Il cardinale Petrocchi: «Il perdono è una rinascita per la Chiesa e la società»

Il messaggio del presule dall’Istituto di scienze religiose “Fides et Ratio”
«È un bene morale nella prospettiva della fede e anche della corretta ragione»
A suo fondamento il perdono ha una valenza evangelica. Fa leva sul comando di Gesù: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
L’ “essere stati perdonati” da Dio è la ragione per perdonare il prossimo: il perdono ricevuto motiva ed esige il perdono dato. Si tratta di un perdono gratuito e incondizionato, perché caratterizzato dal “come” evangelico, che non ha un significato retorico e solo analogico, ma ha una portata ontologica ed esistenziale, resa possibile dalla grazia. Infatti noi non saremmo capaci di perdonare “come” Dio perdona se Dio stesso non perdonasse “in” noi “e “attraverso” noi. Per questo nel nostro perdono opera a pieno titolo il Suo. Dalla misericordia offerta dal Signore ha origine la Chiesa: da qui l’identità che la Comunità ecclesiale è chiamata a vivere e la missione che è inviata a compiere. Afferma Papa Francesco nella Bolla Misericordiae Vultus: «La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini».
Il perdono costituisce un bene morale non solo nella prospettiva della fede, ma anche della corretta ragione. Non rappresenta un cedimento di fronte ad un affronto subìto, ma si pone come una reazione coraggiosa e rigenerativa, animata dall’amore, di fronte a una lacerazione prodotta nei rapporti interpersonali. La dinamica del perdono sprigiona dalla «esortazione di san Paolo nella Lettera ai Romani: “non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (12,21). Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male». Proprio per questo «il perdono si oppone al rancore e alla vendetta, non alla giustizia». È doveroso, pertanto, sottolineare che «quanti perdonano davvero non dimenticano, ma rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male. Spezzano il circolo vizioso, frenano l’avanzare delle forze della distruzione. Decidono di non continuare a inoculare nella società l’energia della vendetta, che prima o poi finisce per ricadere ancora una volta su loro stessi». Di conseguenza il perdono non va confuso con la concessione di «impunità», altrimenti si diventerebbe complici del male, mostrando un atteggiamento omissivo e apatico. «La giustizia la si ricerca in modo adeguato solo per amore della giustizia stessa, non come un presunto sfogo della propria ira». Chi perdona, infatti, lotta contra il sopruso e vuole ristabilire l’ordine violato, ma lo fa con la forza dell’amore: vincente perché perseverante. Perdonare non vuol dire giocare al ribasso, ma comporta puntare in alto, sulle traiettorie della volontà di Dio.
Papa Leone XIV evidenzia con risolutezza che «la giustizia non riguarda soltanto la distribuzione più equa dei beni o la correzione delle ingiustizie presenti, ma assume anche una dimensione riparativa. Essa mira a ricomporre legami spezzati e a reintegrare chi è stato escluso, tenendo conto delle ferite lasciate dalle ingiustizie: favorire percorsi di guarigione della memoria collettiva, contrastare leggi e pratiche discriminatorie, sostenere concretamente chi porta ancora oggi le conseguenze di torti subiti in passato». Inoltre, dobbiamo mantenere salda ed operativa la convinzione che «la giustizia nasce e si compie nella fraternità, perché il modo in cui ci accostiamo agli ultimi e ci relazioniamo a loro diventa, in concreto, la misura del nostro rapporto con Dio e con i fratelli».
Il “non-perdono” è causa di “male-essere”: infatti il rancore aggressivo “fa-male” e fa “star-male”, anzitutto chi lo nutre in se stesso. Il risentimento costituisce una “stortura” emotiva, che imprime un orientamento disadattativo sulla nostra identità caratteriale. Il Creatore, infatti, ci ha dotato di un assetto di personalità (costitutivo) finalizzato all’ “essere-per” e “con” gli altri, mentre l’astio vendicativo ci “pone-contro” il prossimo, e - proprio per questo - in opposizione a noi stessi e alla nostra vocazione originaria. Diventiamo così non solo cattivi amministratori di noi stessi, ma anche - di fatto - nostri “nemici”. Il perdono, ricevuto e accordato, favorisce una composizione equilibrata della personalità, perché la mette nella giusta sintonia con il sano “altruismo”, che rappresenta la chiamata iscritta, dalla mano di Dio, nelle fibre basilari dell’anima: per questo suscita un autentico “bene-essere” e ci rende saggi “amici” di noi stessi.
Il perdono, così, diventa una strategia intelligente, lungimirante e maturativa. Il rancore cocente attiva e giustifica logiche e comportamenti di rappresaglia, di ritorsione, di escludenza e disprezzo. «Occorre riconoscere nella propria vita che quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio».
