«Io accusato senza motivo ma la giustizia ha vinto»

3 Giugno 2016

L’ingegnere De Angelis racconta la sua verità dopo l’assoluzione definitiva «Non mi do pace per la morte di mia figlia e delle persone decedute nel crollo»

L’AQUILA. «Sono stato un capro espiatorio di magistrati che hanno commesso errori gravi. Mio figlio, che fa l’avvocato, mi diceva di credere nella giustizia anche nei momenti bui. Solo adesso, con la sentenza della Cassazione, gli ho dato ragione e ho ripreso fiducia nelle istituzioni».

Diego De Angelis, 70 anni, ingegnere e stimato docente di matematica, assolto dall’accusa di mancati controlli nei restauri del palazzo di via Generale Rossi, dove sono morte 17 persone, tra le quali la figlia Jenny, di 26 anni, si toglie qualche sassolino dalle scarpe.

L’incubo di una condanna ingiusta è svanito, quali sono le sue sensazioni?

«Non riesco a darmi pace per la morte di mia figlia e di quelle 16 persone morte sotto la macerie, molte delle quali studentesse universitarie. Io stesso non so come sono riuscito salvarmi visto che sono volato dal quarto piano. Ma sono sempre stato sereno e con la coscienza a posto. Non ho commesso quegli errori che mi volevano attribuire alcuni giudici».

Veniamo al calvario giudiziario che ha dovuto sopportare.

«Mi hanno calato per forza in questa vicenda, inventando un colpevole con tesi che non reggevano, ho sempre risposto carte alla mano che la legge stabiliva con chiarezza che non era nelle mie competenze quanto mi si contestava. Invece pm e giudici hanno avuto l’arroganza di dire “la legge siamo noi”. Secondo me, qualcuno voleva fare carriera con le inchieste sul terremoto. Il pm Fabio Picuti ha cercato di indurmi a dire di aver firmato una relazione che mi avrebbe scagionato, io non ho accettato perché non faceva parte delle mie competenze».

Perché le accuse non stavano in piedi?

«Secondo i giudici aquilani avrei dovuto fare verifiche prima e dopo la ristrutturazione, ma ciò sarebbe stato dovuto solo se si fosse trattato di una sopraelevazione oppure di un intervento strutturale. Invece, era una ristrutturazione al di fuori delle mura portanti. Gli stessi periti hanno riconosciuto che, con l’intervento, la sommità del fabbricato è stata alleggerita di almeno quaranta tonnellate con un miglioramento dei carichi e della sicurezza sismica».

Perché ha scelto per la Cassazione l’avvocato Coppi al posto dei suoi soliti legali di fiducia?

«Senza di lui mi avrebbero condannato. All’Aquila, dove pensavo sarei stato assolto, avevo scelto Attilio Cecchini e Giampiero Berti de Marinis, due bravissimi professionisti che, a Roma, però, non sarebbero stati ascoltati con la dovuta attenzione. Coppi ha sottolineato le discordanze tra la sentenza di primo grado, con la quale mi si condannava. Ha fatto risaltare che in primo grado si era detto che l’intervento era costituito da una sopraelevata, ma la sentenza di secondo grado era motivata invece con un intervento strutturale diverso, per poi fare una disquisizione sulla responsabilità che non poteva reggere».

È andata bene ma ha vissuto un’esperienza da non augurare al peggior nemico.

«Sono stato ricoverato per circa due mesi negli ospedali di Pescara, Siena, Padova e Piacenza, ho saputo della morte di mia figlia e delle altre 16 persone quando sono tornato all’Aquila. Poi l’inchiesta e i processi, una situazione terribile dalla quale ho dovuto reagire difendendomi. Non mi pare che sia poco».

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