Iran attaccato dagli Stati Uniti, la testimonianza di un medico: «Il regime opprime i giovani»

1 Marzo 2026

Homayoun Effati vive all'Aquila da 37 anni ma è originario del Paese asiatico: «Gli ayatollah non resisteranno a lungo. La bomba nucleare? Non la useranno»

L'AQUILA. Homayoun Effati vive all'Aquila da 37 anni e il suo cellulare squilla in continuazione. Arrivano telefonate dai connazionali iraniani sparsi un po’ in tutta Europa e messaggi di amici e colleghi che chiedono di sapere. Homayoun risponde a tutti con voce pacata, gentile, com’è nella sua indole. Ma dentro ha l’inferno: dalle prime ore dell’alba di ieri non fa che pensare al suo Iran in fiamme. A sua sorella Fari, rimasta a Teheran con i nipotini. Il boato delle esplosioni rimbomba continuamente nella mente, a migliaia di chilometri di distanza: la speranza della liberazione definitiva dal regime si mescola alla naturale paura della guerra. «Personalmente, come tanti iraniani, speravo in questo attacco», dice sommessamente. Le spiegazioni sono tutte lì: in quelle fotografie di medici e infermieri uccisi, di giovani sterminati dalle milizie dell’ayatollah Ali Khamenei che Effati rigira tra le mani. I Pasdaran, gli uomini del regime, non hanno pietà di nessuno, neppure di donne e bambini.

Dottor Effati, intanto come sta?

«Mi sono svegliato prestissimo, con la notizia dell’attacco all'Iran. Ogni dieci minuti guardo il cellulare per controllare la situazione. Sto ricevendo decine e decine di chiamate e messaggi dopo l’attacco congiunto da parte di Usa e Israele ai centri strategici iraniani».

Com’è la situazione, adesso, in Iran?

«Sono stati attaccati i luoghi dove il regime iraniano ha centri organizzativi e depositi militari. Ci sono state esplosioni in svariate città: a Teheran, la capitale, a Karaj, a Seyed Khandan, a Qom, la seconda città santa dell’Iran dopo Mashhad, che ospita il santuario di Fatima Masumeh. Uno dei luoghi più importanti per i musulmani sciiti, conosciuta per il suo ruolo centrale nella rivoluzione islamica e per essere un centro di formazione spirituale».

Solo luoghi del regime? E la popolazione?

«Per il momento gli attacchi riguardano le basi di controllo militare e i centri islamici, dove si concentra il comando del regime. Non riguardano la popolazione iraniana».

Si aspettava questo attacco congiunto?

«Sì. Personalmente, e come me tanti iraniani, speravo in un attacco degli Usa perché ogni secondo che passa il regime uccide migliaia di persone: prigionieri politici, manifestanti arrestati o prelevati nelle loro abitazioni dopo essere stati individuati. Gridiamo al mondo la liberazione di questi prigionieri dall'inizio dello scontro, a gennaio».

Anche a patto dello scoppio di un conflitto?

«Guardi, i Pasdaran da mesi colpiscono uomini, donne, persino anziani. Il principale obiettivo sono i giovani, ritenuti in grado di contrastare il regime. La protesta è partita da loro, nelle università. Molti studenti hanno un ruolo centrale nelle manifestazioni contro il regime: è una rivolta di popolo che si sta espandendo a macchia d’olio. Le forze di repressione li stanno massacrando da mesi».

Quanti morti si contano finora per la repressione?

«Si parla di oltre 30mila vittime, ma un conto preciso è impossibile. Sono migliaia gli universitari spariti, molti risultano irrintracciabili, scomparsi. Non sono più tornati a casa e di loro le famiglie non alcuna notizia. Noi iraniani che viviamo all'estero aspettavamo questi attacchi che, come finalità, hanno l'indebolimento del regime. La speranza è che l’ayatollah Ali Khamenei venga sconfitto e destituito dal potere».

Non temete che la guerra possa allargarsi alla popolazione civile?

«In questi 47 anni, e soprattutto negli ultimi mesi, abbiamo vissuto le peggiori pene esistenti sulla Terra. Una guerra silenziosa e interna all'Iran. Ora è solo visibile al mondo: per noi rappresenta la sola possibilità di liberazione del popolo iraniano dal regime teocratico dittatoriale».

In strada giovani donne bruciano le immagini del dittatore e tolgono il velo. Ci vuole coraggio...

«Il velo è un’altra arma del regime che vuole deviare gli obiettivi dei manifestanti».

In che senso, scusi?

