Il santuario di Roio riapre al culto: «Saremo i custodi della bellezza»

foto di Raniero Pizzi

8 Febbraio 2026

Folla di fedeli per la cerimonia presieduta dall’arcivescovo D’Angelo. Le scuse della Soprintendenza ai cittadini per le lungaggini dopo 17 anni di attesa per la riconsegna

L’AQUILA. «Grazie, perché oggi è stata riaperta una casa speciale, la casa di tutti, di noi bambini, genitori e nonni, la casa dove ci accoglie e ci ascolta Gesù, un vero amico che insieme alla sua Mamma ci protegge dal cielo, Bentornato santuario». Ieri mattina, in occasione della riapertura del santuario di Roio, a 17 anni dal terremoto del 6 aprile 2009 che lo danneggiò, le parole più significative sono state quelle di Eleonora, una bambina che ha tutta la vita davanti a sé e che in quel santuario vede anche un pezzo del suo futuro. Le cerimonie ufficiali rischiano sempre di essere un po’ retoriche eppure tra le righe ci sono i segni delle emozioni che colorano eventi a loro modo storici per piccole e grandi comunità.

E come non dare atto all’architetto Augusto Ciciotti, funzionario della Soprintendenza (che ha seguito i lavori del secondo lotto) di aver chiesto “scusa” alla popolazione di Roio “per i ritardi che ci sono stati”. Ritardi certo non dolosi, frutto di percorsi burocratici che a volte finiscono per allungare a dismisura i tempi dei lavori. Ieri a Roio c’era anche il nuovo soprintendente, Massimo Sericola, che si è insediato ai primi di dicembre 2025. In prima fila il sindaco Pierluigi Biondi, il rettore dell’Università Fabio Graziosi, l’assessore comunale Vito Colonna, i consiglieri comunali Stefano Palumbo e Claudia Pagliariccio. La messa è stata celebrata dall’arcivescovo Antonio D’Angelo.

Durante il rito c’è stata la “benedizione” dell’altare, che è di legno. Tre signore di Roio hanno adagiato con cura una tovaglia bianca sulla “sacra mensa” suscitando forte emozione nei presenti (tantissimi). A molti è poi venuta la pelle d’oca quando il coro diretto da Roberto Spagnoli ha intonato l’inno alla Madonna di Roio. Le emozioni si sono moltiplicate alla fine della messa. Il parroco don Osman Prada, sin dall’inizio, aveva sul volto i segni della tensione degli ultimi giorni ma anche della gioia per il santuario ritrovato. «Dopo diciassette anni di attesa, speranza e ferite profonde, il santuario viene restituito alla comunità», ha detto il parroco al termine della celebrazione.

«Non si tratta solo di una ricostruzione strutturale, ma di un simbolo vivente di resilienza e fede. Ogni pietra racconta una storia di determinazione. Ogni affresco restaurato sussurra la volontà di non arrendersi. Ogni colonna rialzata grida al mondo che la tragedia non ha vinto». Don Osman ha poi rivolto «un profondo ringraziamento a tutti coloro che hanno lavorato con dedizione infinita, trattando ogni frammento come una reliquia preziosa». E ha continuato: «Il santuario è chiamato a diventare un’oasi di preghiera autentica e dev’essere un luogo d’incontro con Dio, oltre la formalità. Al centro di tutto resta la Madonna di Roio, la Mamma che accoglie tutti in questa casa comune». Un pensiero è stato dedicato alle suore della comunità (che hanno lasciato da poco Roio).

Don Osman ha ricordato con affetto come «le suore hanno sempre avuto cura della nostra parrocchia, per esempio si sono sempre occupate persino di pulire i banchi per accogliere i fedeli anche nella chiesetta di legno provvisoria. Il loro operato ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del paese. Il dono del santuario restaurato», ha continuato, «dev’essere custodito con umiltà e responsabilità per le generazioni future, come segno che nulla – nemmeno la furia della natura – può spezzare lo spirito di una comunità unita». A nome dei fedeli di Roio è intervenuta Anna Fatigati, cuore pulsante dell’organizzazione della cerimonia.

«Varcare quella soglia, ascoltare il suono delle campane, contemplare affreschi, stucchi e marmi, poter pregare ai piedi della Vergine Maria sono emozioni che non si possono racchiudere in parole, si devono vivere», ha detto, «e noi roiani siamo qui per ringraziare chi ha reso possibile tutto ciò. È vero che c'è ancora tanto da fare e chi ha la responsabilità lo sa, ma in questo momento è doveroso ricordare chi oggi non può percepire l’aria di gioia e di festa, chi non è più con noi. Sento ancora nelle mie orecchie le nostre nonne che non ci sono più che dicevano: morirò e non mi ricorderò della chiesa riaperta. Sono i nostri anziani, i nostri cari che oggi ci stanno guardando sicuramente da lassù. Un grazie va a chi ha lavorato per riportare il santuario al suo splendore. Ai roiani che hanno preparato e firmato continue petizioni. Chi ha pregato e chi non si è stancato di sperare. La comunità roiana, con orgoglio e con impegno, sarà custode di questo scrigno di bellezza e, soprattutto, sarà a fianco al parroco don Osman per iniziare il percorso di rinascita. C’è poi il rapporto profondo», ha concluso Fatigati, «tra il santuario e l’Università che oggi è tangibile con la presenza del magnifico rettore, di tanti professori e del direttore generale». Ed è stato proprio il rettore Graziosi a confermare «il legame indissolubile tra Roio e l’Università. La giornata assume un valore particolare anche per me avendo, vissuto il polo di Roio in prima persona durante il mio percorso da studente».

Monsignor Antonio D’Angelo, prima della benedizione finale, ha detto: «Un grazie speciale va a chi ha reso possibile l’opera di restauro: la Soprintendenza, il Segretariato, i dipendenti, le maestranze e tutte le ditte coinvolte. Il lavoro sinergico insegni che, collaborando, si possono raggiungere obiettivi straordinari. Saluto e ringrazio le autorità istituzionali, il nuovo soprintendente e, con particolare calore la comunità locale che ha desiderato e atteso a lungo questo momento». Al termine le note della banda musicale, un breve fuoco d’artificio e il lancio di palloncini bianchi e blu hanno dato il segnale che a Roio dopo 17 anni si può tornare alla “normalità”. L’orologio della Torre è fermo alle 10.06, ma prima o poi anche lui tornerà a battere il tempo. La vita continua.

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