La contrarietà militante accesa dall’acredine altera inevitabilmente la percezione della verità e anche il cuore subisce gli effetti venefici e oscuranti di questi stili reattivi. Insieme a queste tattiche dissonanti e abrasive si attivano spesso anche schemi auto-legittimanti. La convinzione di aver ragione, se non attraversata da una longanimità inclusiva ed etero-centrica, può impedire di pensare secondo le prospettive del vangelo. Conservano ancora piena validità le espressioni lapidarie usate da Giovanni Paolo II: «Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono». Bisogna neutralizzare il “pensare-corto” dell’odio, che rende ciascuno “ostaggio” di se stesso. Vanno perciò mobilitate le difese spirituali, cognitive ed etiche, per identificare e respingere questi atteggiamenti nocivi, che inquinano i nostri giudizi e scompensano la nostra capacità di amare. Il perdono disintossica gradualmente dai virus dell’ira (manifestata apertamente con espressioni graffianti o espressa “sottotraccia” con sequenze polemiche): favorisce perciò l’ “igiene mentale” e la stabilità interiore; attrezza, inoltre, il soggetto a reggere l’urto di eventi problematici o avversi. Papa Leone XIV sostiene con determinazione che, oggi, l’azione dei credenti e degli “uomini di buona volontà”, tesa a costruire la Civiltà dell’amore, deve adottare alcuni essenziali (e irrinunciabili”) criteri di discernimento e opzioni direttive: «dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune», a cui vanno aggiunti come «aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, , la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità».
Il Santo Padre, dopo aver enunciato questi valori strutturali (rappresentano una bussola preziosa per stabilire la rotta nella navigazione ecclesiale), lancia una esortazione appassionata: «traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace». Per accogliere e “cantierizzare” in azione pastorale questo programma globale occorre tenere presente un pronunciamento previo: «La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale». Giovanni Paolo II è ritornato in modo insistente sulla sentenza che «solo nella misura in cui si affermano un’etica e una “cultura del perdono”, si può anche sperare in una “politica del perdono”, espressa in atteggiamenti sociali ed istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano». Proprio per prendere sul serio questo “disegno” teologico e culturale va ribadito che il perdono è la porta che immette nella pace sociale. Pertanto costituisce un centro di gravità culturale e sociale l’assioma che «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». Purtroppo, diverse indagini demoscopiche rilevano che si è dilatata, nella nostra epoca, una cultura di stampo individualistico e autoreferenziale: si sa che l’aumento del tasso di narcisismo collettivo abbassa (con proporzionalità inversa) la soglia della tolleranza individuale e sociale. Si moltiplicano - come effetto - le tendenze alla permalosità, alla scontrosità e alla litigiosità come anche si innalza il gradiente di fragilità psicologica e affettiva delle persone e delle comunità. Anche in questo caso un fattore importante nel risanamento delle relazioni soggettive e di gruppo è l’esercizio del perdono, che si contrappone agli egoismi, «risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati».
Non svolgerò in forma sistematica questo argomento: mi limito ad enunciare alcuni “teoremi” comunionali, radicati nelle virtù teologali della fede, carità e speranza. Senza la misericordia non può esserci Chiesa, poiché la Chiesa è fatta dalla carità, che è lo stesso Amore del Signore, crocifisso e risorto, infuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo. E la carità – come sappiamo dall’apostolo Paolo –- è amore pronto a perdonare: non tiene conto del male ricevuto, non si adira e tutto sopporta. Il discepolo di Gesù perdona volentieri, perché così imita il suo Maestro, ma anche perché sa di ricevere dal Padre Ceste doni e benedizioni infinitamente più grandi della benevolenza offerta al proprio fratello. Dio, infatti, elargisce grazie sovrabbondanti a coloro che, di cuore, praticano l’arte del perdono. Per la fedeltà al Vangelo, la Chiesa diventa nelle parole e con i fatti Casa e Scuola del Perdono: nella Comunità credente si impara a vivere la preghiera che Gesù ci ha insegnato, in cui si chiede all’Altissimo: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri ai debitori».
La fede offre alla Chiesa la certezza che Dio-Amore ha vinto il peccato nella morte- risurrezione di Gesù e attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Per questa convinzione sa che il male non ha mai il sopravvento conclusivo ed è il bene ad avere l’ultima parola. La carità consiste, per grazia, nell’amare con lo stesso Amore con cui siamo stati amati dal Signore. Per questo la carità rimane salda anche di fronte ad insuccessi e apparenti smentite: «ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita». La carità, per essere autentica, ha sempre bisogno della luce della Verità: «questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede».
Infatti il bene va fatto bene, essendo avvertiti che il bene fatto male diventa un male. La speranza è nutrita dalla fiducia inscalfibile che le promesse del Signore si avverano sempre: anche se non sappiamo “come”, “dove” e “quando”. «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci». In particolare la disponibilità al perdono esige la gratuità, che è «la capacità di fare alcune cose per il solo fatto che di per sé sono buone, senza sperare di ricavarne alcun risultato, senza aspettarsi immediatamente qualcosa in cambio».
