«La città riparte dagli spazi pubblici rinati»

20 Settembre 2020

La soprintendente lascia L’Aquila e fa il bilancio «C’è ancora molto da fare, ma sono ottimista»

L’AQUILA. Architetto Alessandra Vittorini, casualmente, ma forse nemmeno tanto, questa intervista si svolge davanti a Collemaggio. Si può dire che la restituzione alla città, e non solo, di questa storica basilica è stata una delle sue maggiori soddisfazioni degli 8 anni all’Aquila?
«Io andrei oltre la semplice soddisfazione personale, che chiaramente c’è. Il restauro di Collemaggio ha ottenuto un notevole riconoscimento internazionale. Nel dossier di candidatura abbiamo voluto evidenziare come quel restauro abbia segnato il percorso di rinascita della città e del territorio insieme ai tanti altri importantissimi risultati nel recupero del patrimonio culturale, frutto del lavoro di molti. Quello fatto dalla Soprintendenza qui a Collemaggio è stato un grande lavoro di squadra: con Eni, che ha messo in campo fondi e competenze gestionali, e con un team di autorevoli esperti di tre Atenei italiani che hanno assicurato il supporto tecnico scientifico. Questo conferma che un ottimo restauro presuppone un ottimo progetto e un’ottima direzione dei lavori, gestiti interamente con risorse interne. Ma la mia soddisfazione più grande è stata quella di poter contribuire, con la straordinaria squadra della Soprintendenza che ho avuto l’onore e il privilegio di dirigere, a un processo di recupero e di rinascita i cui risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti».
Lei è arrivata all’Aquila alla fine del 2012 prima come Soprintendente per l’Abruzzo e poi dal 2015 alla direzione della Soprintendenza per L’Aquila e cratere, ente voluto dal ministero per seguire in maniera mirata la ricostruzione. Cosa trovò quando si insediò 8 anni fa?
«Il 2012 è stato l’anno di svolta per la ricostruzione, ci fu la chiusura della gestione commissariale, l’approvazione del decreto Monti-Barca e l’avvio degli Uffici speciali. La città era ancora deserta, puntellata e blindata, sotto il controllo dei militari. Da allora, grazie anche al lavoro della Soprintendenza, si sono avviati molti cantieri nel centro storico e abbiamo messo a punto le procedure, in una logica di continuità e di rafforzamento del percorso già avviato. Una gran bella sfida che è andata avanti, su piani diversi, fino a oggi».
Lei è nata all’Aquila e nel 2011 suo papà, Marcello Vittorini , urbanista di fama internazionale e innamorato della nostra città, venne a mancare. Quanto influì quel lutto privato nella decisione di venire a lavorare all’Aquila in un posto che dopo il terremoto non era certo tranquillo?
«Dal 2012 sono tornata nella nostra casa di Paganica, tanto cara a mio padre e in cui lui si “rifugiava” per pensare, elaborare, scrivere. Ritrovare i suoi oggetti e le sue carte sparse, su cui aveva lavorato fino alla fine, mi ha suscitato profonda emozione. Aveva ancora mille idee e cose da fare. Ma non è stato tanto il lutto a spingermi a venire all’Aquila. Non quindi la sua assenza, ma piuttosto la sua presenza nella mia, nella nostra vita. Il suo attaccamento alla città, alle sue montagne, alle sue passioni, al suo lavoro. E la sua tensione ideale ed etica nella professione. Una presenza che ho continuato a sentire vicina e costante, soprattutto qui all’Aquila».
Appena dopo il 6 aprile Marcello Vittorini disse “se vogliamo far rinascere presto e bene la città iniziamo dalle piazze e dagli spazi pubblici” e su questo trovò d’accordo un altro grande aquilano, il professor Alessandro Clementi. Una frase profetica che però, di fatto, fu lasciata cadere.
«Su questo posso ripetere quello che ho detto all’inaugurazione di Palazzo Ardinghelli. Restaurare il patrimonio culturale di una città e di un territorio dopo la tragedia e le ferite di un sisma non vuol dire solo riparare pietre. Vuol dire riparare anime, persone e comunità. Vuol dire alimentare e moltiplicare il valore dell’identità collettiva nella sua appartenenza ai luoghi e alla sua storia. Oggi L’Aquila, per tutti, è il suo ritrovato volto di città d’arte, è il suo sistema di spazi pubblici che con i restauri ridefiniscono la loro nuova immagine. È da questi spazi pubblici, che abbiamo contribuito a recuperare e valorizzare attraverso i tanti restauri, che sta ripartendo la città. E molto c’è ancora da fare: abbiamo lavorato con l’amministrazione al progetto per le pavimentazioni di strade e piazze del centro storico, abbiamo elaborato e donato alla città il progetto di restauro della Fontana del Nettuno in piazza Regina Margherita. Da anni la Soprintendenza lavora per la qualità degli spazi pubblici, per alimentare una maggiore attenzione alla “forma” pubblica della città».
Si è detto spesso che la città sta rinascendo sulla logica del com’era e dov’era dando a questo assunto un’accezione negativa. Lei che ne pensa?
