Il racconto della moglie «Dieci minuti di terrore»

20 Settembre 2014

«Sono andati subito tutti e quattro contro mio marito per bloccarlo ci hanno legato e a un certo punto mi hanno puntato la pistola alla testa»

L’AQUILA. La villa è a un solo piano, immersa nella campagna tra Sant’Elia, Pianola e Monticchio. Da un lato e dall’altro di notte il buio dev’essere pesto. Alle undici circa del mattino la moglie del geometra pestato a sangue da malviventi in cerca di bottino, Carlo Cafaggi, si muove tra l’ingresso e il soggiorno con una pezza in mano cercando il punto esatto da cui cominciare a pulire. Ma non riesce a darsi pace e non lo trova. Così gira intorno a quella grande macchia di sangue sul pavimento, proprio davanti alla porta d’ingresso dove si vede, sulle mattonelle in stile rustico, che qualcuno ha combattuto come un animale in gabbia.

La signora, capelli neri corti e viso pallido dallo shock, con un filo di voce comincia a raccontare lanciando uno sguardo attonito tra la pezza, lo scatolone vuoto dei detergenti, e il tappeto persiano gettato sui 4-5 gradini dell’esterno. Sulla porta anche due vicini di casa, una ragazza e un poliziotto della Volante. «Erano da poco passate le 21, avevamo finito di cenare. Tutti e quattro insieme». «Mio figlio è andato verso il soggiorno. Ho sentito un forte botto, come se fosse caduto per terra e sono corsa a vedere cosa era successo».

È in quel momento che si scatena l’inferno. Davanti agli occhi della donna più o meno questa scena: un uomo con una tuta da lavoro e un passamontagna entrato dalla piccola finestra laterale aperta a vasistas, che nel giro di un pugno di secondi spalanca la grossa porta d’ingresso in legno ai suoi tre complici: «Tutti indossavano lo stesso tipo di tuta e avevano il volto coperto».

Senza dare alla donna nemmeno il tempo di parlare si sono diretti in cucina e incuranti della presenza dei due figli minori – due ragazzi adolescenti – hanno aggredito subito lui, Carlo, il padrone di casa, quello da “neutralizzare” subito, a suon di pugni e calci. «Ho cominciato a urlare per farli smettere, ma quelli continuavano sempre più forte. Chiedevano la cassaforte! La cassaforte! Con un duro accento straniero». Ma in casa la cassaforte non c’è. E a ogni «non ce l’ho» del geometra allora giù un calcio, o un pugno, o una sferrata della testa sul pavimento. Ma più in là, sul piede della credenza in legno stile antico, c’è ancora del sangue che fa pensare ad altri colpi. «Sono stati di una brutalità inaudita, me l’hanno massacrato...», continua la signora con la voce che non s’incrina di un millimetro. Apparentemente calma, e invece nasconde una ferita che si rimarginerà molto più difficilmente di quelle fisiche inflitte al marito: ferite psicologiche che riguarderanno soprattutto i suoi figli. «Ci hanno legati in soggiorno mani e piedi con il nastro isolante, ma io vedevo quello che stavano facendo a mio marito e gli urlavo: “lasciatelo stare, prendete tutto quello che volete e poi lasciateci stare!”». Ma forse quelli nemmeno capivano. «Ho smesso solo quando ho sentito che uno di loro mi ha puntato qualcosa dietro alla testa, e mio figlio mi ha bisbigliato di stare zitta, di non urlare, perché avevo una pistola puntata contro». È proprio lui, il ragazzo, che quando tutto finisce ed è di nuovo silenzio trova il modo di slegarsi e di chiamare il 113.

Sul volto della donna c’è ancora un filo di trucco, una matita passata attorno agli occhi che non nasconde il pianto. «Tutto è durato non più di dieci minuti, i più brutti della nostra vita», riprende la donna, «credevo che saremmo morti». E invece sono qui, sani e salvi, con 200 euro in contanti portati via dalla borsa della donna, una catenina d’oro e un orologio Rolex tolti al marito. Bottino scarno, per tanta violenza. «Anche io avevo un Rolex ma non me l’hanno tolto», dice facendo ruotare la mano destra sul polso sinistro. «Non sono andati nemmeno nelle camere da letto». Tutto si è svolto tra ingresso e soggiorno, in quegli spazi che fanno parte della vita quotidiana tra le pareti domestiche che dovrebbero proteggere e tenere al sicuro.

«Il nostro sistema d’allarme scatta alle 21,30» prosegue, «i malviventi sono entrati alle 21. Di certo non lasceremo la nostra casa, l’abbiamo tirata su con tanta fatica. Potenzieremo la sicurezza, ma da qui non saranno loro a buttarci fuori».

Marianna Gianforte

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