Incendio Morrone, volontari in prima linea: «Non abbiamo paura, vogliamo fermare le fiamme»

In cento si sacrificano contro il rogo che da 24 giorni assedia il monte. Maria Spina: «Mio papà era un vigile del fuoco, adesso è orgoglioso di me»
ROCCACASALE. «A un certo punto abbiamo visto le fiamme dal basso ma dovevamo attraversare la strada e allora ci siamo caricati tra di noi: “Forza, forza, andiamo”. Ma alla fine è una cosa normale». Maria Spina per lavoro vende case a Villetta Barrea, per passione spegne incendi in tutto l’Abruzzo. Anche sul Morrone che brucia da 24 giorni. Da queste parti, al campo base di Roccacasale, quella di Maria è una storia di ordinario coraggio. Sullo sfondo c’è la montagna, con il fumo che si alza e si vede anche dall’autostrada A25: sembra una ciminiera. Maria è una dei cento volontari che, dal 9 agosto scorso, lottano contro un rogo che finora ha bruciato più di 700 ettari di boschi del Parco nazionale Maiella. Tra tutti i volontari, quelli contrassegnati con la sigla “Aib”, cioè Antincendio boschivo, sono la prima linea: oltre a sacrificare il loro tempo, rischiano di ritrovarsi accerchiati dalle fiamme che cambiano direzione come cambia il vento, una cosa che qui può accadere. «Tra noi ci diciamo che dobbiamo risolvere un problema, cioè cercare di fermare questo incendio perché più aspetti e più lo guardi, più divampa», dice Maria, volontaria da tre anni con l’associazione Pivec Alto Sangro. Poi, si passa un velo di burrocacao sulle labbra e sorride: «No, non è per vanità. Il fuoco, il fumo e il caldo ci seccano tutto».
Ma non avete paura di affrontare quelle fiamme?
«No, non abbiamo paura perché è una scelta: siamo volontari e quella che facciamo è la nostra scelta, per cui non c’è paura. Invece, c’è azione, c’è determinazione, c’è adrenalina. Stare tra le fiamme è quasi normale».
Però non siete degli sprovveduti, siete formati?
«Siamo formati Aib, Antincendio boschivo. Noi siamo dell’associazione Pivec Alto Sangro, affiliata alla Pivec L’Aquila guidata da Thomas Malatesta».
Ma quando vedete quel fuoco che non si ferma, non vi viene la rabbia?
«Posso dire tutto?».
Sì, prego.
«Quando il fuoco è doloso noi vorremmo prendere il piromane, legarlo a un albero e far finta di niente. Si fa per dire, eh, ma è un gesto troppo grave».
E come le è venuta questa passione per la Protezione civile?
«Mio papà era un vigile del fuoco, ora è in pensione. Quindi, diciamo che sono un vigile del fuoco mancato. E poi la Protezione civile, da sempre, è in prima linea, a prescindere dal fatto e noi lo facciamo solo per spirito di volontariato perché non siamo pagati. Ecco perché penso che tutte le persone che sono nella Protezione civile e fanno i volontari alla fine sono delle buone persone, perché sono mosse da sentimenti che oggi sono rari».
Ma quando, da bambina e poi da ragazza, vedeva suo papà che andava a spegnere gli incendi cosa pensava?
«Da piccola, mi hanno fermata perché mi ero messa sull'autopompa e volevo andare con lui a spegnere gli incendi. È sempre stato un eroe per me. Ma tutti i vigili del fuoco lo sono. E anche tutti gli uomini e le donne della Protezione civile sono degli eroi. E anch’io sono un eroe».
Domenica scorsa, 11 operatori circondati dalle fiamme sono stati salvati in elicottero. Con quale spirito si affronta una missione del genere?
«Sai che gli altri contano su di te e, quindi, devi affrontarla e non c’è spazio per la paura. Infatti i vigili del fuoco dicono: “Mentre tutti scappano, noi andiamo verso”. Questa è una loro citazione. E un’altra è: “Un giorno senza rischio è un giorno non vissuto”. Noi la pensiamo così».
Quando avete visto le fiamme ancora una volta sul Morrone, dopo l’emergenza del 2017, siete arrivati fin dai primi giorni.
«La questione è che tu vai via dopo una giornata di impegno: per esempio, a Bisegna abbiamo fatto 16 ore di intervento no-stop. E quindi uno dice: “Ok ragazzi, apposto, bravi, ottimo lavoro, ce l’abbiamo fatta e abbiamo spento”. Poi, il giorno dopo l’incendio ricompare: è come un fantasma. E allora torni sul posto ancora più incazzato perché dici: “No, non puoi, ti devo sconfiggere”. È questo lo spirito che ci muove. Ma parlo a nome di tutti perché è lo stesso spirito».
Spesso si pensa che fronteggiare il fuoco sia facile: sui social sembrano tutti vigili del fuoco professionisti. Com’è invece stare in prima linea?
«Non è facile, assolutamente no ed ecco perché siamo formati. Bisogna calcolare il vento, devi renderti conto di quanta distanza c’è tra te e il fuoco, quanta acqua hai e che tempo di spegnimento puoi prevedere. E poi, si va sempre in due su un intervento, in modo che uno ti guarda le spalle e l’altro invece comunque guarda le fiamme. E poi c’è massima attenzione tra di noi: il nostro caposquadra è sempre attento e anche se si va su di molto e avanza, si gira, chiama e ci cerca: è una catena umana».
Invece, fare la bonifica con le pale, la zappa e i picconi è difficile?
«Quella è tosta! Diciamo che non è tanto divertente però con la bonifica si elimina un problema, quindi ritorniamo sempre al problem solving, no? Sai che facendo quel solco, aprendo quella strada e quella linea tagliafuoco non permetti più al nemico, cioè il fuoco, di arrivare dall’altra parte. In questi giorni, ci siamo trovati di fronte animali impauriti: l’altra notte facevamo qui il presidio notturno e c’erano le lepri che ci giravano attorno, forse avevano sete e volevano bere perché in genere gli animali selvatici si allontanano e non si avvicinano; c’erano i cervi che ti scappavano davanti alla macchina. Vedi tutto questo e la tua rabbia si trasforma in adrenalina».
E quando un volontario torna a casa, poi, come si sente?
«Mia figlia mi chiama “Sam il pompiere”, come il cartone animato. Dice: “Ciao mamma Sam”. Ti senti soddisfatto. Ed è per questo che, il giorno dopo quando rivedi che ci sono di nuovo le fiamme, pensi: no, io ci devo tornare. Non può essere che quello che ho fatto ieri è stato invano».
Quindi, la scelta che ha fatto tre anni fa la rifarebbe?
«Sempre e comunque! Io l’ho fatta quando sono nata questa scelta. Ho sempre guardato mio padre con ammirazione, mio padre capo reparto dei vigili del fuoco, oggi in pensione, e poi c’ho tutta una famiglia: mio zio pilota elicotterista funzionario dei vigili del fuoco, un altro mio zio sub dei vigili del fuoco».
E allora era una storia già scritta.
«Ci stavo dentro. Però papà mi ha sempre detto: “No, non lo fare il vigile del fuoco”».
E perché le diceva così?
«Era geloso, poi pensava di mettermi in pericolo e non voleva che io mi ci trovassi. Ma poi alla fine ho detto: “Papà, sai che c’è? Lo faccio con la Protezione civile”».
E adesso papà che dice?
«Mi dice: “Sei un pompiere mancato”. E quando mi vede in divisa è orgoglioso di me».
@RIPRODUZIONE RISERVATA