«Questo è un luogo comune che affligge spesso chi si occupa di restauri. Niente di più falso, almeno qui. Nessun monumento, nessun edificio è più “com’era”. Il recupero ci ha regalato nuove forme, nuovi colori, nuove funzioni per i luoghi di interesse culturale. In sostanza una nuova immagine della città e del territorio, capace di costruire appartenenza e spirito positivo. Chiedo ai cittadini: ma secondo voi Palazzo Ardinghelli è com’era prima del terremoto? Certo è rimasto dov’è, ma è difficile guardarlo oggi con gli occhi di 12 anni fa, quando era un luogo chiuso e grigio. Lì il restauro ha prodotto recupero, riscoperta e innovazione. E, soprattutto, nuove funzioni per la città. Qui, più che mai, il patrimonio culturale non è solo un’eredità del passato ma una grande occasione per ridisegnare le nostre identità, individuali e collettive, e per farsi “costruttore di futuro”».
La ricostruzione pubblica è molto indietro rispetto alla privata. Perché ciò accade?
«Ci sono ferite e ritardi che sono sotto gli occhi di tutti e che fanno male, e parlo del Duomo , di Santa Maria Paganica e di altri monumenti importanti ancora in attesa di restauro. Ma anche qui bisogna conoscere le singole situazioni per capire il perché. I numeri raccontano il grande lavoro che la Soprintendenza ha fatto in questi anni, sia per il patrimonio culturale privato che per quello pubblico, sul quale ha lavorato intensamente anche il Segretariato regionale con decine di monumenti recuperati. In una città d’arte composta quasi interamente da edifici di interesse culturale – quasi il 70% del centro storico – abbiamo lavorato sulle grandi emergenze urbane e sui tessuti minori, sui beni pubblici e sugli edifici privati. Per dirla in due parole, su testo e contesto. La Soprintendenza ha esaminato centinaia di progetti che hanno prodotto, solo per quelli privati, l’erogazione di contributi pari a quasi un miliardo e mezzo. E per quasi un miliardo di questi la validazione delle somme porta la nostra firma. Contemporaneamente procedeva il lavoro di valutazione – e l’impegno diretto, a fianco del Segretariato – per il recupero del patrimonio culturale pubblico: decine di cantieri in città e fuori che hanno restituito finora molti dei luoghi più belli, mentre molti sono ancora in corso o in attesa di avvio. Un impegno enorme. I problemi ci sono? Certo. Però la cosa migliore è darci da fare, tutti, per risolverli. Questo è il lavoro quotidiano che impegna da anni le migliori energie e competenze della Soprintendenza, al servizio della città e del territorio».
La Soprintendenza lo scorso anno ha contrastato una decisione del Comune che, semplificando il concetto, avrebbe dato il via libera alla possibilità di demolizioni selvagge nelle frazioni. Dopo una sentenza del Tar che bocciava il Comune ora fra Soprintendenza e amministrazione è tornato il sereno. Ma al di là della vicenda, spesso si ha l’impressione che i cittadini – e di conseguenza la politica – siano allergici alle regole.
«Senza entrare in polemiche sterili posso dire che il lavoro di cura e di restauro del patrimonio culturale – fatto di studio, attenzione, ricerca, analisi, sperimentazione – si è spesso dovuto misurare con pressioni e contrasti non facili. Ma sono fiera e grata a chi ha difeso quotidianamente – in tempi difficili e con un carico di lavoro senza precedenti – i princìpi e il metodo, in ogni cantiere piccolo e grande che anima la città. Lo hanno fatto e lo stanno facendo ogni giorno i nostri funzionari competenti e appassionati».
Perché dopo 8 anni ha deciso di accettare una nuova avventura professionale lasciando L’Aquila?
«Ho accettato perché era difficile dire di no a una scuola di formazione di livello nazionale e internazionale dove conto di portare molte delle esperienze maturate all’Aquila. È stata una proposta inaspettata, giunta dopo aver presentato la candidatura per il mio quarto mandato alla guida della Soprintendenza aquilana, che diventerà presto la nuova Soprintendenza L’Aquila-Teramo. Ma non sarà una fuga. Sarò spessissimo qui all’Aquila e la guarderò con gli occhi di chi in questa città è nata e a cui è profondamente legata, anche per aver vissuto questa stagione difficile e appassionante per 8 anni».
Come vede il futuro del capoluogo di regione?
«Il compito di chi si occupa di patrimonio culturale in una città colpita da un’immane tragedia è di restituire bellezza, sicurezza e naturalmente fruibilità. Noi ridiamo ossigeno ai luoghi, poi in quei luoghi qualcuno deve tornarci a vivere. Io sono fiduciosa e ottimista, anche se dobbiamo continuare a vigilare».
Si riferisce a qualcosa di particolare?
«Penso al lavoro da fare nei centri minori, nelle frazioni, nelle parti residue del centro e in alcuni importanti complessi come l’area dell’ex ospedale di Collemaggio, interamente sottoposta a tutela. Sento parlare di progetti diversi e indipendenti, sganciati da una visione organica. Questo è un luogo da maneggiare con cura. Attenzione a non rovinare tutto».
Domanda finale più personale. Lei è un’importante dirigente pubblica, suo marito David Sassoli è presidente del parlamento europeo. Avete due figli ormai grandi. Come si “gestisce” una famiglia fra mille impegni e conseguenti “assenze”?
«Dobbiamo essere grati ai nostri ragazzi, che si sono dovuti misurare con grandi impegni e assenze prolungate. Io ho sempre cercato di trasmettere il valore della mia scelta, dell’impegno per una città che amiamo e per la quale valeva la pena di affrontare anche qualche sacrificio personale. Anche per questo c'è bisogno della collaborazione di tutti e bisogna fare squadra. Non è sempre facile, ma ci si può riuscire».
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