’incendio. L’altra, invece, è che ci sia stato un fulmine, come spesso è accaduto in Abruzzo, caduto in una zona di sterpaglie».

Quanto è più probabile una o l’altra cosa?

«Diciamo 99% fulmine, una causa tra virgolette naturale».

Tra il 9 e il 16 agosto come avete gestito l’incendio?

«Noi l’abbiamo gestito insieme ai vigili del fuoco. Quindi, con una media di 70-80, siamo arrivati anche a 100 operatori al giorno, tra i vigili del fuoco, due squadre antincendio degli alpini e i volontari».

Il presidente della Regione Marco Marsilio ha detto che il 16 agosto il rogo era quasi spento.

«Noi abbiamo avuto due momenti in cui ci siamo sentiti vicini allo spegnimento dell’incendio, il 15 agosto e il 26, nei quali tutto aveva funzionato. Dopodiché, subito dopo la piacevole sensazione di aver forse risolto il problema, sono cambiate immediatamente due condizioni: il contributo aereo quasi azzerato e il cambio del vento. Peraltro, in questi giorni abbiamo avuto un ulteriore momento di crisi quotidiano: avevamo tre Canadair che venivano attivati tutti alla stessa ora al mattino e che quindi, avendo un numero fisso di ore di autonomia sia come carburante che come equipaggio, tornavano indietro tutti insieme. Di conseguenza, dopo aver fatto un grande lavoro per tutta la mattina, ci trovavamo a quell’ora, verso le due e mezza del pomeriggio completamente sguarniti e se in quel momento riparte il vento, si ricomincia da capo. Ed è quello che abbiamo dovuto constatare in questi giorni, fino al punto da mettere in piedi una strategia che già oggi sta dando i suoi frutti: i Canadair non partono più tutti insieme, ma vengono alternati di mezz’ora in mezz’ora. Fortunatamente adesso abbiamo l’Erikson efficiente: sappiamo che prima delle dieci e mezza non arriva perché, per ragioni di protocollo, non si alza prima, ma è forse un mezzo anche più potente dei Canadair: il Canadair sgancia 5-6 mila litri d’acqua in un colpo solo, l’Erikson in più riprese ne sgancia 10 mila».

Da direttore della Protezione civile regionale, lei si sente la coscienza a posto?

«Sono sicuro che abbiamo fatto tutto quello che era possibile e impossibile fare. Ripeto, con queste variazioni, se noi avessimo potuto contare sui mezzi aerei che riteniamo sufficienti, cioè dai tre ai 4 Canadair, i due elicotteri della Protezione civile non si sono mai guastati – hanno fatto per contratto manutenzione la notte e li ho avuti pienamente efficienti dalle 7 del mattino alle 8 di sera –, quindi per quello che riguarda noi tutto ha funzionato. Poi, abbiamo avuto queste due variabili che hanno inciso purtroppo negativamente sull’evolversi della situazione».

Come numero uno della Protezione civile, lei ha sentito l’appoggio politico di Marsilio?

«Ho avuto l’appoggio di Marsilio ed è continuo e costante, anche perché di fatto io sono un’emanazione della Regione. Peraltro, un’altra nota di merito a Marsilio e alla sua amministrazione è il fatto di aver reso autonoma l’agenzia regionale: la Protezione civile di due anni fa da qua non ne veniva fuori, perché non avrei avuto l’autonomia finanziaria per poter avere le risorse e far alzare gli elicotteri con un semplice assestamento di bilancio. Quindi a noi sono bastate due righe: richiesta alla Regione, variazione del bilancio dell’agenzia, contributo della Regione e io, in tre giorni, ho preso il contratto degli elicotteri e l’ho potuto rimpinguare. Gli elicotteri volano a ore e, rispetto all'anno scorso, noi abbiamo speso due terzi in più, somme che non avevamo stanziato. Ogni anno c’è una cifra fissa e, in base all’esperienza degli altri anni, prevedi, fai un bilancio di previsione e dici: “Guarda, quest’anno mi servono tot euro”. Quest’anno invece abbiamo speso tre volte in più, soldi che non erano stanziati».

E quanto?

«L’anno scorso abbiamo speso intorno al milione di euro, quest'anno siamo già quasi a 2,8».

Mentre noi parliamo il procuratore di Sulmona, Luciano D'Angelo, sta facendo un sopralluogo sulle zone più colpite dall’incendio. A lei che gestisce l’emergenza da dentro, chiedo: secondo lei l’inchiesta cosa scoprirà?

«Io spero che faccia luce su tutto, perché un’inchiesta che vada ad accertare che l’emergenza – e sto parlando dal 9 agosto in poi – sia stata gestita bene ci dà credibilità, forza e autostima. Io sono convinto che il procuratore possa andare a vedere anche quello che c'è intorno: il perché gli aerei si sono guastati, il perché in certi momenti non abbiamo avuto punti di riferimento, il perché negli anni scorsi...».

Ecco, proprio questo vorrei chiederle: dal 2017, l’anno di un altro grande incendio sulla montagna, ad oggi, secondo lei ci sono stati degli errori?

«Guardi, a questa domanda darò risposta, ma soltanto dopo che avremo fatto un giro insieme».

Ogni emergenza mette in luce anche la risposta dei volontari, la faccia bella dei disastri. E qui i volontari sembrano avere forze infinite, soprattutto i giovani.

«Questa è un’emergenza che si è verificata in pieno agosto. Cioè dopo un anno in cui c'è chi ha studiato tanto, chi ha lavorato tanto, chi ha avuto mille difficoltà e, arrivata finalmente l'estate, magari vorrebbe anche divertirsi e, invece, per questi ragazzi l’estate è stata completamente cancellata, non sanno nemmeno che giorno è oggi: hanno messo da parte tutto per impegnarsi. Soprattutto i giovani che, pur avendo con i social dei modelli sballati di auto-celebrazione, sono arrivati qua con grande umiltà, si sono rimboccati le maniche e dalle 6 del mattino fino alle 6 della sera sono rimasti a 40 gradi a cercare di porre rimedio a questo grande scempio. Questi sono gli eroi dei nostri tempi».

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