L’AQUILA
L’Aquila come “città pilota” del modello di allerta sui terremoti entrato in funzione in Venezuela. A candidare il capoluogo abruzzese è il sindaco di Fratelli d’Italia, Pierluigi Biondi, che ricopre anche il ruolo di presidente Anci Abruzzo. Una scelta non casuale, che affonda le radici nel passato aquilano e nel terribile sisma del 6 aprile 2009, che ha provocato 309 vittime. Biondi, per la sua città, rivendica un titolo naturale, quasi scontato: quello di comunità che ha vissuto il sisma sulla propria pelle, che ne porta ancora i segni. Ma che ha ricostruito il materiale e il sociale e che, pertanto, può offrire al Paese un modello concreto.
Sindaco, lei ha candidato L’Aquila come città-pilota per il sistema di alert sugli smartphone. Come è nata l’idea?
«Guardando le immagini del Venezuela. Il terremoto, la devastazione, ma anche le testimonianze di chi ha ricevuto un alert sullo smartphone e ha avuto qualche secondo per mettersi al riparo. Mi sono chiesto se una città come L’Aquila, con la sua storia e la sua credibilità, non avesse il dovere di porre la questione. Non come soluzione, ma come ulteriore strumento dentro un sistema di prevenzione che questa città ha costruito in diciassette anni».
In termini pratici, che cosa significa?
«Significa condividere le ipotesi con le strutture deputate all’emergenza a livello nazionale e con i soggetti che hanno già sviluppato tecnologie operative, per valutare se il territorio possa ospitare una sperimentazione. L’Aquila ha le competenze, le infrastrutture di monitoraggio e, soprattutto, l’esperienza per essere il luogo giusto. Parliamo di una sperimentazione, non di una soluzione definitiva».
Che differenza c’è?
«L’alert sullo smartphone non è la soluzione. Dobbiamo evitare un pericoloso equivoco: far pensare che una notifica sul cellulare possa sostituire ciò che davvero salva le vite».
Però, significa poter avvertire in anticipo una scossa e far scattare l’allarme…
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«No, e ci tengo a essere molto chiaro: i terremoti non si possono prevedere. Nessuna tecnologia esistente è in grado di farlo, e chiunque sostenga il contrario fa disinformazione. Questi sistemi rilevano un sisma quando è già in corso e inviano un’allerta pochi secondi prima che arrivino le onde più distruttive. Secondi, non minuti. Un margine che in certe condizioni potrebbe essere utile, ma che non va mai confuso con una previsione».
E allora quale sarebbe la reale finalità di questo strumento?
«Aggiungere un tassello. Pochi secondi potrebbero consentire di mettersi al riparo, allontanarsi da una situazione di pericolo, attivare procedure automatiche. Ma all’interno di un sistema più ampio, non in sostituzione di nulla. La prevenzione vera si fa prima, non durante un terremoto».
Il fattore tempo è decisivo nella prevenzione?
«Sì, ma non nel senso che si immagina».
Ovvero?
«I secondi di un alert contano, certo. Ma i tempi che contano davvero sono quelli lunghi: gli anni in cui si costruisce bene, si pianifica, si investe in sicurezza. L’Aquila ha investito diciassette anni in questo lavoro. Un alert potrebbe integrare il sistema, mai sostituirlo».
Con un alert lanciato sugli smartphone degli aquilani, quel 6 aprile 2009 sarebbe cambiato qualcosa?
«Me lo sono chiesto anch’io. La risposta onesta è: probabilmente no. Il terremoto arrivò alle 3.32 di notte, la città dormiva. Quei pochi secondi si sarebbero persi nel tempo di svegliarsi e capire. Ciò che avrebbe potuto cambiare qualcosa è quello che accadde nei giorni precedenti. Il tema vero resta la comunicazione dell’incertezza: l’assenza di certezza che un terremoto avvenga non dovrebbe mai essere trasmessa come certezza che non avverrà».
Più realista del re...
«O di un sindaco – se vogliamo – che ha vissuto il terremoto».
L’Aquila è in contatto diretto con il Giappone dove si verificano terremoti molto forti, ma dove il grado di attenzione al costruito è altrettanto elevato. Che tipo di sinergia avete?
«Con il Giappone abbiamo interlocuzioni continue. Delegazioni giapponesi vengono regolarmente all’Aquila per studiare il nostro modello ovvero la capacità di risposta all’emergenza, la ricostruzione materiale, ma anche quella immateriale: il tessuto sociale, la comunità, la cultura. È un riconoscimento che ci viene da un Paese che ha fatto della convivenza con il rischio sismico una scienza. Se loro vengono a imparare da noi, significa che il modello L’Aquila ha una credibilità internazionale. Questo ci dà anche la legittimità per chiedere di sperimentare nuovi strumenti sul nostro territorio».
C’è anche il tema del costruire e dell’abitare bene...
«È il tema fondamentale. Nessun sistema di allerta potrà mai compensare un edificio costruito male. La vera prevenzione è nei codici antisismici, nei materiali, nei controlli, nella manutenzione».
L’Aquila lo ha imparato sulla sua pelle, non trova?
«Lo ha imparato nel modo più duro e lo ha dimostrato con una ricostruzione che, oggi, è un riferimento internazionale. E qui mi consenta una riflessione: l’Italia ha speso circa 200 miliardi per il Sismabonus. Un principio giusto, declinato però in maniera del tutto priva di strategia: distribuendo risorse a pioggia, senza dare priorità alle zone a maggiore rischio sismico, alle prime case, al patrimonio edilizio più fragile e vetusto».
Cosa si sarebbe dovuto fare a suo giudizio?
«Quei fondi avrebbero potuto mettere in sicurezza il patrimonio esistente dove ce n’era davvero bisogno. Invece, si è intervenuti indistintamente, anche dove il rischio era marginale. È mancata una visione. La tecnologia degli alert viene dopo tutto questo. E ha senso solo se il prima è stato fatto bene».