L’Aquila, 70 anni fa il ritorno della libertà

Il professor Walter Cavalieri ripercorre gli eventi che dopo nove mesi di occupazione portarono alla svolta del 13 giugno 1944
Il 13 giugno di settanta anni fa L'Aquila riconquistava la sua libertà dopo nove lunghi mesi di occupazione tedesca disseminati di violenze e disagi di ogni genere.
Il fatto che la città non sia stata liberata "manu militari", come nel caso per esempio di Firenze o Bologna, fa spesso parlare di questo evento con una buona dose di superficialità.
Se infatti è vero che nel giugno 1944 la nostra città venne evacuata dai reparti tedeschi (come già accaduto anche a Roma), è però opportuno ricordare che quel ripiegamento non fu certamente spontaneo bensì imposto dal mutato profilo della situazione militare.
Se infatti l'Armata tedesca decise di ritirarsi ordinatamente verso Nord per attestarsi sulla Linea Gotica, ciò fu dovuto almeno a due cause concomitanti: l'offensiva alleata che aveva lentamente scardinato i capisaldi della Linea Gustav fino al crollo di Cassino, e la forte instabilità del retrofronte, dovuta all'attività delle piccole ma ormai numerose formazioni partigiane che agivano in Abruzzo, dalla costa pescarese alla Valle Peligna, dalla Marsica al Teramano, dalla conca dell'Aquila fino al Reatino.
I tedeschi sconfitti tentarono di rallentare l'avanzata alleata attuando la cosiddetta "ritirata offensiva", consistente nel coprirsi le spalle mediante l'impiego di reparti speciali incaricati di disseminare il proprio cammino di ogni sorta di ostacoli, distruzioni e danneggiamenti di impianti non trasportabili.
Mentre creavano questo deserto logistico, i comandi tedeschi ritennero nel contempo di dover rendere sicura la via della ritirata versando un ultimo spietato strascico di sangue innocente, soprattutto a Filetto e ad Onna rispettivamente il 7 e l'11 di giugno.
Paradossalmente questo feroce colpo di coda tedesco viene imputato, più che ai suoi autori, ad improvvide iniziative partigiane: possibile nel caso di Filetto, ma va anche detto che la pressione delle bande armate affrettò innegabilmente i tempi della ritirata, risparmiando all'Aquila e ai suoi abitanti danni più gravi sia da parte dei suddetti guastatori tedeschi, sia da parte dell'ormai incontrastata aviazione anglo-americana (operazioni peraltro già pianificate).
In questo clima di grande incertezza, il giorno della festa di Sant'Antonio fu segnato da un'attesa carica di tensione, culminata in uno spontaneo e festoso tripudio di folla, scandito dal suono delle campane e dallo sventolio delle bandiere. E' noto che nel bel mezzo di quei festeggiamenti una piccola retroguardia tedesca, che si era attardata sulla via del ripiegamento, transitò da Porta Napoli verso il centro della città, provocando un improvviso fuggi-fuggi : episodio ancora oggi oggetto di facile ilarità, ma all'epoca da non sottovalutare, avendo lo stesso comando locale dei Carabinieri avvertito il C.L.N. (comitato di liberazione nazionale) aquilano della possibilità che reparti di retroguardia particolarmente incattiviti compissero ancora sporadiche azioni offensive.
Scomparsi anche gli ultimi tedeschi, tra Piazza Duomo e l'inizio del Corso fu eretto un rudimentale arco di trionfo di legno recante una scritta di benvenuto in lingua inglese. Ma in luogo del previsto trionfale ingresso in città di truppe anglo-americane, i primi a transitare a pomeriggio inoltrato furono alcuni motociclisti del Corpo Italiano di Liberazione. Con un sentimento misto di sorpresa e forse anche di delusione, i più stentarono a credere che fossero dei militari italiani, ma si trattava proprio di una pattuglia di avanguardia della "Nembo" staccatasi dalla linea direttrice dell'avanzata del Corpo Italiano di Liberazione.
All'imbrunire scesero a valle anche i partigiani della "Di Vincenzo" che dal 10 giugno erano appostati sulla collina di San Giuliano e ai quali il C.L.N. aquilano affidò il compito di mantenere l'ordine pubblico. Grazie all'equilibrio dei loro comandanti, Aldo Rasero e Giovanni Ricottilli, questi uomini non si abbandonarono a nessuno degli eccessi che in molte città italiane segnarono invece il delicato momento della liberazione, soprattutto a carico dei collaborazionisti repubblichini.
Nei giorni successivi L'Aquila sarebbe stata raggiunta da altri soldati della "Nembo", da patrioti della Brigata "Maiella", da bersaglieri e alpini del C.I.L. e infine dai primi reparti dell'VIII Armata inglese.
Benchè di nuovo occupata da altri eserciti stranieri, tutta la Città tirava un sospiro di sollievo e assaporava l'aria della libertà.
Oltre a quelle delle prigioni, infatti, si aprivano le porte dei conventi e dei mille altri nascondigli dove per mesi, e con grande rischio personale, contadini, cittadini e religiosi avevano nascosto e accudito centinaia di ebrei, ex prigionieri alleati, antifascisti e renitenti alle armi.
Ma già il 14 giugno la Città sarebbe stata messa ancora alla prova da un ultimo doloroso evento: il rinvenimento presso le Casermette delle salme dei Nove Martiri, trucidati dai tedeschi il 23 settembre 1943. Coi loro solenni funerali, svoltisi il 18 giugno, L'Aquila usciva davvero dall'incubo della guerra.
Eppure già il 25 giugno nove partigiani aquilani (idealmente eredi dei Nove Martiri Giovinetti) si arruolavano volontariamente con gli alpini del battaglione "Piemonte" per continuare nel Nord Italia la guerra contro l'invasore tedesco, seguiti da altri volontari aquilani che combatteranno coi bersaglieri del battaglione "Boschetti" e coi patrioti della prestigiosa brigata "Maiella".
Sull'esempio di questi uomini e grazie al nobile sacrificio di alcuni di loro, la Città si avviava verso il lento apprendistato democratico e il faticoso cammino della ricostruzione che, come in ogni dopoguerra, è ricostruzione morale prima ancora che materiale.
*storico
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