L’arte del perdonare non si improvvisa, richiede la risolutezza di migliorarsi ogni giorno: affrancandosi gradualmente dai propri difetti e potenziando, con l’aiuto della grazia, gli aspetti buoni e virtuosi, in un cammino incessante, «fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo».
Questo percorso verso la pienezza spirituale e umana postula un lavoro costante su se stessi (non c’è ascesa senza ascesi) come anche l’essere bene inseriti nella Comunità cristiana: poiché non da soli, ma insieme – “con” la Chiesa e “come” Chiesa – si possono scalare le vette della santità. Tale impresa non può essere validamente impostata e condotta a termine senza l’umiltà di perdonarsi. Avere misericordia verso le proprie povertà, puntando sulla compassione del Padre celeste, non costituisce un permissivismo egocentrico o una falsa indulgenza verso se stessi: al contrario, significa imparare a sopportare se stessi, rialzandosi ogni volta, senza lasciarsi cadere le braccia consegnandosi con abbandono confidente alla Bontà di Dio la cui grazia è più forte della nostra debolezza. E la speranza evangelica ci garantisce che, nonostante le nostre miserie, possiamo diventare come Dio ci vuole, poiché l’Onnipotente può rendere possibile ciò che per noi è impossibile e compiere in noi “grandi cose” se siamo una eco sincera del “sì” di Maria. La speranza dunque è un efficace antidoto contro lo scoraggiamento e un potente “ricostituente” per la salute integrale dell’anima. Tale dedizione è incondizionata e offerta a tempo indeterminato (perché sigillata dall’eternità di Dio-Amore); non pretende risultati a breve termine e neppure si arrende davanti alle incomprensioni e all’ingratitudine: «è grande nobiltà esser capaci di avviare processi i cui frutti saranno raccolti da altri, con la speranza riposta nella forza segreta del bene che si semina».
Queste valenze del perdono sono raccolte nella Perdonanza, geniale intuizione creativa di Papa Celestino V. Pietro da Morrone era un monaco eremita e aveva scrutato con diligenza il suo mondo interiore. Conosceva bene il suo cuore: perciò era in grado di comprendere ciò che si agitava nel cuore degli altri. Aveva capito a fondo che l’itinerario di perfezione evangelica poggia sulla esperienza della Misericordia divina: accolta, vissuta e donata. Solo chi, dentro di sé, ha sciolto i nodi che lo legavano all’egoismo, al risentimento, al desiderio di vendetta e di ritorsione può perdonare. Solo una faticosa e pacificata conquista dell’autonomia verso le emozionalità negative covate dentro e una radicale conversione al Signore possono rendere una persona “uomo-del- perdono”. Forte di questa consapevolezza ha istituito l’evento giubilare della Perdonanza. Nella Bolla “Spes non confundit” Papa Francesco ha citato: «La grande “perdonanza” che San Celestino V volle concedere a quanti si recavano nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila, nei giorni 28 e 29 agosto 1294, sei anni prima che Papa Bonifacio VIII istituisse l’Anno Santo. La Chiesa già sperimentava, dunque, la grazia giubilare della misericordia». La celebrazione della Perdonanza ha attivato un flusso di grazia che da 732 anni scorre ininterrotto nella Chiesa: ad esso tutti posso attingere per purificarsi e rinnovarsi, anche attraverso la concessione dell’indulgenza plenaria (adempiendo le condizioni prescritte) . L’anima della Perdonanza, perciò, sta nella proclamazione che «la misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona».
In particolare, quanti vivono con vera contrizione il Sacramento della Penitenza si riconciliano con Dio, con se stessi e con gli altri: e anche loro, nella Chiesa, sono chiamati a intervenire, per grazia, come “sacramenti vivi” della Misericordia: da perdonati diventano perdonanti. La “vocazione” della Perdonanza, evento penitenziale e liturgico, risiede nella volontà di mostrare una Chiesa dalle braccia spalancate, mossa da un amore materno rivolto ad ogni uomo e tutto l’uomo. Proprio perché depositaria di questo carisma celestiniano Papa Francesco ha definito L’Aquila, con audace espressione, la Capitale del Perdono. Ogni gesto segnato dal perdono costituisce un avanzamento nella partecipazione alla Pasqua del Signore: così vengono sconfitti i «germi della morte» messi in circuito nelle mente e nel cuore dalla complicità con il male e si diventa sempre più “risorti” nel Risorto. Questo “passaggio redentivo“ ci rende capaci di agire come «“martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore». L’esempio e gli insegnamenti di Papa Celestino V ci accompagnino nell’avventura di essere testimoni dell’amore che perdona e ci accredita come laboriosi «artigiani della pace» Maria, Madre, Maestra e Modello del Perdono ci benedica e ci aiuti a diventare, alla sua Scuola, fattivi e credibili imitatori del suo “Amen” all’Amore. In questo nostro tempo, dolorosamente segnato da guerre e contrapposizioni, guidi Lei, Regina della Pace, governanti e popoli sulle vie della riconciliazione e della concordia: ora e sempre!