«Le ragazze iraniane tolgono il velo per strada, desiderano la libertà. Ma attenzione: durante la manifestazione del 47esimo anniversario della rivoluzione contro lo Shah, che è avvenuta nel 1979, alcune donne erano senza velo, ma si tratta di persone vicine al governo. Gli occhi del mondo, in questo momento, sono puntati sull'Iran dove le donne non hanno libertà di vestirsi, di uscire per strada. Il governo, per deviare il pensiero europeo, ha organizzato in modo falso questa manifestazione con giovani con il capo scoperto. È stato un modo per ingannare il mondo».

Ha notizie di abruzzesi che si trovano in Iran in questo momento?

«No. Da diversi mesi ormai nessun iraniano o abruzzese vuole andare in Iran a causa della situazione estremamente critica. I contatti sono bloccati: chi va lì rischia di essere arrestato. Non solo gli iraniani che sono all'estero, anche i turisti. Tutte le ambasciate hanno consigliato di non viaggiare in Iran in questo periodo e alcuni Paesi – Italia, Nuova Zelanda, Danimarca, America - hanno invitato i loro cittadini a rientrare immediatamente».

Ha sentito i suoi familiari che vivono in Iran?

«Mio fratello Resa si trova in Finlandia. Ieri mattina ha chiamato nostra sorella Fari che vive a Teheran. È andati lì qualche mese fa per prendersi cura di nostra nipote, che ha perso la mamma, e dei suoi bambini».

Cosa vi ha detto Fari?

«Ha quasi 70 anni: il suo unico obiettivo, adesso, è aiutare i nipoti fino alla fine. La scorsa notte si è svegliata con il suono delle bombe».

Dove sono adesso?

«A Teheran, ma si stanno organizzando per andare via, in un paesino sperduto a 400 chilometri di distanza. Stanno facendo i bagagli per allontanarsi da eventuali luoghi di bombardamento».

La popolazione sta scappando da Teheran?

«Chi può farlo e ha un posto più sicuro dove andare, sì».

Il pericolo per il popolo iraniano, quindi, è reale...

«Ieri mattina hanno chiamato dalla scuola di mio nipote, che fa la quarta elementare. Sono andati a prenderlo: le scuole stanno chiudendo, come anche le università. C'è un clima di allarme in tutta Teheran. I siti bombardati, in città, sono una decina. Gli iraniani vivono tra la speranza di liberarsi dal regime e la paura inevitabile causata dalla guerra».

Il conflitto rischia un'escalation?

«Credo che davanti a una forza militare imponente come gli Stati Uniti e i suoi alleati, il regime iraniano non può difendersi e resistere a lungo».

Dice che sarà una guerra lampo?

«Sarà un attacco veloce, ma la politica è sporca».

Cosa intende?

«Il presidente Trump ha detto al popolo iraniano: restate dentro le vostre case, attendete un mio comando e siate pronti a riversarvi per le strade e a capovolgere il regime».

E del rischio di una bomba nucleare?

«Credo che l'Iran non la utilizzerà. Sia chiaro: l'Iran la possiede. La verità è che il regime degli ayatollah odia gli iraniani: sono tutti di origine irachena, indiani, afghani, pakistani. A mio avviso, il regime non sgancerà la bomba atomica contro altri Paesi del mondo ma, come ha sempre dichiarato, metterà a ferro e fuoco l'Iran, lo distruggeranno. È questo il loro intento».

Trump ha dichiarato che il popolo iraniano ha la libertà a portata di mano, lei ci crede?

«Che l’Occidente abbia interessi economici rilevanti in Iran è un dato di fatto: il Paese è tra i primi tre produttori di petrolio al mondo e il secondo produttore di gas dopo la Russia. Ma questo interesse è accompagnato dal rispetto del popolo iraniano e dei diritti umani. Arrivati a questo punto, l'Occidente non può più voltare il viso dall'altra parte».

Auspica l'intervento di altri Paesi occidentali al fianco degli Usa?

«Insieme a Israele, anche la Nuova Zelanda, l’Australia e il Canada hanno chiuso i rapporti diplomatici con il regime iraniano. Mi auguro che l'Italia e altri Paesi membri dell’Unione europea facciano parte di questa alleanza per disconoscere il regime iraniano e restituire la libertà ad un popolo oppresso da troppi anni».

Il conflitto è destinato ad allargarsi?

«Alcuni Paesi limitrofi all'Iran, come Turchia, Qatar e Arabia Saudita, temono un'estensione del conflitto. Ieri ci sono state esplosioni in Arabia Saudita, è stato chiuso lo spazio aereo. L'Iran ha detto chiaramente: se ci toccate, uccideremo tutti i prigionieri politici e attaccheremo i Paesi confinanti. Il rischio non è circoscritto».

Ritiene?

«L'Iran può inviare missili in territori ben più lontani. Non è escluso che vengano attaccati gli Usa, ma anche alcuni Stati europei. Il regime ha dichiarato guerra agli Usa e ai suoi alleati. Secondo me non ha tutto questo potere, ma la minaccia resta».

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